Quei (troppi) falsi miti sull’8 marzo

Benché il destino abbia voluto ch’io nascessi uomo, almeno una cosa è sicura: se fossi nato donna, avrei poco da festeggiare, che sia oggi l’8 marzo o il 9 luglio o qualsivoglia altra data e non mi basterebbe certo un ramo fiorito di mimosa a placare i miei rivolgimenti interiori. Sarebbe sufficiente ricordare che solo poco più di cinquant’anni fa le donne italiane sono divenute cittadine a tutti gli effetti ed a pieni diritti, conquistando, rispettivamente nel 1945 e nel 1946, l’elettorato attivo e passivo. Un primo importante passo sulla tabella di marcia delle rivendicazioni femministe, le cui voci sono rimaste pressoché inascoltate fino al periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale: i (parziali) successi di queste istanze sono in primo luogo politici e politico è senz’ombra di dubbio il movente che ha guidato e guida tuttora l’immaginario comune a credere in un mito fondativo avvolto dalle nebbie del tempo. Secondo una delle più accreditate versioni, tra le tante, pare che l’8 marzo commemori la morte di centinaia di operaie nel rogo di un’inesistente fabbrica di camicie avvenuto nel 1908 a New York, probabilmente confuso con una tragedia realmente verificatasi in quella città il 25 marzo 1911; altre citano manifestazioni sindacali, altre ancora scioperi, non si sa bene se a New York, a Boston o a Chicago.

Alla luce di questo florilegio di versioni, è bene puntualizzare subito un concetto fondamentale: nemmeno uno di questi racconti trova corrispondenza alcuna nella realtà storica. In breve, sono tutti falsi, artificiosi, creati ad hoc a fini strumentalistici e propagandistici, ciononostante abbastanza credibili da poter sopravvivere ai decenni e formare, alla fine di una lunga stratificazione, quello che ancor oggi molti, troppi considerano come una veridica versione dei fatti. Qual è dunque la verità dietro all’8 marzo? Perché, poi, proprio l’8 marzo? Fino al 1917, infatti, una «Giornata internazionale della donna» era sì festeggiata, ma in modalità, date e luoghi assai differenti tra di loro: dobbiamo attendere la Rivoluzione di febbraio del 1917, la cui prima scintilla scaturì da uno sciopero delle operaie di Pietrogrado, per trovare una legittimazione a questa data, designata quattro anni dopo come «Giornata internazionale dell’operaia» dal Comintern. Con il nome odierno si festeggia in Italia dal 1922, anche se nella prima domenica successiva all’8 marzo (dunque non in una data fissa e prestabilita) ed occorre aspettare ancora, sino al 1977, perché l’ONU inviti ogni Paese membro ad istituire una «Giornata internazionale della donna»: essendo la ricorrenza già consolidata in molti Paesi e celebrata l’8 marzo, fu inevitabile che gli altri Stati si accodassero alla tendenza dominante.

«Festa della donna». Credits: segnalidifumo.it.
«Festa della donna». Credits: segnalidifumo.it.

E che dire della mimosa, pianta il cui ramo fiorito è immediatamente associato alla celebrazione dell’8 marzo, almeno in Italia (da notare il fatto che provenga dall’isola di Tasmania) e che noi uomini, a seconda delle circostanze, siamo invitati, pregati o costretti a regalare a più donne possibile? Un’iniziativa di tre parlamentari (Teresa Noce, Rita Montagnana e Teresa Mattei) affiliate all’UDI (Unione Donne in Italia), che sfrutta la casualità che vuole che questa pianta fiorisca esattamente a inizio marzo; tuttavia, almeno fino agli anni Settanta questa proposta fu osteggiata: opposizione in linea con la polemica che infuriava negli anni precedenti contro il femminismo.

Storia non poco travagliata, dunque, costellata da inevitabili scontri con il pensiero e la morale dominanti, frutto di un androcentrismo da sempre alla base della cultura occidentale, foriero di disuguaglianze sociali, economiche e culturali, in vista di una apparentemente manifesta inferiorità della donna. Donna che fin troppo spesso nella dimensione pubblica è oggetto di salari più bassi, opportunità meno vantaggiose ed inconciliabilità tra maternità e lavoro, mentre nella dimensione privata è vittima di scarsa considerazione, insulti, minacce e violenze, che possono purtroppo sfociare in «femminicidio» (che è stato riconosciuto come reato di violenza di genere solo tre anni fa).

Una vera e propria guerra, fatta di battaglie combattute non per ricreare una luciferina caduta dal Paradiso dell’uomo, sino ad oggi inesorabilmente uno o più gradini al di sopra del gentil sesso, bensì per ottenere finalmente l’agognata parità di genere, senza che uno emerga sull’altro, bensì sulla base di un’idea di vera uguaglianza, certamente impossibile sul piano fisico, ma altrettanto indubbiamente doverosa sui restanti ambiti. E non sono di sicuro mancate vittorie importanti, come le leggi sul divorzio e sull’aborto (1970 e 1978, rispettivamente): tuttavia si registrano altresì altrettante vittorie di Pirro, quali la tanto decantata legge sulla parità di trattamento sul lavoro tra uomini e donne del 1977. Sfido chiunque ad affermare che questa legge sia stata mai applicata ad oggi. I pregiudizi permangono e non sono affatto facili da eradicare. Carissime lettrici, non dimenticate ciò che avete patito per essere le donne che avete la possibilità di essere oggi e non smettete mai di lottare per quello in cui credete. Oggi, come ogni altro giorno, dimostrate al mondo il vostro valore.

Alberto Mantovani

Ho 18 anni, studio Lettere Antiche, gioco a rugby e suono il basso…ci fosse qualcosa che riesca a fare bene! Credo in Incipit almeno quanto le sue direttrici. Scrivo anche su metallized.it.

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