Il «Mein Kampf»: è inutile proibire un saggio filosofico mediocre

«Im Elternhaus», «A casa dei genitori», così – oseremmo dire bucolicamente – inizia il Mein Kampf, la bibbia politica del nazionalsocialismo scritta da Adolf Hitler e pubblicata nel 1925. Il saggio venne redatto in carcere, dove il futuro Führer era rinchiuso dopo il fallito colpo di stato del novembre 1923, e risponde essenzialmente a due esigenze dell’autore, che si sovrappongono più volte: il Mein Kampf doveva essere innanzitutto un bilancio della battaglia politica condotta fino al 1925, ma rivela ben presto avere «il carattere di una mistura di biografia, trattazione ideologica, manuale di tattica e di agitazione», per citare la biografia del dittatore scritta da Joachim Fest.
Analizzare il Mein Kampf («La mia battaglia») non è semplice perché richiede al lettore lo sforzo di separare il testo in sé e per sé dal disastro che ha firmato Adolf Hitler. Noi ci proviamo comunque, senza prendere in considerazione le idee a tratti anacronistiche, ma molto più spesso semplicemente aberranti, che il Mein Kampf intende propagandare.

Chiunque, come chi scrive, abbia un po’ di dimestichezza con testi di filosofia politica si accorge di avere fra le mani un lavoro a dir poco mediocre: la prosa è difficile, sovrabbondante, logorroica, mentre la parte teorica è così colma di autoesaltazione da risultare difficilmente comprensibile.
Un saggio mediocre, addirittura scadente, di filosofia politica ha portato a un risultato – tragico – su vastissima scala e questo impone una riflessione: com’è stato possibile? Per rispondere a questa domanda servono alcune elementari basi storiche che contemplano la situazione politica tedesca dopo il primo conflitto mondiale: una depressione e uno scontento enormi che hanno portato Adolf Hitler ad ascendere rapidamente al potere.
Il successo editoriale dell’opera, se così si può chiamare, inizia nel 1933, con l’avvento di Hitler al potere: negli otto anni precedenti vennero vendute poche migliaia di copie, ma con la dittatura il Mein Kampf diventò un testo che veniva consegnato alle giovani coppie che si sposavano e il popolo tedesco era costretto ad averlo a disposizione. Ma la diffusione capillare del saggio non coincise in alcun modo con la diffusione dei contenuti, come spiega bene lo storico Francesco Perfetti: l’opera era «tutt’altro che invogliante sia per il tono a volte oracolare e irritante, sia per il carattere asistematico e rapsodico della trattazione, sia ancora per la pesantezza e l’oscurità dello stile, oltre che, naturalmente, per il carattere aberrante di alcune tesi, a cominciare da quelle antisemite».

«Una sola preoccupazione spinge a costruire programmi nuovi o a modificare quelli che già esistono: la preoccupazione dell’esito delle prossime elezioni»: il cinismo del Führer è quanto mai attuale, malgrado siano passati nove decenni. Ci troviamo in un’epoca di grande difficoltà economica e politica, terreno fertile per quelle forze che puntano a risolvere i problemi sospendendo la democrazia. Di fronte alla demagogia spiccia di certi cosiddetti politici, che puntano a semplificare grossolanamente ogni questione solo per racimolare voti, è importantissimo conoscere il passato: se è difficile dar ragione a Nietzsche e alla sua teoria ciclica della storia come «eterno ritorno dell’identico», è innegabile che molto spesso il presente assomigli drammaticamente al passato. «La popolarità offre il primo elemento per creare l’autorità», spiega Hitler, e continua affermando che quest’ultima è fondata anche (e soprattutto) «nella potenza, nella forza».

Nonostante più di una somiglianza fra il 2017 e il 1933, stigmatizzare (com’è accaduto nel giugno 2016, quando il Giornale l’ha offerto come allegato a pagamento) la diffusione del Mein Kampf rimane un atteggiamento idiota, come tutte le condotte censorie: sia perché si tratta comunque di un documento storico molto utile per comprendere il pensiero hitleriano, sia perché la diffusione dell’ideologia nazionalsocialista non è in alcun modo collegata con quella del libro.
Se vogliamo fare un parallelismo fra Hitler e Benito Mussolini, è quest’ultimo – che, tra l’altro, era giornalista – ad aver dato un contributo alla propria immagine utilizzando la parola scritta. Prova di questo è che, se il sequel del Mein Kampf è stato un fiasco totale, del Duce troviamo migliaia di pagine scritte, tante da poter comporre un’opera omnia di più di quaranta volumi, in gran parte fatta di articoli e discorsi, quindi contenuti meno organici e ovviamente ben più brevi di un volume di filosofia politica. In Italia la propaganda scritta durante il Ventennio ha avuto molteplici forme, e gli scritti di Mussolini figurano fra queste.

Rendere accessibile il Mein Kampf significa affrontarlo per quello che è: un’opera filosofica scadente che, a causa delle tragiche azioni compiute dal suo autore, è divenuta un fondamentale documento storico per comprendere il pensiero di un criminale. Proibirne la diffusione (anche riservandola solo agli addetti ai lavori) significa donarle un’aura di proibito che indubbiamente aumenta le aspettative intorno a essa: e questo è l’errore più grande che si possa compiere. Solo la conoscenza può portare alla consapevolezza, e solo quest’ultima può impedire nuove follie.

In evidenza: copertina del Mein Kampf dell’edizione 1926–1928, da Wikipedia.

Tito Borsa

Ho fondato e diretto per 3 anni e mezzo La Voce che Stecca, e ho collaborato con Il Borghese e il Corriere del Veneto, oltre che con la Booth School of Business della University of Chicago. L’informazione rende gli individui liberi.

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