The Ballad of Bant Singh: una storia di coraggio

La folla di giornalisti, i flash dei fotografi, il luccichio dei lampadari di cristallo. La conduttrice, l’autrice, centinaia di sguardi. La figlia. Il padre. La storia.

Siamo al Jaipur Literature Festival, la rassegna culturale che ogni anno attira scrittori di fama mondiale nella città rosa del Rajasthan, nel nord ovest dell’India. È il 24 gennaio 2016 e sul palco del Diggi Palace – il palazzo reale che dal 2006 ospita la kermesse – non c’è un autore di best seller. Davanti al microfono non c’è nient’altro che un padre, un padre come tanti: Bant Singh, un operaio agricolo della casta dei dalit, che ha perso una gamba ed entrambi gli arti superiori per via di un brutale pestaggio. Il motivo dell’aggressione? Aver difeso sua figlia.

Ma andiamo con ordine, partiamo dall’inizio, anzi, partiamo dalla polvere. Secondo il gveda, uno dei testi più sacri dell’induismo, Brahma, ossia la divinità predisposta alla creazione dell’universo materiale, generò gli uomini traendoli dalle varie parti del suo corpo e suddividendoli in caste. Dalla bocca del dio nacquero i brahmani, custodi della scienza e sacerdoti; dalle braccia i kshatriya, guerrieri e governanti; dal ventre i vaiśya, agricoltori e commercianti; dai piedi i shudra, i servi; infine, dalla polvere sotto i piedi di Brahma, i dalit. I dalit, quindi, sono l’unica casta a non vantare un’origine divina. Sono impuri, sono considerati inferiori. Non possono avere rapporti con membri di altre caste. Devono vivere in periferia ed è loro vietato frequentare luoghi pubblici. Non è loro consentito scegliere la professione che desiderano. Un dalit, infatti, può svolgere solamente quei lavori che in India sono considerati impuri – come il netturbino, il calzolaio o il macellaio. A scuola, i bambini dalit possono sedersi solo in fondo alla classe, vengono discriminati tanto dai compagni quanto dagli insegnanti. Non sorprende perciò che la maggior parte lasci la scuola prima di aver compiuto 11 anni. Talvolta, un dalit a scuola proprio non ci va e finisce con l’essere reclutato dai mediatori di qualche multinazionale.

Fin dalla seconda metà del XIX secolo, l’India è stata teatro di una lunga serie di rivendicazioni da parte della casta dei dalit, che ha portato alla formulazione di un articolo in loro tutela nella Costituzione indiana. Tuttavia, nonostante questo imprescindibile passo avanti nella sfera giuridica, nella vita di tutti i giorni si è ancora lontani da una reale estirpazione di questo costume d’odio. Anzi, pare che la maggior consapevolezza dei propri diritti da parte dei dalit abbia sollecitato le ire e le rivendicazioni di altre porzioni della società, provocando scontri e sanguinose rivolte. Quella dei dalit è insomma una vera e propria storia di discriminazione. Una storia che stride, anzi urla, con l’immagine dell’India capitalista e industrializzata al braccio di ferro con i giganti economici globali. Una storia che è in larga misura anche quella di Bant Singh.

Il 6 luglio del 2002, la figlia appena adolescente di Bant Singh venne accerchiata da un gruppo di uomini che, a turno, la stuprarono. Una volta rientrata a casa, la ragazza non seppe nascondere quanto accaduto alla famiglia. Per quattro lunghi anni, Bant Singh non fece altro che chiedere giustizia, nonostante amici e familiari lo esortassero ad arrendersi. Un lavoratore dalit, infatti, non ha né soldi né influenza. Tutto quello che possiede è il proprio corpo che deve usare per guadagnarsi da vivere. Lo stesso vale per una donna dalit. Il suo corpo è visto come un oggetto, perciò se ne può abusare senza porsi alcun problema. Singh però non si arrese e il suo straordinario coraggio fu premiato: i colpevoli vennero condannati. Per la prima volta nella storia dell’India, un dalit aveva vinto una causa contro un membro di una casta superiore.

Giustizia fu fatta, o almeno così si credeva. Qualche giorno dopo la sentenza, Singh venne aggredito con delle asce e delle spranghe di ferro, che costrinsero i medici ad amputargli una gamba ed entrambe le braccia. Allora, su una sedia a rotelle che non riusciva nemmeno a muovere da solo, Bant Singh poteva gettare la spugna, ne aveva il diritto. Non andò così. Il diciottesimo giorno dopo il pestaggio, quando ancora era in terapia intensiva, Singh sorprese i medici e gli altri pazienti dell’ospedale intonando canzoni di denuncia. Qualcuno lo filmò e il suo video divenne virale. Normalmente il pestaggio di un dalit non fa notizia per i media indiani, ma i sostenitori di Singh iniziarono a moltiplicarsi così rapidamente, che i giornali non poterono non parlarne. Il coraggio di quest’uomo è come fluttuato, impetuoso, negli animi dei suoi compagni. I suoi canti di giustizia sono oggi il simbolo della resistenza dalit.

C’è di più: la storia di Bant Singh ha da poco raggiunto anche il mondo culturale. Il merito è di Nirupama Dutt, poetessa e giornalista indiana, autrice di una biografia-commento sulla figura di questo eroe dei giorni nostri, intitolata The Ballad of Bant Singh. A Qissa of Courage. Assieme alla sua storia, miss Dutt ha portato sul palco dello scorso Jaipur Literature Festival anche Bant Singh in carne ed ossa. Non poteva esserci scelta migliore: il pubblico internazionale non solo si è profondamente emozionato, ma è anche e soprattutto venuto a conoscenza di una realtà che almeno in parte sicuramente ignorava. È inutile dire infatti che oggi non sono in molti a sapere chi siano i dalit e che cosa quotidianamente subiscano. I media non ne parlano. I ribelli che si prendono il rischio di alzare la voce sono troppo pochi. E in tutto ciò, nell’elenco dei suoi obiettivi, il governo indiano preferisce scrivere in grassetto solo le questioni economiche, borioso per via delle previsioni degli economisti che vedono l’India davanti a Cina e Stati Uniti entro il 2030. Del resto è storia già sentita: perché ascoltare un singhiozzo quando si ha il portafogli che fruscia?

Le persone odiano perché hanno imparato a odiare, e se possono imparare a odiare possono anche imparare ad amare, perché l’amore arriva in modo più naturale nel cuore umano che il suo opposto.

Nelson Mandela

Già laureata in Lettere, sto ora per concludere il corso di laurea magistrale in Filologia Moderna. Quando non sto studiando, leggo viaggio o combino pasticci. Amo i film strappalacrime, le foto in bianco e nero, la musica malinconica e i romanzi intimisti. E se state pensando che io sia melodrammatica, non vi sbagliate. Lo sono, ma non ditemelo: mi imbarazzo facilmente.

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