Landays: versi velenosi sotto il burqa dell’Afghanistan

Gereshk (Afghanistan), aprile 2012.
Rahila Muska, nom de plume di Zarmina, stava sussurrando al telefono una poesia d’amore quando la cognata la colse di sorpresa, accusandola di avere una relazione extraconiugale. Non le fu concessa alcuna possibilità di replica: poche ore dopo, gli uomini di casa picchiarono Zarmina senza esitazione. Insaziati dalla brutale sopraffazione fisica, si spinsero oltre: distrussero ogni ritaglio di carta su cui la donna aveva annotato dei versi, qualche appunto, un pensiero. Due settimane dopo, Zarmina decise di togliersi la vita e si arse viva. Aveva appena 17 anni.

Oggi in Afghanistan si può morire per la guerra, per la fame, per violenze sessuali, per una storia d’amore, per uno sciopero, per un’apparizione in tv o per aver espresso ad alta voce la propria opinione. La scelta è così vasta, soprattutto per le donne, che ci si chiede se fosse proprio necessario aggiungerci dell’altro. Ma tant’è: in Afghanistan, oggi, si muore anche di poesia. Zarmina non è che l’ultima di una lunga serie di poetesse-martiri.

Zarmina non aveva un amante. Faceva parte di un’associazione letteraria di Kabul, ma non avendo il permesso di uscire di casa, si serviva del telefono per comunicare con i membri di quel gruppo. La giovane si era messa in contatto con l’associazione dopo aver sentito alcune donne recitare poesie alla radio, sua unica finestra sul mondo esterno. Aveva fin da subito trovato nella poesia un luogo in cui urlare la sua disperazione e aveva iniziato a comporre frequentemente il numero verde che le socie avevano creato.
Tale associazione è il Mirman Baheer ed è la versione contemporanea dell’Ago d’Oro, una rete letteraria femminile dell’epoca dei talebani che si riuniva a Herat, ufficialmente per cucire, in realtà per parlare di letteratura. Fondato da Sahira Sharif, politica e attivista afghana, oggi il Mirman Baheer a Kabul non ha bisogno di nascondersi: le oltre cento socie sono figure dell’alta società come parlamentari, giornaliste, insegnanti e note scrittrici. Nelle province lontane dalla capitale però – Khost, Paktia, Maidan, Wardak, Kunduz, Kandahar, Herat e Farah – il Mirman Baheer svolge la sua attività nella più totale segretezza, come fosse una setta. Qui le iscritte sono molte di più, forse trecento, ma è difficile farsi un’idea del numero preciso perché in moltissime scrivono sotto falso nome, così da non poter essere identificate dalla famiglia qualora i loro testi vengano letti pubblicamente.

Uno dei principali obiettivi dell’associazione è quello di raccogliere i landays delle donne afghane. I «landays» – parola che in lingua pashto significa «piccolo serpente velenoso» – sono componimenti poetici anonimi della più antica tradizione afghana, formati da due soli versi, il primo di nove sillabe e il secondo di tredici. Generalmente sono cantati a voce alta, accompagnati dai colpi di un tamburo che ne scandisce la musicalità. I landays hanno infatti una ritmica interna molto rigorosa che li rende simili ad una cantilena, ad una ninna nanna, quasi si volesse addolcire con il suono il veleno del loro significato. Un significato che si distingue non solo per l’affascinante incisività di quelle ventidue sillabe, ma anche per la sua capacità di articolare verità condivise dall’universo femminile in grado di smentire l’inveterata immagine della donna afghana, come nient’altro che un fantasma muto sotto un burqa azzurro.

Quando le sorelle siedono insieme, lodano sempre i propri fratelli.                                                                             Quando i fratelli siedono insieme vendono le proprie sorelle ad altri fratelli.

Mi hai venduto ad un vecchio, padre.                                                                                                                                                     Che Dio distrugga la tua casa, ero tua figlia.

A woman in burqa walks past a store that projects laser beams in an underpass in Kabul, Afghanistan on February 20. 2012.
Credits: seamusmurphy.com

Furia collettiva, urla soffocate, disperazione, soprattutto disperazione. Non uno di quei versi parla di speranza. È la desolazione a dominare. Le autrici piangono lo sfiorire di una vita non vissuta, soffocata, calpestata.

Io ti chiamo. Sei una pietra.                                                                                                                                                                               Un giorno ti volterai e vedrai che me ne sarò andata.

Ho sognato di essere il presidente del mondo.
Mi sono svegliata: ero il barbone dell’intero universo.

Ma sono anche versi che documentano il letale impatto dell’interminabile guerra su chi, come le donne afghane, non può fuggire o ribellarsi, ma soltanto pregare che i bombardamenti risparmino il tetto sotto cui riposano i propri figli.

Possa Dio distruggere la Casa Bianca                                                                                                                                                           e uccidere l’uomo che ha mandato i missili americani contro la mia patria.

Che Dio distrugga i talebani e ponga fine alla loro guerra.                                                                                                               Hanno reso le donne afghane vedove e puttane.

Grazie ad associazioni come il Mirman Baheer, nel corso degli anni le donne afghane hanno iniziato ad acquisire una maggiore consapevolezza delle violazioni che sono costrette a subire a causa di una cultura rigidamente patriarcale. Nei versi dei landays, questa consapevolezza si traduce in un impeto di ribellione che si esplicita ora nella volontà di mettere in ridicolo l’uomo, ora nella volontà di sedurlo.

Fare l’amore con un uomo vecchio                                                                                                                                                                 è come andare a letto con un gambo di mais avvizzito e nero di muffa.

Non c’è uomo abbastanza coraggioso per vedere                                                                                                                                 come le mie cosce vergini brucino i miei pantaloni?

Se oggi il mondo occidentale conosce alcuni dei tanti landays afghani, il merito va soprattutto alla giornalista americana Eliza Griswold e al fotografo Seamus Murphy, i quali tra il 2012 e il 2014 hanno svolto una lunga e attenta ricerca sul campo, raccogliendo, nei campi profughi e nei villaggi afghani, molte di questi componimenti femminili. Da questa ricerca sono nati un video, Snake ed il libro intitolato I am the beggar of the world: Landays from Contemporary Afghanistan (New York, Farrar Straus and Giroux, 2014), leggibile anche sul Poetry Magazine.

L’idea di questo progetto sorse proprio in seguito alla notizia della morte di Zarmina: il New York Times Magazine aveva ordinato infatti ad Eliza e Seamus di raccogliere informazioni sulla sua storia. Naturalmente, trovare la famiglia di una giovane poetessa adolescente che scriveva con uno pseudonimo in una zona di guerra non era affatto un compito semplice. Solo dopo una complessa ricerca con l’aiuto di alcune efficaci associazioni afghane, i due reporter sono riusciti a trovare la famiglia della ragazza e rendere nota la sua tragica storia. Fin dai primi anni di vita, Zarmina era stata promessa in sposa ad un cugino suo coetaneo. Contrariamente a quanto accade alla maggior parte delle donne del Paese, Zarmina e il suo promesso sposo erano finiti con l’innamorarsi perdutamente l’uno dell’altro. Quando però, poco prima del matrimonio, la famiglia del giovane si dichiarò incapace di pagare il prezzo della dote richiesto dal padre della ragazza, questi sciolse il fidanzamento e diede in sposa la figlia ad un uomo molto più vecchio di lei. A Zarmina fu negata qualsiasi possibilità di ribellarsi, di fuggire, di esprimersi. E quando la giovane trovò la forza straordinaria di raccontare il suo dolore nelle velenose ventidue sillabe dei landays, le fu negata anche la vita.

Il giorno del giudizio griderò forte:
ho abbandonato il mondo con il cuore pieno di speranza.
Rahila Muska

I landays qui riportati sono libere traduzioni di quelli raccolti nel libro di Eliza Griswold sopracitato. Le foto appartengono all’album Snake. Afghan women poetry di Seamus Murphy.

Già laureata in Lettere, sto ora per concludere il corso di laurea magistrale in Filologia Moderna. Quando non sto studiando, leggo viaggio o combino pasticci. Amo i film strappalacrime, le foto in bianco e nero, la musica malinconica e i romanzi intimisti. E se state pensando che io sia melodrammatica, non vi sbagliate. Lo sono, ma non ditemelo: mi imbarazzo facilmente.

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