Un museo di street art è il paradosso dell’anno

La street art, da sempre bollata come deturpazione dei luoghi pubblici e -quindi- illegale, nasce inizialmente come movimento di protesta contro la società, la politica, la proprietà privata e con il fine di rivendicare l’arte come valore di dominio pubblico: non solo un modo per renderla fruibile a chiunque passasse per la città, ma anche un modo per esprimere se stessi, creare e condividere le proprie opere per coloro che erano esclusi dal circolo della privatizzazione dei musei.

Con gli anni, però, questo tipo di arte è diventata parte della nostra cultura, tanto da trasformarsi quasi in una moda e portando a volte a dimenticare come e perché tutto è iniziato. Sicuramente lo hanno dimenticato i finanziatori e i promotori della mostra «Street Art – Banksy & Co. L’arte allo stato urbano.», perché un museo privato dedicato alla storia di questo movimento, soprattutto nella città di Bologna, va contro ogni principio dello street artist.

Quella che era nata come arte sotto gli occhi di tutti, come si può rinchiudere all’interno di un museo che prevede il costo di un biglietto? Per quanto la cifra non sia spropositata (13 euro il biglietto intero), è sicuramente troppo alta per un’opera che si poteva tranquillamente vedere sulla facciata di un palazzo a costo zero e che proprio in questo fondava la propria forza.

La mostra «Street Art. Banksy & Co.» da www.newyorkmilano.com.
La mostra «Street Art. Banksy & Co.» da www.newyorkmilano.com.

I colpi di scena comunque non finiscono qui, tra le opere esposte ce ne saranno alcune staccate direttamente dai muri di Bologna, senza l’autorizzazione degli artisti coinvolti poiché bastava quella del comune, con il fine dichiarato di «preservarle dalla demolizione e dall’ingiuria del tempo». Dopo aver additato la street art come illegale e gli artisti come delinquenti, dopo aver denunciato disegni e graffiti perché vandalici (giusto un mese fa veniva condannata l’artista AliCè), dopo aver sgomberato quegli edifici abbandonati che erano laboratorio e luogo di espressione per una cultura che si stava espandendo, non sorprende in realtà che personaggi forti della politica e delle istituzioni italiane trasformino, per un loro vantaggio, le stesse opere messe al bando in oggetti di mercificazione al solo scopo lucrativo e senza nessun rispetto per coloro che le hanno create e per il movimento al quale le opere appartengono.

A questo si ribella uno degli artisti di strada di origini italiane più conosciuti a livello mondiale: Blu. La sua carriera inizia proprio a Bologna, dove ci sono alcune dei suoi lavori più importanti, o almeno c’erano. Infatti la notte tra venerdì 11 e sabato 12 marzo l’artista, per protesta alla mostra e alla violenza fatta per staccare le opere dai vari luoghi in cui sono nate, ha coperto con della vernice grigia i suoi murales creati nel corso di quasi vent’anni e, successivamente ha dichiarato sui social: «A Bologna non c’è più Blu e non ci sarà più finché i magnati magneranno. Per ringraziamenti o lamentele sapete a chi rivolgervi».

L’incomprensione dell’arte di strada, motivazione dei contrasti già alle sue origini negli anni ’70, ha portato così ad un nuovo scontro. Il gruppo di scrittori Wu Ming si schiera dalla parte di tutti gli artisti e tramite il loro blog «Giap» addita la mostra come una spaventosa strumentalizzazione dell’arte libera: «La mostra “Street Art. Banksy & Co.” è il simbolo di una concezione della città che va combattuta, basata sull’accumulazione privata e sulla trasformazione della vita e della creatività di tutti a vantaggio di pochi.». Non possiamo che trovarci d’accordo.

Immagine di copertina dal sito di BLU.

Elena Molinari

Ho 22 anni, studio Lettere e insegno ginnastica ritmica. Amo i romanzi, la musica e la danza in ogni sua forma. Credo nella libertà di espressione e per questo mi piace collaborare ad un blog come Incipit.

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