A 30 anni dal maxiprocesso, la Mafia è ancora un cancro nello Stato

Intervista ad Antonio Calabrò, autore de I mille morti di Palermo, Ed. Mondadori.

10 febbraio 1986: ha inizio il maxiprocesso di Palermo contro Cosa Nostra, la mafia siciliana. Quel giorno segna l’avvio del riscatto della giustizia contro un’illegalità dilagante. Oggi, trent’anni dopo quella prima vittoria, vogliamo ricordare tutte quelle persone che hanno lavorato con impegno fino a sacrificare la loro stessa vita con l’unico scopo di riportare onestà, integrità e legalità nel nostro paese.
Grazie a quel processo si scoprì con orrore che la malavita aveva infettato tutti gli apparati dello Stato italiano: la politica, l’economia, le istituzioni locali e nazionali; ma fu proprio a partire da questo evento che uomini di grandissimo spessore morale decisero di incominciare a restituire alla Repubblica un solido sistema giudiziario.

Il maxiprocesso è una prima vittoria contro la mafia; tuttavia, come ci ricordano le cronache di questi giorni sulla camorra napoletana, la guerra non è purtroppo ancora finita. Il ricordo di coloro che hanno lottato negli anni passati deve essere d’ispirazione per noi che siamo qui, oggi: come chi ci ha preceduto, dobbiamo lottare per la giustizia ma, soprattutto, dobbiamo lottare contro l’idea, ancora presente, di invincibilità della mafia.
Infatti, non è la mafia a fare le regole e non è il popolo a doversi ribellare: sono gli uomini mafiosi ad infrangere la legge, sono loro quelli che si ribellano allo Stato; il compito dei politici, dei giudici, dei giornalisti e di tutto il popolo italiano è quindi quello di non dimenticarsi mai chi sta dalla parte della ragione e di fare il proprio lavoro e la propria parte affinché la legge venga rispettata.

Ne abbiamo discusso con il professor Antonio Calabrò, giornalista e scrittore, che proprio per questo trentesimo anniversario ha pubblicato un nuovo saggio, I mille morti di Palermo, in cui vengono raccontati anni difficili per la Sicilia, dilaniata da guerre tra clan mafiosi e delitti di sangue contro quegli uomini che non volevano piegarsi. Una Sicilia isolata dal resto dell’Italia, che intanto si lasciava affascinare dal clima degli anni Ottanta: «Al Nord c’è la “Milano da bere”. Giù c’è la “Palermo da morire”» scrive Calabrò. In un tale contesto operano molti uomini coraggiosi, che contribuiranno all’avvio del maxiprocesso e alla diffusione della consapevolezza che la mafia non sia impunibile.

Nel suo libro racconta una realtà del nostro Paese che spesso dimentichiamo; sono anni di una vera e propria guerra in Sicilia che però già all’epoca sembrava non essere percepita nel resto d’Italia. Perché secondo lei è importante ricordarli anche oggi? E perché è importante tramandare questa storia alle nuove generazioni che quella guerra non l’hanno vissuta?
Ricordare quella guerra, ed è il motivo per cui ho scritto questo libro, è un modo per rendere omaggio alla memoria di persone che in quanto uomini e donne delle istituzioni si sono impegnati a difendere la legalità, le regole, la convivenza civile anche a rischio della vita. Alcune sono figure note, anche dal punto di vista mediatico, per esempio Carlo Alberto Dalla Chiesa o Piersanti Mattarella, altri, invece, sono finiti in una sorta di cono d’ombra perché la storia è passata velocemente e il tempo non ha lasciato tracce del loro passaggio e della loro testimonianza. Allora, forse vale la pena che anche le nuove generazioni sappiano dell’impegno di giudici molto competenti e molto onesti come Cesare Terranova, Gaetano Costa e Rocco Chinnici, di carabinieri come Emanuele Basile e Mario D’Aleo, di poliziotti come Beppe Montana e Ninni Cassarà e di uomini politici di grande rigore morale come Pio La Torre e Piersanti Mattarella, e dei tanti altri, giornalisti, imprenditori e medici, che hanno tenuto fermo il principio del rispetto del loro mestiere e del loro dovere. Avere consapevolezza di tutto questo significa anche avere la capacità di leggere come è cambiato il volto dell’Italia nel corso del tempo.

Cosa ha significato per lei vivere e lavorare a stretto contatto con la guerra di mafia?
Quando avevo più o meno vent’anni sono entrato a lavorare in quel piccolo giornale straordinario che si chiamava L’Ora, una palestra di lavoro e di vita. Era un giornale del pomeriggio, con pochi mezzi, ma con un grande senso della responsabilità e della bellezza del fare questo mestiere: faceva delle cronache senza timore, senza rispetto per i potenti, faceva delle inchieste, affrontando i problemi di una città e di un’isola in un momento molto complicato della sua storia. Allora, la guerra di mafia vista dal punto di vista di noi che lavoravamo a L’Ora era un’occasione per poter fare i conti con una criminalità che incideva direttamente sulla politica e sull’economia. Non era sufficiente avere una capacità di racconto dei fatti di cronaca nera, ma andava riconosciuta l’importanza della ricostruzione del contesto e del clima dei rapporti in cui in mezzo stavano quei delitti. 

Credits: Ansa
Credits: Ansa.it

Come era la vita in quel periodo?
Vivere a Palermo in quegli anni, lo abbiamo imparato in tanti, significava domandarsi in continuazione come andasse considerato quel singolo delitto e in che quadro andasse inserito.

Lo stesso lavoro che, con altra attitudine e per un altro mestiere, facevano i giudici del pool antimafia: intuizione importante di Falcone, di Borsellino e degli altri magistrati fu che i delitti andassero considerati dentro un sistema di relazioni, che la mafia era un’entità organica che si muoveva disponendo crimini e che quindi andava perseguita e mandata sotto processo lavorando non solo sul singolo omicidio, ma sulla catena che li legava agli altri reati. Il maxiprocesso è l’insieme di tutte queste cose, costruito con molta intelligenza giudiziaria, molta memoria, senso della storia passata della mafia e della sua attualità e collaborazione tra competenza diverse. Per questo il pool era uno strumento fondamentale.

Quindi sostanzialmente la svolta è stata quando si è passati a una visione d’insieme?
Esattamente. È un’intuizione di Gaetano Costa prima e di Rocco Chinnici in seguito: attività importanti, come traffici di droga e di denaro, e delitti di sangue in una visione d’insieme. Quando Rocco Chinnici affida a Giovanni Falcone il compito di iniziare a indagare e poi forma il pool antimafia, lì c’è la svolta. Ed è una svolta di cui la mafia capisce tutta la pericolosità, tant’è vero che uccide Chinnici con una bomba che devasta la città. Ma il tentativo di fermare il pool fu vano. «Palermo come Beirut» era il titolo che facemmo il giorno dell’assassinio di Chinnici sulla prima pagina de L’Ora.

La svolta è quello stesso maxiprocesso: per la prima volta nella storia i vertici della mafia sono messi in galera e portati davanti a un tribunale, dal quale usciranno una serie di condanne confermate in Cassazione. Questo è un punto importante perché significa che il processo era stato istruito talmente bene e condotto in aula con tanta sapienza da reggere l’analisi di tutti i gradi di giudizio.

È corretto dire che all’inizio non solo la mafia interferiva con le indagini, ma anche lo Stato stesso, per paura o interesse, appariva restio a iniziare una lotta contro Cosa Nostra? Quanto hanno influito i rapporti Stato-mafia nella lotta contro la mafia stessa?
Io non parlerei di «Stato-mafia», ma di uomini di istituzioni della politica che trafficavano con la mafia. Lo Stato è un’entità dentro cui c’è di tutto: le regole, la legge, ecc. Lo Stato siamo noi. Ci sono state stagioni lunghe in cui parti della politica hanno stretto rapporti illeciti e inquietanti con le cosche di Cosa Nostra, quindi si può parlare di un tradimento di componenti dello Stato che si mettevano d’accordo con la mafia. Lo Stato è il maxiprocesso: la legge che viene riconosciuta e affermata. Ma l’equazione Stato-mafia è sbagliata. Detta così, ed è un modo sbagliato di dirla da parte de tutta l’opinione pubblica, non consente di capire in profondità qual era il senso e la realtà di quei rapporti.

Il fatto che dopo gli attentati a Falcone e Borsellino non ci siano più state stragi e omicidi così di rilievo, è segno di una vittoria definitiva contro Cosa Nostra? Oppure c’è solo maggior attenzione a non esporsi?

La strategia di violenza stragista di Cosa Nostra è stata sconfitta: Riina è finito in galera, Provenzano è finito in galera, è finito il tempo della violenza più esplicita voluta della banda dei Corleonesi.
La mafia però è ancora presente ed è pericolosa. In primo luogo è presente nelle forme che non sono Cosa Nostra (siciliana), la ‘Ndrangheta si è espansa dalla Calabria verso nord e ha inquinato parti della politica e parti dell’economia anche in regioni molto ricche, come la Lombardia. Sciascia diceva: «la linea della palma è salita verso nord».
In secondo luogo, in Sicilia, un capomafia pericoloso come Matteo Messina Denaro è ancora latitante: comanda, fa affari, organizza violenza ed è in grado di uccidere. La mafia, intesa come Cosa Nostra, dopo il maxiprocesso e la cattura di alcuni dei boss più importanti è sicuramente più debole, però è ancora pericolosa. Guai a pensare che sia un fenomeno finito.

Diceva sempre Sciascia: «Temo la mafia quando non spara». In questo momento non sta sparando, anche se troviamo nelle cronache evidenze di violenza camorrista nel napoletano proprio in questi giorni. Possiamo sicuramente dire che Cosa Nostra è più debole, sta un po’ sott’acqua, non si fa vedere, però continua ad avere un tentativo di influenza sugli affari, sui soldi e prova ad averlo anche sulla politica. Molti capimafia sono cambiati, e probabilmente non ne conosciamo i nomi, e alcuni pesanti capimafia del passato sono ancora in circolazione quindi bisogna sempre tenere alta la guardia.

Nel 2001 l’ex ministro Lunardi ha dichiarato: «Con la mafia e la camorra bisogna convivere»: è vero? Non c’è possibilità per una sconfitta definitiva?
Io credo che l’affermazione di Lunardi sia stata un atto di grave irresponsabilità da parte di un uomo di governo. Non si convive con l’illegalità, la si combatte. È vero che è un fenomeno con radici profonde, con anche parti del consenso sociale, ma va combattuto. La mafia si combatte fino a quando verrà sconfitta. Giovanni Falcone diceva: «La mafia è un fenomeno storico: ha avuto un inizio, avrà anche una fine», la fine può essere accelerata da attività giudiziarie, come il maxiprocesso o come le indagini successive. Non ci si può convivere. Convivere significa accettarne la presenza.

Sono passati trent’anni dal maxiprocesso. Cosa ha cambiato nella storia del nostro paese, nelle organizzazioni mafiose e nell’opinione pubblica?
Il maxiprocesso è stata la riprova che lo Stato può benissimo vincere la mafia rispettando tutte le sue regole e con gli strumenti giudiziari adeguati, ed è stato anche la riprova di come l’opinione pubblica si può riconoscere in un grande strumento istituzionale per combattere la mafia. È una lezione ancora attuale. Da parte dell’opinione pubblica si è capito che la mafia non è invincibile, anche se dopo il maxiprocesso sono arrivate le stragi di Falcone e Borsellino, momento cupo e drammatico della storia della Repubblica.

Sicuramente il cambiamento nell’opinione pubblica si riscontra anche nel diverso atteggiamento della Chiesa siciliana, che nel corso del tempo ha reso più evidente il suo impegno contro la mafia. È stato necessario il sacrificio di padre Pino Puglisi perché fosse chiarissima l’ostilità della Chiesa nei confronti della mafia e l’estraneità della mafia nei confronti della Chiesa.
La mafia d’altro canto ha preso atto che la stagione in cui i boss venivano assolti per insufficienza di prove è finita, il loro potere è stato messo seriamente in discussione.

Camilleri, autore di rilievo negli ultimi anni in Italia, attraverso i suoi romanzi, anche se non parlando in modo diretto della questione mafiosa, lascia spesso trasparire questo aspetto della Sicilia, schierandosi contro uno Stato e un popolo restio al cambiamento e alla volontà di combattere. Lei è d’accordo con questo?
Io credo che Camilleri abbia ragione: c’è stata per un tempo troppo lungo una situazione di complicità, di connivenza o di indifferenza di parte larga dell’opinione pubblica e di parte larga della politica in Sicilia e a Roma nei confronti della mafia, come se fosse un fenomeno con cui venire a patti, «con cui convivere», per usare l’espressione di Lunardi. Poi c’è stata anche una Sicilia minoritaria ma importante, Camilleri e Montalbano ne sono una prova, come anche tutti gli altri suoi personaggi positivi, perché ritengono che la mafia sia un cancro da espellere dal corpo dello Stato. Dunque un cancro non è un elemento estraneo a un corpo, è un elemento deviato del corpo, così come lo è la mafia rispetto alla società siciliana.

Elena Molinari

Ho 22 anni, studio Lettere e insegno ginnastica ritmica. Amo i romanzi, la musica e la danza in ogni sua forma. Credo nella libertà di espressione e per questo mi piace collaborare ad un blog come Incipit.

One thought on “A 30 anni dal maxiprocesso, la Mafia è ancora un cancro nello Stato

  1. L’articolo sulla mafia con l’intervista a Calabro’ colpisce per la chiarezza dell’informazione e la competenza con cui e’ scritto. Date, nomi di autorevoli personaggi, scrittori di ieri e di oggi ci aiutano a ricordare e a riflettere su una realta’ ancora viva con cui non ci si deve mai scoraggiare di lottare.

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