Omosessuali (e) cattolici, un percorso ancora lungo

«Chi sono io per giudicare una persona gay che cerca il Signore?», queste sono state le parole da poco pronunciate da papa Francesco: per molti possono sancire un’apertura da parte della Chiesa verso le comunità LGBTQ+, ma nel concreto come la Chiesa si pone di fronte alla presenza di queste realtà?

Lo stesso cardinale Angelo Bagnasco ha più volte precisato, all’interno del dibattito sulle unioni civili, l’incompatibilità di un rapporto basato non solo sull’omosessualità, ma anche sull’omoaffettività ricordando che secondo i Testi Sacri vi è uno ed uno solo tipo di famiglia accettabile. All’interno di questo contesto così variegato viene quindi da chiedersi come, nelle varie parrocchie, i giovani omosessuali vengano visti e come essi interagiscano con la comunità cattolica.

Una voce fuori dal coro è quella del parroco fiorentino Andrea Bigalli che nella sua piccola parrocchia di Sant’Andrea di Percussina, assieme all’associazione di omosessuali cattolici «KAIROS» ha deciso di aprire le porte alle comunità LGBTQ+. Lo stesso prete ha più volte ricordato l’importante ruolo che lui stesso ricopre in quanto mediatore tra i cittadini e la Chiesa; inoltre fa notare come «la Chiesa impiega tempi molto lunghi per raggiungere dei risultati che la società molto spesso ha già raggiunto; non si riesce a stare al passo con la contemporaneità».
Pur riconoscendo di far parte di una piccola minoranza, don Bigalli è fiducioso che altri preti capiscano, come lui, l’importanza di accogliere le comunità omosessuali. Assieme a «KAIROS» infatti già molte persone come suor Stefania, dell’ordine domenicano, hanno scelto di mettere in campo quello che secondo loro è il «messaggio divino» accompagnando i ragazzi dell’associazione da un paio d’anni al Pride che si svolge a Firenze, spronando i giovani omosessuali cattolici a far sentire la propria voce portando la testimonianza di una Chiesa che accoglie, cercando così di abbattere le barriere pregiudiziali che molto spesso vengono erette da entrambe le parti.

Per Innocenzo Pontillo, coordinatore di «KAIROS», il problema sta sia in quelle comunità religiose che pensano che gli omosessuali siano persone da tenere ai margini, sia in quelle associazioni LGBTQ+ che non riescono a concepire una partecipazione omosessuale alla vita cattolica, anche a causa dell’allontanamento che spesso loro stessi hanno subìto.
Non sono infatti un caso i ragazzi come Alberto che, pur avendo incontrato nella tradizione cattolica della famiglia forti contrasti nel momento della loro dichiarazione, sentono comunque forte il legame tra loro e la dottrina cattolica, decidendo così di mantenere viva la propria spiritualità nonostante i pregiudizi.
Alberto racconta come il suo orientamento sessuale l’abbia portato il più delle volte ad essere etichettato e quindi a subire discriminazioni sia all’interno della comunità cristiana, sia nel momento in cui dichiarava il suo desiderio di religiosità al proprio compagno. «Spesso –spiega– l’omosessualità è vissuta come un pacchetto preconfezionato che contiene al suo interno delle caratteristiche che portano le persone ad essere atee» ed è indubbio quindi il disagio che questo comporti, soprattutto all’interno dei giovani.
Mauro, come membro di «KAIROS», sente di non aver bisogno di nessun permesso per essere sia omosessuale che cattolico e, da parte sua, aspetta solo il momento in cui la Chiesa aprirà le porte anche a lui, dimostrando di essere un’istituzione più aperta, umana e compassionevole.

Non tutti i preti però sono come don Andrea Bigalli, anche a causa del modo in cui la Chiesa spesso vede l’omosessualità: un comportamento deviante o una patologia. Il continuo utilizzo del termine «tendenza», che delinea una inclinazione acquisita e consapevole, è legato alla concezione secondo cui l’omosessualità sarebbe solo una scelta e quindi sarebbe reversibile. Se per don Andrea Bigalli l’omosessualità non è certo una patologia da curare, per don Paolo Gentili, responsabile CEI dell’Ufficio della Pastorale della Famiglia, «in certi casi a fronte di traumi subìti ci si può definire omosessuali anche quando in realtà omosessuali non lo si è».

Non sono quindi un caso quelle parrocchie dove i giovani omosessuali come Giacomo sono il più delle volte invitati a percorrere un cammino spirituale per ritrovare la giusta strada nella parola di Dio e che a tutti gli effetti sembrano essere visti come dei «malati» da curare con il dialogo e con una partecipazione marginale, fino quasi ad essere nascosta, alla vita nella comunità parrocchiale.

Così come Alberto e Giacomo anche Sofia, ormai non più ventenne, racconta il suo complesso rapporto con la fede. Attraverso una lettera personale, pubblicata sul blog Tiasmo, spiega come sia cresciuta vivendo due vite: la prima, quella esteriore, vivendo all’interno della comunità cattolica in cui era nata e in cui si era sviluppata; la seconda, molto più personale, coltivando un amore definito «intrinsecamente disordinato e contrario alla legge naturale» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1992, n.2357).

Il principale problema in tutto questo è rappresentato dal fatto che, all’interno della Chiesa, nonostante le recenti prese di posizione da parte di Papa Francesco, vi è un mare magnum rappresentato dalle opinioni personali dei vari parroci che possono più o meno accettare la possibile omosessualità dichiarata dei propri fedeli. Basti pensare alle opinioni che si possono raccogliere in uno spazio relativamente piccolo quale il Veneto per aver meglio chiara la situazione.

Alcuni preti, come don S., sostengono con fermezza le opinioni di una Chiesa che stabilisce chiaramente come un legame omosessuale sia «nocivo per la società». E viene da chiedersi quindi perché tale contrarietà si manifesti con così tanta fermezza. Il rapporto omosessuale viene definito come «sterile»; e questo perché «l’amore tra due uomini o tra due donne non può riprodurre la vita che il Signore ha donato a tutti noi». Ecco quindi che la relazione omosessuale viene vista come un vero e proprio peccato e quindi «sbagliata». Se ci si ferma a riflettere, lasciando per un attimo da parte l’elasticità mentale, si può arrivare a chiedersi con una leggera, e forse lecita, dose di provocatorietà come questo stesso prete si ponga in riferimento alla propria condizione di castità.

Raccogliendo altre testimonianze si può notare come i punti di vista sull’argomento siano così diversificati anche all’interno del gruppo di coloro che sono contrari all’omosessualità.
Don M., ad esempio, sostiene che «la Chiesa vuole bene per quello che si è, ma se si chiede di smettere di peccare, non è per far star male qualcuno, ma per avvicinarci alla santità». Continua inoltre dicendo che molto spesso i giovani fanno ciò che a loro va di fare senza pensare a quanto determinate azioni possano allontanarli da Dio.
Secondo lui si tratta di scegliere tra ciò che è bene e ciò che invece si pone tra noi e la vita eterna. Conclude dicendo che i giovani con l’aria confusa «dovrebbero frequentare qualche gruppo religioso, qualche associazione parrocchiale o magari entrare nei boy scout. Esistono molti gruppi di laici -continua- che si incontrano per parlare di Dio, magari attraverso questi gruppi i giovani possono scoprire che la salvezza esiste proprio nella propria parrocchia, a portata di mano». Pena poi la possibile accusa su pubblica piazza degli scout omosessuali come avvenne lo scorso giugno nel piccolo comune friulano di Staranzano.

Per don T., invece, «non si può confortare un peccatore, men che meno se intende peccare ancora». Sembra quindi che per poter partecipare alla vita della comunità si necessiti prima di una assoluzione da quello che per il parroco in questione è ritenuto un grave peccato, ovvero l’omosessualità, e il punto chiave di tale atto deve essere prima di tutto il pentimento interiore, come ci spiega lui stesso.

Nelle diverse parrocchie, però, non tutti i preti sono contrari ad una duplice partecipazione: nel mondo LGBTQ+ e all’interno della Chiesa cattolica come fedeli.
«La vita – spiega don R. – è un dono di Dio e noi siamo strumenti nelle sue mani, ma non siamo infallibili». Questo parroco sostiene che se un omosessuale non si sente accolto dalla Chiesa non è chiamato a credere in essa, ma piuttosto a continuare a credere in Dio. «Anche la Chiesa deve convertirsi al Signore, e a volte se ne dimentica», conclude pungente portando avanti la tesi dei preti più lungimiranti, come il sopracitato don Bigalli, secondo cui la partecipazione degli omosessuali alla vita della Chiesa, prima o poi, non sarà più un tabù o un peccato – ma per ora non è ancora arrivato questo momento.

La pensa così anche un giovane studente del Seminario che ha deciso di raccontare cosa lui, come aspirante prete, pensa su un tema così conflittuale come lo è l’omosessualità per la Chiesa, cattolica e non. Dario sostiene che «la prima cosa da avere in mente è che dietro a qualsiasi tendenza sessuale c’è un fratello o una sorella» e, avendo chiaro questo presupposto –da notare l’utilizzo del termine «tendenza»-, non si dovrebbe mai negare a nessuno l’amore o la partecipazione volontaria a questa o quella comunità. Per questo ragazzo venticinquenne è importante il discernimento e, come si nota dalla sue parole, il formulare un giudizio che sia conforme alle esigenze della situazione è la chiave per agire, cercando di «arrivare ad un punto di incontro che non faccia sentire nessuno escluso o meno importante di altri».
È indubbio, come sostiene, che non vi sia solo un problema di inserimento nella Chiesa cattolica, ma che vi siano forti contrasti a livello sociale; basti pensare al deputato di Forza Italia Domenico Scilipoti, che durante il suo intervento in Parlamento nell’ambito delle unioni civili ha deciso di citare dei versetti della Bibbia.
L’accoglienza delle comunità LGBTQ+ sembra essere quindi parte di un percorso lungo che, secondo alcuni, necessita di anni di riflessioni e approfondimenti teologici, e non solo. Dario fa notare come lui si senta non tanto contrario o a favore del tema, ma parte integrante del cammino che la Chiesa ha deciso di percorrere avendo Papa Francesco come guida. Spiega come «il dialogo è una delle armi più potenti» di cui gli appartenenti al clero dispongano e che, da parte sua, «aprire le porte e camminare assieme al mondo è una conquista certa».
Concludendo, secondo questo giovane seminarista, le varie «tendenze sessuali» non sono certo un qualcosa da cui una persona deve guarire e ricorda come «l’apertura che lentamente le comunità cristiane stanno elaborando è un segnale di accoglienza e di centralità della persona».

Senza ombra di dubbio, a seguito di queste riflessioni, si può notare come la componente più giovanile della Chiesa sia maggiormente incline al dialogo, ma, essendo stata questa una ricerca dalle piccolissime dimensioni, non si può dare per scontato che questo dato sia omogeneo anche al di fuori del territorio dove sono state fatte le interviste.

Forse la verità sta proprio nel fatto che la Chiesa è una istituzione che fatica a stare al passo con i tempi. Basti pensare alle richieste di matrimonio tra gli appartenenti al corpo ecclesiastico: un tema tanto sentito dal clero stesso, quanto taciuto. Sembra quindi che non sia tempo, come sostiene don R., per una Chiesa che non solo non è pronta ad accettare l’omosessualità dei suoi fedeli, ma nemmeno i bisogni e le richieste del suo clero. Accettare la presenza attiva di coppie omosessuali dentro la Chiesa significa superare addirittura il concetto stesso di tolleranza che in essa si è radicalizzato negli anni.

I nomi utilizzati nell’articolo sono fittizi, scelta applicata secondo la volontà degli intervistati.

Nato nel secolo scorso, studente di Scienze Politiche che ogni tanto scatta fotografie per provare a raccontare il mondo e i suoi cambiamenti.
Appassionato di cinema, letteratura e dell’arte in tutte le sue forme.

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