Film d’autore: moda del cinefilo o cambio di gusti?

Cosa ci spinge, dopo una settimana invernale di pioggia e freddo e di faticoso lavoro, ad impiegare il pomeriggio libero di un sabato o di una domenica a sorbirci tre ore di polpettone cinematografico nel multisala più vicino a casa nostra? Quale forza irrefrenabile mi impedisce di rimanere sdraiato sul divano? Cosa strappa le mie dita dallo schermo del tablet con cui stavo giocando a qualche colorato videogame, per chiudermi in una sala di cinema ad impegnare la mia attenzione sul nuovo film di un regista dal cognome impronunciabile? Forse sarebbe meglio vedere un film americano più tradizionale, dove l’eroe semplicemente supera gli impervi ostacoli trionfando sul male: meno attenzione richiesta e meno tempo perso.

L'americanissimo Tom Hanks in coppia con Steven Spielberg in Il ponte delle spie.
L’americanissimo Tom Hanks in coppia con Steven Spielberg in Il ponte delle spie da comingsoon.it.

Gli intellettuali o gli appassionati di cinema tra voi lettori storceranno il naso, ma è inutile ammettere che sono questi i pensieri che gli italiani solitamente fanno quando viene loro proposto di andare al cinema a vedere un lungometraggio cosiddetto «d’autore», più impegnato o più particolare rispetto ai soliti blockbuster americani o alle solite commedie popolari. Infatti, i film d’autore da sempre portano a casa meno incassi di quelli più commerciali: basti citare, restando in Italia, il successo di Checco Zalone con 64.740.000 € di incassi a domenica 7 febbraio (che continuano a crescere) contro i soli 2.066.959 € a lunedì 8 febbraio dell’ultimo lavoro di Giuseppe Tornatore La corrispondenza.

Eppure nelle ultime settimane le sale si sono riempite sia per The Revenant, ultima fatica del regista messicano premio Oscar Alejandro González Iñárritu, sia per Il ponte delle spie, ventottesimo lungometraggio dello storico regista hollywoodiano Steven Spielberg. Entrambi corrono per l’Academy Award come Miglior film del 2016, però la differenza è abissale. Mentre il secondo è una classica produzione di Hollywood, in cui il protagonista incarna l’eroe portatore dei vecchi valori americani e che mostra quanto fosse «brutta e cattiva» la Russia comunista al confronto con gli immacolati Stati Uniti negli anni ‘60, il primo è un film che osa di più: mostra scene più forti e realistiche, è più poetico, meno prevedibile, più d’avanguardia per tecnica e recitazione. Tuttavia Il ponte delle spie non delude lo spettatore medio, proprio perché gli offre ciò che si aspetta senza togliergli un lieto fine; è un’opera che lascia soddisfatti senza turbare il nostro animo. The Revenant, invece, ci attacca come un pugno nello stomaco e ci obbliga a non perdere mai l’attenzione per non farci sfuggire neanche un singolo intenso attimo di natura poetica, ci richiama alla cattiveria primordiale dell’uomo e anche al suo ancestrale istinto di sopravvivenza, portato all’estremo; è quindi un film che può annoiare e turbare lo spettatore medio.

Solitamente la fascia di pubblico delle due pellicole sarebbe nettamente differente, eppure negli ultimi tempi questa differenza pare essersi alquanto assottigliata. Lo stesso discorso lo si può fare per altri due grandi successi: Sopravvissuto – The martian di Ridley Scott, più per le masse, e The hateful eight di Quentin Tarantino, più di nicchia; anche stavolta il pubblico è corso in massa in sala per entrambi. Bisogna quindi parlare forse di un ritorno in voga del cinema d’elite tra i favori delle grandi masse? Certo, il numero dei biglietti comprati può essere simile, ma la qualità degli spettatori e le loro reazioni sembrano essere alquanto differenti: da alcune esperienze rilevate in sala pare che la tradizione di Spielberg conquisti l’intero pubblico, mentre l’innovazione di Tarantino e Iñárritu sia in parte bocciata, come suggeriscono alcuni sbadigli nei momenti più intensi e impegnativi e segni di disgusto per le scene più crude.

Quindi, forse i gusti non sono in fondo variati totalmente, soprattutto considerando che i registi sopracitati devono il loro successo proprio alla loro componente originale e innovativa. Dunque, è probabile che l’ingente pubblicità prodotta dal cast conosciuto o dalla candidatura agli Oscar abbia portato la gente a comprare allo stesso modo il biglietto sia per uno che per l’altro film. Basti pensare all’enorme entusiasmo del pubblico per l’ennesima nomination come Miglior attore a Leonardo DiCaprio (che questa volta pare essere più vicino di sempre alla statuetta), pubblico che poi vedendo lo stesso DiCaprio infilarsi nudo nella carcassa morta di un cavallo durante la proiezione non trova ciò che probabilmente si aspettava. Da ciò deriva l’ipotesi che si tratti di spettatori troppo abituati ai blockbuster commerciali -come prova l’enorme successo che ebbe Cinquanta sfumature di grigio l’anno scorso- e che quando si trovano davanti ad un’opera più impegnativa, che richiede un minimo di ragionamento e che non finisce con i titoli di coda, rimangono delusi e annoiati.

Insomma, lo stesso effetto che fece La grande bellezza quando venne trasmesso in Mediaset dopo la vittoria dell’Oscar come Miglior film straniero: una grandissima quantità di spettatori televisivi che tuttavia si lamentarono per la sua lentezza, la sua lunghezza  e la sua cripticità.

L’ipotesi che si insinua è che stiamo assistendo una sorta di temporanea «moda del cinefilo», il quale sceglie la visione di un lungometraggio impegnato così potrà affermare di aver visto il film che vincerà l’Oscar o potrà definirsi intenditore, criticando il lavoro di un regista che probabilmente conosce poco ma che ha sentito nominare molte volte. Di qui, sono spiegate le valanghe di meme sul povero Leo e l’ambita statuetta o di gif sul tarantiniano Vincent Vega sperduto nei luoghi più strani. Ma tra la pubblicazione sui social di questi simpatici contenuti alla vera comprensione ed ammirazione per tali lavori la distanza è grande.

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Uno dei tanti meme sul caso DiCaprio.

Ma tralasciando ogni malignità e cercando di essere meno critici e pessimisti, riponendo più fiducia nel pubblico italiano, potremmo sperare che invece quest’ultimo si sia stancato delle botte tra supereroi e delle volgarità spicciole di certe commedie, e che adesso, incuriosito magari anche da nomi celebri, preferisca un cinema di qualità superiore, o comunque che offra una visione alternativa e più insolita. In fondo, è preferibile sperare che un comune spettatore rimanga più colpito positivamente da un The Revenant visionario e innovativo, anziché da Il ponte delle spie, film pur sempre solido, ma che manca di originalità e che cade in luoghi comuni visti e rivisti. Infatti, tra i due è molto probabile che nella storia del cinema il primo venga ricordato ed il secondo cada nell’oblio, perché nella storia della cinematografia alla fine i lavori diventati iconici e indimenticabili molte volte non sono quelli che hanno raggiunto gli incassi maggiori. In fondo, è preferibile sperare perché se la qualità e il numero di pubblico  per un film  raggiungono entrambi un buon livello ben venga. Perciò, è forse una fortuna che ci sia anche una moda di vedere film d’autore, così facendo si aiuta la diffusione di materiale artistico cinematografico di qualità che offra un’esperienza diversa e alternativa.

Per concludere, da reddit.com una gif con un confuso Vincent Vega.
Per concludere, da reddit.com una gif con un confuso Vincent Vega.
Cesare Bisantis

Nato a Padova da genitori calabresi nel 1997, è iscritto alla facoltà di Lettere Moderne di Padova. Ama scrivere racconti, poesie ed articoli, leggere libri, ma soprattutto ha una spiccata passione per il Cinema. Si considera umilmente un romantico decadente.

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