Improbabile che i nazisti tornino in Germania: la fenomenologia di AfD

Per chi pensava che l’onda populista si fosse infranta sugli scogli delle elezioni in Francia e Olanda, la mattina del 24 settembre 2017 il caffè deve aver avuto un gusto particolarmente amaro. Nonostante la (scontata) vittoria e conseguente riconferma della cancelliera Angela Merkel, le elezioni per la composizione del Bundestag hanno riservato una prima volta assoluta. Il partito AfD, Alternativa per la Germania, ha strappato un 12.6% di consenso entrando nel Parlamento Tedesco con 94 seggi. Per la prima volta dai tempi della follia nazista un partito di estrema destra si affaccia in modo tanto massiccio nel panorama politico-istituzionale tedesco. Ciò obbliga la Germania, oggi più che mai, a fare i conti con un passato tanto ingombrante e mai totalmente seppellito.

Bernd Lucke, fondatore del partito

Per capire il presente, come spesso accade, bisogna partire dal passato. Il partito AfD nasce nel 2013 ad opera di Bernd Lucke, economista e professore di macroeconomia all’Università di Amburgo. Agli albori, il movimento si qualificava come apertamente euroscettico, in quanto proponeva l’indizione di referendum popolari per il recupero di sovranità, l’uscita dall’Euro della Germania e la possibilità di creare unioni monetarie alternative e parallele. Cavalcare i malumori riguardanti l’Unione Europea, però, non consentì all’AfD l’entrata nel Bundestag, in quanto alle elezioni esso ottenne «solo» il 4.7% in un sistema che prevede la soglia di sbarramento al 5%. Riguardo i temi etici, l’AfD assumeva una posizione conservatrice sulle questioni di genere e di omosessualità, arrivando a disapprovare unioni tra persone delle stesso sesso e criticando politiche di genere ormai mainstream, come l’incentivazione delle quote rosa o l’equiparazione tra sessi.

Solamente due anni dopo, nel 2015, il partito subisce una repentina mutazione, iniziata al congresso di Essen dove Frauke Petry venne eletta presidente a maggioranza assoluta. Per capire le nuove posizioni estremiste assunte dall’AfD bisogna innanzitutto collocare il tutto in un quadro geopolitico mondiale pesantemente condizionato da una massiccia ondata di attacchi terroristici. Dall’inizio del 2015, infatti, paesi come la Francia, il Regno Unito e la stessa Germania furono vittime di numerosi attentati terroristici di matrice islamica fondamentalista, compiuti da affiliati o sostenitori di Al-Qaida e dello Stato Islamico (ISIS). Il primo attacco terroristico avvenne tra il 7 e il 9 gennaio, quando vennero attaccati gli uffici del giornale satirico Charlie Hebdo a Parigi e il supermercato kosher Hyper Cacher a Porte de Vincennes, e causò diciassette vittime. A distanza di 10 mesi, sempre in Francia, una serie di attacchi terroristici sferrati da un commando armato collegato all’ISIS si è reso protagonista di una delle più cruente aggressione nei confini dell’Unione europea dopo gli attentati dell’11 marzo 2004 a Madrid.

Questi attentati di matrice islamica destabilizzarono una già precaria scena geopolitica mondiale, che solo quattro anni prima aveva assistito alla caduta della Libia di Gheddafi e a un cruento conflitto in territori divenuti ostaggio degli scontri tra numerose milizie tribali. Il fenomeno, definito delle «Primavere Arabe» aprì tutta una serie di conflitti, tutt’oggi lontani dall’essere sanati, che destabilizzarono non solo la Libia ma anche la Siria, l’Egitto, la Tunisia, lo Yemen, l’Algeria, l’Iraq, e che coinvolsero aree del Medio Oriente e del Nord Africa. Per sfuggire a queste vere e proprie carneficine, centinaia di migliaia di persone abbandonarono tutto ciò che possedevano, compresi i propri cari, affrontando veri e propri esodi in condizioni molto lontane da qualsivoglia traccia di diritti umani. Convinte di trovare una scialuppa di salvataggio nel Vecchio Continente, queste persone vennero però accolte con iniziale freddezza, la quale si trasformò ben presto in diffidenza, per poi culminare in odio. Di fronte a questo emergenza umanitaria senza precedenti, le risposte delle istituzioni statali europee non sono state sufficientemente soddisfacenti nel condurre una politica di integrazione adeguata. Gli attentati dell’ISIS hanno penetrato l’immaginario collettivo di una società civile impreparata, facendo germogliare un seme di intolleranza verso altre culture. L’associazione «islamico, quindi pericoloso» sarà una sorta di leitmotiv che porterà ad una profonda ondata di islamofobia.

In questo contesto storico-politico viene ora più facile capire la svolta a destra operata da Frauke Petry una volta raggiunta la leadership del partito. Decisa a cavalcare il sentimento islamofobo, Petry criticò aspramente la politica integrativa di Angela Merkel, agitando lo slogan di stampo trumpiano «Germany First», oltre a promettere porte chiuse verso i migranti, difesa dei confini e restrizione del diritto d’asilo. Le frequenti strizzate d’occhio al movimento anti-islamico Pegida convinsero lo stesso fondatore Bernd Lucke ad abbandonare la sua stessa creatura, ormai irriconoscibile anche agli occhi del suo stesso creatore. Le successive elezioni regionali svolte nel 2016 diedero ragione a Frauke Petry e premiarono la sua svolta estremista con ottimi risultati alle urne. Stupefacenti, in particolare, il 15,1% dei consensi ottenuti nel Baden-Württemberg, dove AfD divenne il terzo partito, il 12,6% nella Renania-Palatinato, mentre nella Sassonia-Anhalt si guadagnò addirittura il secondo posto ottenendo il 24,2% dei suffragi. Ottimi risultati ottenne anche in Meclemburgo-Pomerania Anteriore diventando, con il 20,8% dei voti, secondo dietro all’SPD, e nel Land di Berlino con il 14,1%.

Un’ascesa così rapida è spiegabile con l’espressione «sindrome da populismo», fenomeno sempre più diffuso nella scena politica europea e mondiale. Oggi il termine «populismo» rimbalza continuamente da quotidiani a trasmissioni politiche e ha assunto molteplici connotazioni: nella stessa comunicazione politica non è insolito incappare in politici che lo giudicano negativamente, mentre altri arrivano a fregiarsi del titolo di populisti. In realtà, l’espressione «sindrome populista» si riferisce ad un particolare comportamento della classe politica, la quale intende massimizzare la propria risposta alle richieste della società civile nel breve periodo, rischiando di compromettere la stabilità della stessa nazione in un contesto di più ampio respiro. In un realtà frenetica e mutevole come quella della post-modernità, l’incapacità delle istituzioni di fronteggiare fenomeni migratori così imponenti ha comportato una sempre maggiore disaffezione e sfiducia verso la dimensione politica. I cittadini sono molto più affascinati da chi promette un effetto immediato rispetto a chi prevede un piano a lungo termine, fatto magari di sacrifici iniziali che però potrebbero portare a risultati stabili in un prossimo futuro.

Tutto ciò ha portato a una rinascita di consensi per la destra in tutta Europa, soprattutto a scapito dei partiti di governo e dei vari partiti socialisti. Nel dettaglio, gran parte dei voti guadagnati dall’AfD in Germania sono stati «scippati» alla CDU/CSU, il partito della cancelliera Merkel, la quale ha ammesso che la prossima sfida per il proprio partito sarà la riconquista delle preferenze perse. L’ultimo (per ora) step nella mutazione del partito Alternativa per la Germania risale all’aprile 2017, quando la leader Petry, incinta del quinto figlio, annunciò che non sarebbe entrata nel gruppo parlamentare previsto per le successive elezioni di settembre. In realtà, all’interno dell’AfD era in corso una vera e propria lotta fra diverse correnti politiche, su tutte quella di Frauke Petry e quella definita (ancor più) estremista di Alice Weidel.

Alice Weidel e Alexander Gauland, rispettivamente presidente e vicepresidente di AfD

 Ad uscirne vincitrice fu proprio Alice Weidel, la quale venne eletta leader con il 67,7% dei voti insieme al settantaseienne vicepresidente Alexander Gauland. Tutti questi assestamenti hanno portato una profonda eterogeneità interna al partito, oltre a far emergere visibili contraddizioni, su tutte l’ostinarsi a dichiararsi contrari ai matrimoni gay sebbene la stessa Alice Weidel sia lesbica con due figli.
Inoltre, a differenza di altri partiti di destra come il Front National o la Lega Nord, i nazionalisti tedeschi non sembrano avere molto a cuore le fasce più deboli della popolazione. Anzi, com’era d’altronde nel momento della fondazione, esso ha un programma economico ultraliberista che, al massimo, può ricordare il vecchio Front National filoreaganiano, quello di Jean-Marie Le Pen.

Nonostante questi equivoci, come riportato in apertura, alle legislative di settembre 2017 AfD si colloca al terzo posto con il 12,64% e ben 94 deputati, entrando per la prima volta in parlamento. Chi scrive non trova però verosimile un ritorno al potere dei nazisti, anatema già agitato da diversi media e giornali. Parere autorevole a supportare questa tesi è quello di Gian Enrico Rusconi, uno dei massimi conoscitori del sistema politico della Germania e degli sviluppi che l’identità tedesca sta avendo. Egli sintetizza in poche righe il proprio pensiero: «In Germania non stanno tornando i nazisti, non c’è nessuna nostalgia verso quei tempi, nessuno mette in dubbio l’esistenza dell’Olocausto, non sono antisemiti. Ci potrà forse essere qualche elemento che vive forme di nostalgia individuale, la questione è però più insidiosa e profonda. Loro dicono: basta con la cultura della colpa!». Secondo Rusconi, il popolo tedesco avrebbe riconosciuto l’enorme dolore causato dall’Olocausto ma sarebbe, al contempo, stanco di dover continuamente fare i conti con un senso di colpa derivante da azioni svoltesi ormai settant’anni fa. Ciò che realmente il popolo tedesco vorrebbe consisterebbe in una normalizzazione dei rapporti con il proprio passato, come è stato fatto da altri popoli prima di loro. Il vero elemento di novità consiste quindi, sempre citando Rusconi, nella «presenza all’interno del Bundestag di persone che mettono in discussione l’elaborazione del senso di colpa per l’Olocausto e quindi le radici stesse dell’identità tedesca di oggi».

La vera incognita resta quindi il presente, dove bisognerà capire la reale natura dell’AfD. Confrontandosi con la realtà internazionale privilegeranno la questione dei rapporti con il passato o le questioni politiche e geopolitiche attuali? Se, come sembra, la questione dell’identità tedesca è stata usata principalmente per fini politici, viene quindi da chiedersi quali saranno le posizioni di un partito in continua evoluzione, forse troppo mutevole persino per gli stessi leaders. Non è da escludere l’ipotesi che, come sia rapidamente asceso, l’AfD decada velocemente o più semplicemente muti ancora, cercando di cavalcare l’onda senza venirne travolto.

Vent’anni, studente di scienze politiche. Una passione per l’arte, in tutte le sue forme, e tanta ambizione.

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