Bob Dylan: il Nobel al menestrello che racconta gli ultimi

Il giorno della scomparsa di Dario Fo è stato anche il giorno della consacrazione di Bob Dylan, premio Nobel per la Letteratura 2016 per aver creato «una nuova poetica espressiva all’interno della grande tradizione canora americana». Autore di versi fisici, viscerali, politici, polemici, colmi di disperazione, Bob Dylan ha davvero dato voce a una generazione. Nonostante gli ultimi importanti lavori («Fallen Angels» uscito il 20 maggio scorso, «Shadows in the night» del 2015 e «Tempest» del 2012), nell’immaginario collettivo è ancora il menestrello che racconta la poesia racchiusa nelle vita degli ultimi della società, che ha reso immortale il capolavoro cinematografico firmato Sam Peckinpah Pat Garrett & Billy the Kid con la straordinaria Knockin’ on Heaven’s Door, che ha denunciato la vergognosa condanna del pugile Rubin Carter in Hurricane.
È oggettivamente difficile racchiudere Bob Dylan in un articolo: artista inetichettabile e estremamente sfaccettato, stupisce ma non sconvolge che gli sia stato consegnato il premio Nobel per la Letteratura.

Nato Robert Zimmermann il 24 maggio 1941, Bob Dylan non è «solo» uno dei più grandi cantautori della seconda metà del Novecento, ma anche un punto di riferimento di una generazione e di una (contro)cultura. Figura centrale della storia americana dagli anni ’60 in poi, si è distinto anche come scrittore, poeta, pittore, scultore e attore, finendo per divenire un idolo della cultura di massa per più di mezzo secolo.
Dylan è riuscito a rendere «popolare» la beat generation, parafrasando e concretizzando i versi, le vicende e il pensiero dei suoi maestri: Allen Ginsberg, Jack Kerouac e William Burroughs. È stato il simbolo di un’epoca che continua a rivivere attraverso le sue canzoni.
Fernanda Pivano, forse la più grande esperta italiana di beat generation, in occasione della consegna del premio Tenco a Fabrizio De André, ribadì che il cantautore genovese non era il «Bob Dylan italiano», ma era quest’ultimo «il De André americano». Diversissimi e al contempo simili, tanto che Faber tradusse e cantò Romance in DurangoDesolation Row (diventate rispettivamente Avventura a DurangoVia della Povertà), stiamo parlando dei due menestrelli portavoce degli ultimi, narratori dei mali del mondo nel quale comunque c’è sempre un’àncora di salvezza, a patto di trovarla. E non è facile.
Se il successo di De André è in larga parte rimasto all’interno dei confini dello Stivale, Bob Dylan è riuscito (grazie anche alla diffusione della lingua inglese) a raggiungere ogni angolo del globo e a diffondere così i propri messaggi di pace, di fratellanza, di solidarietà e di uguaglianza.
Di famiglia ebraica, il giovane Dylan dichiarò: «Non ho religione. Ho provato un mucchio di religioni diverse. Le Chiese sono divise. Non riescono a mettersi d’accordo, e nemmeno io. Non ho mai visto un dio, non posso dire niente finché non ne vedrò uno». Si convertì al cristianesimo a cavallo fra anni ’70 e anni ’80, salvo poi – in tempi più recenti – dichiarare di essere credente ma non di non appartenere a «nessuna religione organizzata».
Personaggio poliedrico, dalle mille «svolte» (celebre il contestatissimo passaggio alla chitarra elettrica), con il Nobel sembra che Dylan sia pronto a essere «istituzionalizzato», reso parte di un mondo accademico e «alto» che ha sempre rifiutato. Come si possa conciliare questo con la denuncia, con Mr. Tambourine Man, «inno dei ragazzi che fumavano quell’innocente marijuana» (copyright Fernanda Pivano), con la lotta non violenta, è un mistero, ma forse si tratta forse dell’ennesima sfaccettatura dell’immenso Bob Dylan.

Tito Borsa

Ho fondato e diretto per 3 anni e mezzo La Voce che Stecca, e ho collaborato con Il Borghese e il Corriere del Veneto, oltre che con la Booth School of Business della University of Chicago. L’informazione rende gli individui liberi.

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