Autorità e conformismo: le ragioni psicologiche di nazismo e fascismi

Sin dall’inizio dei tempi l’uomo si è organizzato in comunità e ha stabilito per sè e per i suoi simili delle regole sociali, che permettessero la vita organizzata in gruppo. Le regole e le dinamiche che regolano i rapporti all’interno dei gruppi si differenziano da quelle che regolano i rapporti tra individui singoli. È di questo che, dalla sua nascita, si è occupata la psicologia sociale.
Le domande chiave erano e sono: i gruppi sono semplicemente la somma degli individui che li compongono o in essi c’è qualcosa in più?  Come si articola la relazione tra individui e gruppo? Già nel 1895, Gustave Le Bon anticipa alcuni dei nuclei fondamentali della disciplina, che saranno poi sviluppati nei secoli successivi, come il ruolo della leadership e del conformismo nelle dinamiche di gruppo.
In particolare Le Bon notava come nelle folle la personalità dell’individuo si annichilisse insieme al senso di responsabilità personale. All’interno della folla il singolo è pronto a fare cose che se fosse da solo forse non farebbe, perché contagiato dal comportamento del gruppo. Inoltre Le Bon nel suo La Psicologia delle Folle (1895) enunciò alcune delle tecniche che i leader utilizzavano per fare presa sulla folla: l’affermazione «quanto più […] è concisa, sprovvista di prove e dimostrazioni, tanto maggiore è la sua autorità»; la ripetizione «ciò che si afferma finisce, grazie alla ripetizione, col penetrare nelle menti al punto da essere accettato come verità dimostrata» e, come abbiamo visto, il contagio. Queste tecniche di persuasione sono le stesse usate nella propaganda politica. Lo stesso Hitler, nel Mein Kampf, afferma che: «… i suoi effetti devono sempre essere rivolti al sentimento, e solo limitatamente alla cosiddetta ragione. […] La prudenza di evitare qualsiasi presupposto spiritualmente troppo elevato non sarà mai abbastanza grande. […] La ricettività della grande massa è molto limitata, la sua intelligenza mediocre, e grande la sua smemoratezza. Da ciò ne segue che una propaganda efficace deve limitarsi a pochissimi punti, ma questi deve poi ribatterli continuamente, finché anche i più tapini siano capaci di raffigurarsi, mediante quelle parole implacabilmente ripetute, i concetti che si voleva restassero loro impressi».
Quindi l’affermazione e la ripetizione sono gli strumenti usati dal leader per far presa sulle folle e hanno parte del merito nell’ascesa di Hitler e del regime nazifascista, avvenimento che darà una scossa agli studi di psicologia sociale. Infatti in seguito al dramma dell’olocausto, dovuto al diffondersi delle ideologie fasciste, la psicologia sociale si è interrogata con ancora più interesse sui meccanismi che avevano reso possibile una tale tragedia umana.
L’opera del filosofo e sociologo Adorno, La Personalità Autoritaria, ha dato via ad un filone di ricerca sui motivi psicologici del fascismo, coniandotra l’altro l’espressione «tendenze antidemocratiche» e tracciando una sorta di profilo della personalità di chi è più propenso a seguire il fascismo. La teoria di Adorno sarà poi modificata e migliorata da Altemeyer, negli anni ’80, il quale creerà il concetto di «right-wing authoritarianism» e definirà meglio il tipo di personalità autoritaria, la quale presenta un più alto grado di sottomissione all’autorità stabilità e all’ordine sociale e per questo prova ostilità nei confronti di chi non segue le suddette norme.
Queste persone, secondo lo studioso, sviluppano un più alto senso di conformità al gruppo dominante, tanto che ritengono giusto usare la coercizione nei confronti di coloro che non si sottomettono alle «regole del gruppo». A differenza di quello che aveva teorizzato Adorno, però, secondo Altemeyer queste caratteristiche non sono intrinseche nella personalità dell’individuo, ma sono frutto di apprendimento sociale. Questa intuizione implica che si possa anche trovare il modo per prevenire le tendenze autoritarie attraverso l’educazione, cosa che apre il campo ad un nuovo spazio di ricerca in merito.

Obbedienza all’autorità stabilita e conformismo appaiono quindi le due molle principali che fanno scattare quei meccanismi che hanno fatto sì che un’intera nazione seguisse ciecamente le idee di Hitler. A partire dai tardi anni ’50, negli Stati Uniti, vennero condotti diversi studi su queste due istanze, e anche alcuni esperimenti che rimasero famosi per aver dimostrato il potere che la pressione dell’autorità e del gruppo possono esercitare sull’individuo: primo fra tutti l’esperimento effettuato da Solomon Asch sul conformismo (1956), il quale si era prefisso di dimostrare come l’individuo possa essere influenzato dal pensiero dominante. L’esperimento consisteva nel porre alcune domande sulla lunghezza di alcune linee disegnate ad un gruppo di persone, che erano tutti complici dello sperimentatore a parte uno, il soggetto sperimentale. Durante l’esperimento i complici, dopo aver risposto correttamente alle domande per qualche tempo, cominciavano a dare risposte palesemente errate. Il soggetto sperimentale incredibilmente si adattava alla risposta della maggioranza, nonostante sapesse che era errata. Fu così dimostrato come il gruppo maggioritario possa imporre la propria opinione sul singolo e far sì che faccia cose che probabilmente non farebbe in sua coscienza.

Frame di un video dell’esperimento di Asch

Il lavoro di Asch diede stimolo ad un altro studioso per compiere un esperimento simile, ma questa volta analizzando come la pressione dell’autorità agisca sulle persone: stiamo parlando di Stanley Milgram e del suo celebre lavoro del 1961. Al soggetto sperimentale era richiesto di effettuare una serie di domande ad un altro soggetto, complice, e di impartire a quest’ultimo delle scosse elettriche nel caso avesse sbagliato le risposte. La richiesta era effettuata dallo sperimentatore, il quale incitava anche il soggetto a continuare a dare le scosse senza curarsi della salute del complice. Le scosse erano ovviamente finte e il complice fingeva solo di riceverle, il soggetto era però ignaro di questo e anzi credeva che ad ogni risposta sbagliata l’intensità delle scosse aumentasse. Il risultato dell’esperimento dimostrò che i due terzi dei soggetti sperimentali (persone dal profilo psicologico non violento, uomini e donne comuni) continuavano ad obbedire agli ordini dello sperimentatore e ad impartire le scosse anche a più alto voltaggio. Si notò anche come la presenza dello sperimentatore nella stessa stanza del soggetto aumentasse l’obbedienza e addirittura che quando lo sperimentatore indossava il camice (segno di autorità scientifica) l’obbedienza era più alta che quando non lo indossava.
Il lavoro di Milgram rese palese come l’autorità stabilita possa esercitare un potere incredibile sui singoli, rendendoli in grado di compiere anche atti di violenza sugli altri. Fu un esperimento rivoluzionario, che comportò una presa di coscienza sulla questione.

Copertina del giornale universitario di Stanford sull’esperimento di Zimbardo.

  A questo seguì un altro celebre lavoro di Zimbardo, che nel 1973 effettuò quello che passò alla storia come «l’esperimento della prigione di Stanford» (e che venne ripreso anche dal cinema nel bellissimo e angosciante film tedesco The Experiment).
Infatti lo studioso ricreò nel campus dell’università un finto carcere e reclutò 24 studenti,  divisi in due gruppi: 12 avrebbero interpretato il ruolo delle guardie e gli altri 12 quello dei carcerati. Il senso era quello di vedere come il ruolo investito (quello di guardia, che possiede il potere e deve mantenere l’ordine) potesse modificare i comportamenti dei soggetti. L’esperimento venne sospeso dopo sei giorni, a causa dell’escalation di violenza e degli abusi del gruppo delle guardie su quello dei carcerati. Grazie a questo esperimento, che sconvolse l’autorità scientifica e non, si rese noto come in particolari situazioni anche le persone più comuni possano diventare dei violenti aguzzini.

Un altro esperimento che contribuì a dimostrare l’attrattiva che esercitano i regimi autoritari fu quello tenuto al di fuori dell’ambiente accademico, da un professore di un liceo californiano, Ron Jones, il quale ricreò una sorta di gruppo autocratico all’interno della propria classe. Il gruppo doveva sottostare al leader (che era lo stesso professore) e soprattutto mantenere la disciplina, salutandosi in un modo simile al saluto nazista e creando una forte identità come gruppo elitario. Anche questo esperimento venne interrotto pochi giorni dall’inizio poiché Jones aveva cominciato a perdere il controllo della situazione: gli studenti dimostravano un incredibile coinvolgimento nel progetto e la loro disciplina e lealtà al leader erano incredibili. Lo scopo di dimostrare quanto facilmente, grazie ai giusti sistemi di disciplina e di conformità al gruppo, si potesse creare una società autocratica venne raggiunto. La storia di Jones venne anche ripresa in cinematografia dal film tedesco Die Welle (L’Onda).

Finora abbiamo visto, attraverso i lavori citati, come l’autorità e la maggioranza possano influenzare le opinioni e dirigere le azioni del singolo. A tutto questo potremmo controbattere notando che sia il fascismo che il nazismo inizialmente erano movimenti di piccole dimensioni, che non coinvolgevano vaste folle. Viene perciò da chiedersi come gruppi ristretti e minoritari siano riusciti a imporsi. Anche a questo la psicologia ha cercato di dare risposta: secondo Serge Moscovici, se il gruppo minoritario è saldamente ancorato alle proprie idee e queste sono in aperto contrasto con l’ideologia dominante è proprio questa coerenza del gruppo minoritario che riesce a far presa sul gruppo dominante e mettere in discussione se stesso. In questo modo la minoranza riesce ad incidere sulla società e spesso a trasformarsi in gruppo dominante.

Tutti gli esperimenti citati danno un’idea dello studio che si è svolto intorno al diffondersi dei regimi autoritari nazifascisti. I risultati, allo stesso modo, danno una misura della facilità di presa sulla nostra mente di alcuni meccanismi. La classica domanda su come un folle con delle idee così estreme sia riuscito a trascinare con sé grandi masse di persone, trova una risposta attraverso lo studio delle dinamiche mentali e sociali che entrano in gioco in queste situazioni. Appare purtroppo molto debole la forza dell’individuo, alla luce degli studi che abbiamo visto, e sembra forse più comprensibile il fatto che un’onda estremista e autoritaria stia travolgendo nuovamente il mondo, che sembra quasi immemore degli insegnamenti della storia. In una società così fortemente individualista come la nostra, una società atomizzata, dove l’individuo si ritrova sempre più spesso isolato, l’attrattiva che esercita un gruppo forte e coeso, che annulla le differenze, che condivide ideali e che deriva la propria forza dal proprio essere compatto, appare quanto mai alta. Ciò che la psicologia è arrivata a scoprire non deve però portare a nichilismo e ad una prospettiva di arresa di fronte a dei meccanismi che sembrano impossibili da combattere. La ricerca e lo studio si dovrebbe ora concentrare sul modo di evitare queste dinamiche. Se la storia ci insegna che il nazismo è stato possibile, ci insegna anche che è stato possibile sconfiggerlo. 

 

L’illustrazione di copertina è stata realizzata da Alessandro Pastore in esclusiva per Incipit. 

Ho 23 anni e studio lettere moderne, il grande amore della mia vita sono i libri, credo che leggere sia indispensabile per formarsi un pensiero critico indipendente. Per questo ho deciso di far parte di Incipit. Scrivo anche per neun.it

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