Arrival: la fantascienza drammatica di Denis Villeneuve

Arrival uscirà nei cinema americani l’11 novembre, mentre sarà nelle sale italiane dal 12 gennaio, dopo aver esordito alla 73ᵃ Mostra del Cinema di Venezia. L’uscita, insomma, sembra essere fatta apposta per poter partecipare agli Oscar del prossimo anno, avendo discrete possibilità di ricevere candidature. Arrival è infatti un film di prestigio: nonostante l’«arrivo» del titolo rimandi a quello degli alieni sulla Terra, non si tratta del solito blockbuster ad alto budget, tutto azione e CGI. La storia narrata è certamente di carattere fantascientifico: dodici navicelle aliene fluttuano a mezz’aria, immobili e misteriose, sopra dodici parti diverse del nostro pianeta. A far parte dell’equipe americana di studio sarà il fisico teorico interpretato da Jeremy Renner, ma soprattutto la linguista, e protagonista, Louise Banks, interpretata da Amy Adams. Il mistero dietro l’inquietante presenza extraterrestre, infatti, potrà essere svelato solo se prima sarà possibile comunicare con loro e scoprire le loro intenzioni.

L’ultima pellicola di Denis Villeneuve, però, non è un semplice War of the Worlds alla Spielberg, dove l’umanità si trova in lotta per la sopravvivenza contro terrificanti mostri giunti dallo spazio. Le acque in cui il regista canadese si muove sono quelle del thriller (già sperimentato nel riuscitissimo Prisoners e in Sicario), ma con l’aggiunta di toni drammatici. L’opera è innovativa secondo molti aspetti, che dimostrano come sia possibile ottenere un compromesso tra la Hollywood commerciale e il cinema indipendente e più introspettivo.

Innanzitutto, come anticipato, si tratta di un film umano. La vicenda rappresentata non è una storia di alieni e viaggi spaziali, bensì una storia di vita, come la narrazione in prima persona fa intendere fin dall’inizio.

«There are days that define your story beyond your life. Like the day they arrived.»

«Ci sono giorni che definiscono la tua storia oltre la tua vita. Come il giorno in cui sono arrivati.»

Scena inziale di Arrival.

Il mistero da svelare non sono le buone o cattive intenzioni degli alieni giunti sulla Terra, il vero mistero sono le persone, in particolare la protagonista: la sua mente, il suo animo, il suo passato e futuro. Questa pare essere la volontà di Villeneuve, almeno secondo la dichiarazione della Adams alla BBC: «He was always saying “At the end of the day, it’s this woman’s story, it’s her journey, that’s all we need to worry about. Nothing else matters as much”» («Diceva sempre “Alla fine, è la storia di questa donna, è il suo viaggio, questo è tutto ciò di cui dobbiamo preoccuparci. Nient’altro conta così tanto.”»).

La narrazione fantascientifica è così interrotta da flash che mostrano Louise con la figlia, la quale muore appena adolescente per una malattia terminale. Il rapporto madre-figlio è molto caro a Villeneuve, così come la sua produzione e quella del magistrale direttore della fotografia Bradford Young (Selma- La strada per la libertà), è costituita prevalentemente da film drammatici: perciò l’approccio è nuovo ed è valso ad Arrival la definizione di science fiction drama.

Gli spettatori, inoltre, assistono ad un film che non ha paura di osare. Gli alieni sono mostrati direttamente attraverso scene ad alto impatto e non mancano i giochi di invenzione, come il cambio di gravità all’interno dell’astronave: questo tipo di soluzioni sono molto azzardate per chi si approccia al genere e per questo sono spesso evitate tramite espedienti (molti alieni cinematografici hanno sembianze umane, sono evanescenze colorate o giochi di luce). Qui non si teme di riproporre figure già viste, né di sfigurare con l’inevitabile miglioramento degli effetti speciali in pochi anni. Allo stesso modo, non ci si preoccupa di una estrema polarizzazione dei colori usati: a un mese dalla visione, ricordo solo il nero, il bianco e grigi, opposti al verde dell’erba e all’arancio acceso delle tute indossate dagli scienziati e, ovviamente, dei capelli ginger di Amy Adams. Polarizzazione cromatica che va ben oltre l’associazione di nero e bianco per i cattivi invasori e colori vivi per i buoni umani, ma che piuttosto rimanda alla vecchia modalità cinematografica per cui ricordi e sogni sono distinti dalla vicenda reale dal bianco e nero.  A dare un ultimo tocco di classe, è un suono coinvolgente, sia dal punto di vista del sonoro sia per quanto riguarda le sinistre musiche di Jóhann Jóhannsson.

Altro aspetto audace e innovativo è incentrare il contatto extraterrestre interamente sul linguaggio. La linguistica occupava buona parte del racconto di Ted Chiang (il cui titolo peraltro è Storia della tua vita) da cui Arrival è tratto, ma anche sul grande schermo questa disciplina risulta alla pari, se non addirittura fondamentale, rispetto alle altre scienze a cui hollywood ci ha abituato. Nella storia, il linguaggio è dunque considerato indispensabile non solo al fine pratico di stabilire la bellicosità o meno degli alieni, bensì come ciò che distingue l’uomo dalle altre creature, come base dell’intera cultura umana, come base di pensiero che, in quanto tale, aprirà a possibilità sorprendenti. 

Ed è proprio con il gioco sul linguaggio cinematografico che tali sorprendenti rivelazioni si manifesteranno: le norme che in anni e anni di cinema sono state silenziosamente insegnate allo spettatore, sono messe in discussione come a dare un’ulteriore prova dell’influenza della lingua sul modo di pensare. Velata ma presente è anche la critica all’attuale uso del linguaggio nei media, dove senza controllo sempre più spesso si incita all’odio e alla discriminazione tramite termini che implicitamente creano differenze e separazioni, anziché unire sotto una buona comunicazione.

Tra le innovazioni aggiunte, non si può non citare la presenza di una protagonista donna, interpretata in modo superbo. A reggere l’intera vicenda è infatti la dottoressa Louise Banks, centro della prospettiva e degli eventi, attorno a cui gravitano gli altri personaggi minori. Originale per Hollywood è che si tratti di una scienziata, intelligente ed appassionata, fuori dalle logiche della donna forte ma sexy: una donna che combatte sul campo della ricerca sperimentale e della comprensione quasi filosofica, anziché su un vero campo di battaglia in cui troppo spesso le eroine sono sì valorose ma necessariamente atleticamente scolpite e, perciò, sessualizzate. Una donna ritratta con le sue fragilità e i suoi tormenti, sola e con attacchi di panico, ma che fa di ciò la propria forza; una donna forte in quanto donna, non in quanto simile all’uomo. Un personaggio ben costruito, in cui ogni spettatore si può identificare anche grazie alla tensione della pellicola.

Il livello su cui è impostato Arrival è una suspense tesa e continua, sebbene il ritmo non sia serrato. Tuttavia è anche concettuale e ciò rimanda ai capolavori della fantascienza che fanno riflettere sulla condizione umana. Classici con cui condivide la tipica trama per cui gli umani si dividono e si osteggiano fra loro di fronte alla minaccia spaziale: parte scontatissima della pellicola è quando si formano le due fazioni Usa-Cina, dove gli americani (secondo un’ovvia visione nazionalista) sono assennati e propensi a capire gli alieni, mentre i cinesi non vogliono che attaccare.

Molto più importante, invece, è l’ottica trascendentale che Villeneuve apprende dai classici: egli analizza il confronto tra l’uomo e qualcosa che è a lui superiore ed incomprensibile, qualcosa che lo mette dinnanzi alla consapevolezza dei propri limiti e lo spinge a valicarli, ad innalzarsi, a evolversi. Questo rapporto, difficile a spiegarsi senza svelare la trama del film, dell’individuo con l’Indefinito, con l’Eterno, con il Tempo ha portato la critica a paragonare quest’opera con Terrence Malick. Ma un tale concettualismo trascendentale crea una connessione anche con Interstellar, condividendone il colpo di scena finale, in stile M. Night Shyamalan. Tuttavia, a differenza di Nolan, Arrival non eccede nel virtuosismo o nel moralismo: lo spettatore non ha il tempo (pun intended, vedere per capire) di giudicare la scelta di vita che la protagonista prenderà riguardo il suo rapporto con la figlia, perché tale storia gli si spiega gradualmente davanti agli occhi, senza inizio e senza fine; non si aspetta un fatto eclatante, un ritorno, ma ci si sente parte del tutto, dei personaggi, dell’universo.

Il coinvolgimento è quindi assicurato e di certo la riflessione non manca. Questa pellicola si mostra appetibile sia per gli amanti di sci-fi e thriller, sia per un pubblico più critico che potrà estrapolare i diversi significati del film.

L’immagine di apertura è tratta dalla pagina Facebook italiana del film.

22enne che studia Lettere Moderne, crede nella libertà, detesta limiti e pregiudizi e cerca di avere uno sguardo il più ampio possibile. Cinema, arte (tutta), letteratura e musica fanno per me, ma come meri oggetti di contemplazione.
Spero di condividere l’importanza della cultura contribuendo ad Incipit.

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