Nuvole nere dall’Est, un’analisi sui neo-fascismi

Con le elezioni in Germania lo scorso 23 settembre il partito di ultradestra AFD, fondato pochi anni fa da Bernd Lucke, e ora sotto la guida di Alice Weidel si è confermato come il terzo partito tedesco ottenendo un risultato storico che, per la prima volta, porterà l’estrema destra al Bundestag, il parlamento tedesco.
Questo risultato non è solo frutto di una crisi interna della politica tedesca che mostra il sempre più vicino tramonto dell’era di Angela Merkel, ma è anche il prodotto inevitabile di un’avanzata populista in Europa e di un vento neofascista che da anni, indisturbato, soffia da est.
Per il segretario generale della Spd, Hubertus Heil, la situazione è ben più preoccupante di quanto sembri: «qui non abbiamo più a che fare con una destra populista», spiega, «ma con l’estrema destra vera e propria».

Analizzando la situazione politica di nazioni come Slovacchia, Polonia, Ungheria e Romania ci si accorge, infatti, che non si parla più semplicemente di populismi, ma di veri e propri partiti nazionalisti di estrema destra.

Alle elezioni dello scorso anno in Slovacchia un elettore su cinque ha votato per i partiti della destra ultra nazionalista. Ecco quindi che il Partito popolare Slovacchia Nostra (Sns) guidato da Marian Kotleba, noto sostenitore della ex Repubblica Slovacca, stato satellite della Germania hitleriana, è riuscito ad entrare in Parlamento passando dall’1,58% del 2012 all’8,05% del 2016, arrivando a far parte della nuova coalizione di governo.
Come racconta a Lettera43.org Peter Weisenbacher, giornalista e direttore dello Human Rights Institute di Bratislava, «un risultato del genere era atteso in Slovacchia, ma nessuno si aspettava che un partito apertamente neonazista come quello di Kotleba potesse ottenere tanti consensi». Tale risultato è da iscriversi all’interno di una forte crisi del sistema politico slovacco che, a causa della forte corruzione dei partiti tradizionali, già nel 2006 aveva portato a una radicalizzazione dell’elettorato. Per Weisenbacher la mancanza di una estrema sinistra sul piano nazionale ha senza dubbio favorito i movimenti di ultradestra che, servendosi di slogan populisti, sono riusciti non solo ad intercettare il malcontento della società civile, ma anche a ottenere il supporto della gioventù slovacca.
Marian Kotleba, che si fa chiamare dai suoi collaboratori «vodca», ovvero duce, si è inserito nel panorama politico slovacco facendo leva su una radicale politica antieuropea e contro la Nato, entrambe viste come organizzazioni lesive per la sovranità nazionale e la forza della popolazione slovacca. Kotleba inoltre è noto per le sue posizioni razziste e xenofobe che negli anni hanno prodotto vere e proprie rappresaglie contro gli immigrati, ma soprattutto contro la popolazione rom e sinti.
Il leader del partito Slovacchia Nostra è noto anche per le sue pericolose posizioni storiche, in quanto non definisce un problema della Slovacchia la deportazione degli ebrei durante il regime filonazista di Josef Tiso del 1939.
Ex capo della Comunità Slovacca-Partito Nazionale, sciolta nel 2008 dal Ministero degli Interni per le sue posizioni estreme, Marian Kotleba è stato definito dal presidente slovacco Andrej Kiska un vero e proprio «fascista». Il capo di stato ha poi aggiunto che non basterebbe sciogliere la formazione di estrema destra con mezzi legali, ma bisognerebbe mettere in atto un vero e proprio processo di modificazione del sistema politico slovacco in modo tale da riproiettare la fiducia dei cittadini verso le istituzioni perché «se lo Stato funziona la gente non ricorre a politiche radicali».

Così come la Slovacchia anche la capitale polacca Varsavia ha, negli ultimi anni, conosciuto la rinascita del populismo di destra. Nonostante questo, però, durante le elezioni parlamentari del 2015 la maggioranza è stata raggiunta dal partito conservatore cattolico PiS, mentre la destra dichiaratamente xenofoba del partito euroscettico KORWiN non ha nemmeno raggiunto il 5% dei consensi.
Se a prima vista il pericolo sembrava passato si sono dovuti, però, fare i conti con l’elezione di ben dieci esponenti del Movimento Nazionale (Rn) di ultradestra, candidatisi con il partito di protesta Kukiz’15.
Il caso polacco inoltre restituisce all’Europa un parlamento dove non siede nemmeno un deputato di centro sinistra, caso unico in tutta l’eurozona.
Sono poi moltissime le formazioni nazionaliste, xenofobe e omofobe attive in Polonia; ne sono un esempio il Campo Radicale Nazionalista (Onr), Rinascita Nazionale Polacca (Nop), Sangue e Onore (Kih) e la formazione Falanga; tutte accomunate da un uso ben studiato di simboli e colori che ricordano quella che potremmo definire «Galassia Nera».
I sostenitori di tali movimenti sono soliti incontrarsi ogni anno l’11 novembre a Varsavia per le celebrazioni dell’indipendenza polacca, un momento di unità nazionale divenuto da anni occasione di ritrovo per l’estrema destra non solo nazionale, ma anche estera. Nel 2015 infatti assieme alle formazioni di casa, prime fra tutte Falanga, Rn e il partito KORWiN, hanno sfilato gli ungheresi del Movimento per l’Ungheria Migliore (Jobbik) e Roberto Fiore, leader di Forza Nuova Italia, che è stato invitato dai delegati polacchi e ungheresi a visitare il parlamento polacco.

Manifestazione del Campo Radicale Nazionalista (ONR) in Polonia

Analizzare la storia della Polonia diventa sicuramente importante per comprendere come una nazione che nell’agosto del 1944 lanciò una resistenza anti-nazista risulti oggi essere un importante luogo di ritrovo per i neofascisti di tutta Europa.
Le cause di questo forte nazionalismo sono da ricercarsi prima di tutto nella natura geografica di questo territorio che da sempre si è trovato schiacciato tra la Germania e il vicino continente Russo. Ecco quindi che alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale la Polonia si trovava ad essere occupata dalle truppe hitleriane senza avere catene montuose o fiumi a proteggerla; i suoi continui mutamenti di confine e le spartizioni territoriali derivanti dai vari patti in periodo bellico, primo fra tutti il patto Molotov-Ribbentrop, non fecero altro che accentuare una insicurezza profonda nella popolazione polacca.
I cittadini della Polonia, infatti, hanno vissuto drammaticamente la posizione geografica della loro nazione da sempre in balia delle grandi potenze, fino ad arrivare a subire una vera e propria sudditanza psicologica.
Tutto questo, però, fino alla sopraccitata rivolta di Varsavia contro i tedeschi che portò a 160mila morti tra le fila dei civili. Questo fatto ha nel tempo alimentato un forte senso di nazionalismo che trova grande fonte di ossigeno all’interno degli stadi di calcio. La stessa tifoseria della «Legia Warszawa», curva ultras da tempo nota alle federazioni calcistiche e alla Uefa per la sua condotta violenta anche contro gli stessi giocatori della Legia, nell’ambito di una partita preliminare di Champions League contro la vicina Astana, ha scelto di commemorare la Rivolta di Varsavia del ’44 con una coreografia a dir poco imponente, se non inquietante per gli ospiti.
Se negli anni ’80 il fenomeno di Solidarność riuscì a minare il potere dell’Unione Sovietica portando al crollo del muro di Berlino nove anni dopo, oggi il popolo polacco, fiero della propria identità rivalutata e rafforzata alla fine del XX secolo, vede nell’Europa e nelle imposizioni comunitarie il nemico esterno da contrastare e distruggere.
È da ricordare inoltre il disastro aereo sui cieli russi del 2010 dove perse la vita Lech Kaczynski, allora presidente della Repubblica e fratello gemello di Jaroslaw, odierno presidente del PiS ed ex Primo ministro della Polonia dal 2006 al 2007. Il fatto venne subito percepito dai cittadini polacchi come un attentato, perpetrato dai russi e coperto da «traditori» della patria, tra i quali le élite liberali e cosmopolite, nonché l’allora premier Donald Tusk, odierno presidente della Comunità europea.
Per ironia della sorte il presunto attentato è avvenuto in occasione delle celebrazioni dell’eccidio di Katyn, genocidio ordinato da Stalin che spazzò via l’intera intellighenzia polacca nella primavera del 1940.
Tutto ciò non ha fatto altro che alimentare lo spirito della cittadinanza che sembra non riuscire a mitigare la spinta autoritario-sovranista che sta prendendo potere in Polonia. Le visite di Trump e della famiglia reale inglese volte a cercare una soluzione non hanno avuto alcun esito, anzi hanno accentuato la volontà di autoritarismo che ha sempre caratterizzato il paese dell’Est. Il fascismo polacco non viene del resto vissuto male dalla popolazione, basti pensare all’eredità per alcuni addirittura «ottima» lasciata dal generale Józef Klemens Piłsudski, che nel maggio del ’26, su ispirazione della Marcia su Roma attuata dalle camicie nere di Mussolini, compì un colpo di stato con la successiva assunzione di poteri dittatoriali.

Ultras della Legia Warsawa, da notare la croce celtica sul petto

Nominata poc’anzi per la presenza di suoi rappresentanti alle manifestazioni nazionaliste polacche, anche l’Ungheria sta attraversando una fase buia sul piano politico.
A capo del governo c’è Viktor Orbán che, avendo cavalcato la cresta dell’onda sin dalla caduta del dominio dell’URSS in Ungheria, nel 2010 si è riconfermato per la seconda volta Primo ministro grazie alla sua posizione di leader del partito Fidesz-Unione civica ungherese.
Pur avendo compiuto nel 1989, durante il pieno processo di dissoluzione dell’Unione Sovietica, un discorso sulla libertà elettorale e sulla voglia di democrazia, quello che oggi Orbán sta cercando di compiere è un traghettamento interno del sistema politico ungherese, volto alla ricerca del consenso per ristabilire una dittatura
a tutti gli effetti.
Il cavallo di battaglia del capo del Fidesz è la lotta all’immigrazione; una lotta ben nota alle organizzazioni non governative, Medici senza Frontiere in primis, per la presenza di un vero e proprio muro di filo spinato al confine con la Serbia per il blocco della famosa rotta balcanica. L’8 settembre del 2015 fece scalpore un video girato proprio in quelle zone dove si poteva vedere la giornalista Petra Laslzo fare lo sgambetto ad un padre siriano in fuga dalle autorità ungheresi con una piccola in braccio. Incriminata per il gesto la Laslzo venne punita dalle autorità non per «considerazioni etniche riguardanti lo status di migrante delle persone colpite», ma per aver intralciato lo svolgersi di un servizio di ordine pubblico, suscitando l’indignazione e la rabbia dei presenti. Alzando così un polverone sulla zona che era meglio evitare, secondo le autorità di Budapest.
Il 2 ottobre dello scorso anno il governo ungherese ha indetto un referendum chiedendo l’opinione dei cittadini sull’accettazione o meno delle imposizioni dell’Unione Europea sulle quote d’immigrazione fissate per ogni paese. Nonostante gli sforzi della propaganda, il quorum necessario non è stato raggiunto. La risposta di Orbán è stata quella di proporre una modifica della Costituzione sulla politica migratoria senza che il Parlamento riuscisse a bloccare tale manovra, non prendendo quindi in minima considerazione l’inaspettato risultato referendario.
Lasciando da parte la già nota situazione fortemente xenofoba, l‘aria che si respira in Ungheria è di vera e propria antidemocrazia. Nel 2016, nell’ambito del referendum, interi gruppi extraparlamentari di destra hanno fisicamente bloccato esponenti dell’opposizione mentre questi erano intenti a depositare le firme per l’azione referendaria. Nonostante la gravità della situazione che vede molto attive le fazioni della destra estrema, nel paese l’interesse per la politica è scarso; il menefreghismo dei giovani non è da sottovalutare in quanto aiuta gli estremismi ad emergere. Come sostiene Elisa, da italiana che ha vissuto a Budapest, il nazionalismo estremo si manifesta in maniera evidente attraverso un odio verso lo straniero ben radicato negli strati sociali.
Dai palazzi del potere agli autoproclamati cacciatori di migranti nelle frontiere, passando per le tifoserie calcistiche, ancora una volta siamo di fronte a una nazione fortemente contraria alle politiche di integrazione e alle scelte di Bruxelles.

La situazione politica della Romania, ultimo paese che tratteremo in questo pezzo, sembra aver subito una svolta nel 2014 quando, contro la maggior parte delle previsioni, il conservatore di origini tedesche Klaus Iohannis è diventato il nuovo Presidente rumeno battendo a suon di voti il Premier Victor Ponta, ad oggi incriminato per riciclaggio di denaro e corruzione.
Le parole d’ordine della campagna dell’outsider appartenente alla minoranza tedesca della Transilvania, neanche a farlo apposta, erano proprio la lotta alla corruzione e una trasformazione delle dinamiche politiche interne per cancellare definitivamente gli echi del fantasma sovietico e aprire la strada per una buona convivenza con le altre nazioni dell’eurozona. Ecco quindi che con i suoi 55 anni il nuovo Premier è riuscito a insediarsi anche grazie all’appoggio di Angela Merkel e della comunità protestante, di cui lui stesso fa parte nonostante la maggioranza della popolazione sia di religione ortodossa.
Iohannis era il «volto nuovo» scelto dai liberali per una nuova politica di azione da Bucarest. Le idee cardine del Partito Nazionale Liberale sono la laicità dello Stato, la separazione dei poteri e la creazione di un mercato libero e sebbene il PNL non vanti una propaganda di estremismi come negli altri paesi europei è senza dubbio significativo il risultato elettorale che ha lasciato a bocca asciutta l’ex leader socialdemocratico Victor Ponta, figura importante del centro-sinistra romeno.
Questa situazione restituisce all’Europa una nazione che sembra essere in qualche modo ben più incline a seguire le direttive di Bruxelles, ma che subisce senza dubbio la vicinanza con l’Ucraina. La crisi che ha colpito nell’ultimo periodo Kiev ha prodotto enormi flussi migratori in partenza soprattutto dalle regioni di Odessa e Cernovtsky; tutto ciò, di riflesso, non ha fatto che portare a posizioni di estremismo nazionalista il predecessore di Iohannis, Traian Băsescu, che verso la fine del suo mandato ha più volte invitato la popolazione femminile della Romania a fare più figli per difendere la purezza dell’identità nazionale.
L’ex Presidente, conservatore anch’esso, espresse, durante il suo mandato, il volere di riannettere le vecchie regioni romene di Cernovtsky, Odessa e Kinisev «rubate dal Stalin» nel 1918 e oggi sotto il governo ucraino. Sembra che tali scelte politiche siano state abbandonate dal neo Presidente che durante il suo insediamento ha dichiarato di voler essere il Presidente di tutti.
L’estrema destra sembra non aver svolto grandi manovre durante questi cambiamenti europeisti, se non rivendicando le attività di piccole formazioni chiaramente neofasciste come il gruppo di Noua Dreapta, legato al circuito europeo di Forza Nuova e degli ucraini di Svoboda, e ispirato al leader antisemita d’anteguerra Corneliu Codreanu.
Preoccupano però le continue campagne e le aggressioni contro i rom in corso in tutto il paese dal 2014: recentemente un blog neonazista di Timisoara, Nat88 ‒ dove 88 sta per HH, ovvero Heil Hitler ‒, ha offerto un compenso in denaro alle donne rom «che accetteranno di farsi sterilizzare».

L’attuale situazione dell’Europa dell’Est non può che dipingere un quadro a dir poco preoccupante che rischia di minare il funzionamento democratico dell’intera regione.
La sindrome populista è per sua stessa definizione «lato oscuro» connaturato alla democrazia; essa infatti, attraverso la creazione di tensioni tra istituzioni politiche e cittadini, mina la qualità dei processi democratici mettendo in discussione gli elementi costitutivi della democrazia di tipo rappresentativo. Se si aggiunge a tutto ciò la forte pulsione nazionalistica e identitaria ben radicalizzata che da più di un secolo agisce in queste regioni da sempre schiacciate tra Est e Ovest, assieme alla profonda crisi economica e giuridica ecco che si ha una visione ben chiara di ciò che sta avvenendo, il più delle volte silenziosamente, attorno a noi.
Oggi più che mai è quindi importante rafforzare la democrazia, «restando umani» e agendo in uno spazio funzionale alla dottrina umanocentrica che vada oltre le barriere territoriali e le frontiere fisiche e non solo, promuovendo il modellamento di una società sulla base di valori umani e non violenti.

Nato nel secolo scorso, studente di Scienze Politiche che ogni tanto scatta fotografie per provare a raccontare il mondo e i suoi cambiamenti.
Appassionato di cinema, letteratura e dell’arte in tutte le sue forme.

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