Recensione: Hesse, Il pellegrinaggio in Oriente

Un «periodo torbido, disperato, e tuttavia così fertile che seguì la prima guerra mondiale», quello in cui Hesse ambienta il suo romanzo breve più riuscito, datato 1932. Un’epoca in cui il pellegrinaggio in Oriente univa uomini diversissimi fra loro, tutti insieme in una Lega che pare quasi un gruppo iniziatico, uomini che partivano alla ricerca del tao e della kundalini: l’Autore, ovviamente, ma anche il pittore Paul Klee e tanti altri.
Un viaggio collettivo che non ha né inizio né fine, ma prosegue tra il ritorno di qualcuno e la partenza di qualcun altro verso la destinazione misteriosa che sembra essere la panacea del male occidentale. Uno svezzamento che vorrebbe permettere all’uomo europeo di tornare in patria migliore, ma che svela in lui quel nomadismo radicale e incurabile che accomuna tutti quelli che decidono di intraprendere questo viaggio.

Periodicamente, singoli che poi si riuniscono in gruppi si sentono accomunati dal senso di soffocamento causato dalla stessa aria che li aveva partoriti e cresciuti. Ed ecco il protagonista, l’Autore stesso, cercare nell’altrove – sconosciuto, e quindi presumibilmente salvifico – quel sacro sentimento di appartenenza che al tempo stesso si ricerca e si rifugge, si ama e si disprezza, che dona sicurezza ma ammazza la curiosità di spingersi sempre oltre, sempre un passo più in là. Con uno stile e un pensiero tipicamente romantici, questi uomini bramavano sempre l’ignoto in quanto tale.
Il risultato di questo viaggio è Il pellegrinaggio in Oriente, primo volume della Piccola Biblioteca Adelphi che, volendo leggere questa coincidenza in modo allegorico, pone come un pellegrinaggio nella cultura e nella letteratura mondiale la raccolta di questi libricini che da più di quarant’anni accompagnano gli italiani intellettualmente curiosi. Un romanzo breve imperdibile, avvincente sia per la narrazione magistrale sia per il senso di meraviglia che accompagna le meravigliose cose narrate. Guai a chi non ha questo volume nella propria libreria: se vogliamo, possiamo vedere questi blasfemi come quelli sprovvisti di guida per l’Oriente letterario, per la grande letteratura ancora sconosciuta. Perché il più bel libro scritto è quello che dobbiamo ancora leggere.

Il Marchese del Grillo

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