L’Italia ancora fanalino di coda per i diritti LGBTQI+

Tra le cose per cui verrà ricordata l’estate 2017 ce ne è una alquanto raccapricciante: l’ondata di omofobia che ha investito, prepotente più che mai, il nostro Paese. Il caso mediamente più eclatante è quello accaduto sul finire di luglio a Santa Maria, nei pressi di Tropea, quando la prenotazione di una coppia gay di Napoli è stata respinta dal titolare della struttura, il quale dopo aver intuito l’orientamento sessuale degli interessati, ha dichiarato: «Non accettiamo né gay, né animali». L’ultimo caso, in ordine di tempo, è stato registrato in provincia di La Spezia, a Lerici per l’esattezza, dove sono stati affissi cartelli con la seguente scritta: «Uccideremo gli insegnanti del gender che vanno nelle scuole ad imbastardire i nostri figli». Qualche giorno prima, nel bresciano, il sindaco di Prevalle Amilcare Ziglioli si era rifiutato di celebrare l’unione civile di due giovani dello stesso sesso, delegando il compito ad un assessore, ma non esentandosi dal chiarire la posizione della sua amministrazione: «Noi riconosciamo solo la famiglia tradizionale composta da uomo, donna e figli». Non va meglio in TV, dove la gieffina Giulia De Lellis dichiara: «I figli dei gay diventeranno gay». Per il resto, l’estate è stata una carrellata infinita di casi simili se non più gravi: coppie insultate al bar o redarguite per un bacio in spiaggia, aggressioni fisiche, strutture che rivendicano il diritto di discriminare la clientela omosessuale, eccetera, eccetera, eccetera. Di tutto e di più, per una media, come dichiarato da Il Sole 24 ore, di un caso di omo-transfobia ogni tre giorni.

È naturale che l’estate sia la stagione più fertile per i gesti omofobi, dato che nei mesi più caldi le persone si spostano più volentieri, entrando in contatto con ambienti e persone sconosciute. Ma perché proprio questa estate? Per rispondere occorre fare un salto all’indietro, un salto di quasi un anno e mezzo, quando la legge sulle unioni civili è entrata in vigore dopo un difficilissimo cammino parlamentare. Introducendo nell’ordinamento italiano l’unione civile di coppie omosessuali e disciplinando le convivenze di fatto, la legge Cirinnà – dal cognome della sua prima firmataria, la senatrice Monica Cirinnà – è stata una conquista straordinaria. È vero che i giornali di allora – e anche Tito Borsa su Incipit – parlarono di una vittoria a metà, visto che fu stralciata dal testo la stepchild adoption. È vero che il decreto giunse con uno scandaloso ritardo rispetto agli altri paesi europei. È vero, ancora, che le unioni civili da allora ad oggi non hanno raggiunto la cifra che ci si aspettava. Ma quella della Cirinnà rimane comunque una legge straordinaria perché espressione, piena e viva, di un Paese che cambia.

Le continue denunce dell’estate che ci siamo da poco lasciati alle spalle sono proprio un segno tangibile di questo cambiamento. In questo anno e mezzo, la legge Cirinnà ha iniziato a cambiare il tessuto sociale del paese, ma non solo. Ha cambiato anche i cittadini LGBTQI+, sempre più consapevoli dei propri diritti e finalmente pronti a denunciare quando vengono discriminati. Paradossalmente quindi, l’impennata dei casi di omofobia di questa estate può essere letta anche come un segnale positivo, perché significa che sempre più persone LGBTQI+ vogliono smettere di nascondersi, vogliono vivere liberamente ovunque e con chiunque: a casa, al lavoro, al ristorante o in spiaggia. Pretendono rispetto e quando il rispetto non c’è non esitano a denunciarlo. Probabilmente, la differenza tra l’estate 2017 e le altre, sta proprio qui: si è accesa la luce, ora tutti vedono tutto e  rivendicano il sacrosanto diritto di essere se stessi.

Ma se quella lunga sfilza di denunce, almeno da questo punto di vita, può consolarci, resta il fatto che l’umore omofobo in Italia è ancora largamente diffuso. La relazione finale della Commissione sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio, intitolata a Jo Cox – la deputata del Regno Unito uccisa il 16 giugno del 2016 – e pubblicata il 6 luglio scorso, ci dà un quadro inquietante di noi stessi e dei nostri concittadini. Per quanto riguarda i temi LGBTQI+, la relazione riporta che il 25% (uno su quattro) degli italiani pensa che l’omosessualità sia una malattia, che Il 20% (uno su cinque) non ritiene accettabile avere un collega, un superiore o un amico omosessuale e che, come se non bastasse, il 40% della popolazione omosessuale e/o bisessuale ha dichiarato di essere stato discriminato almeno una volta nella vita.
Prima di andarsene, il linguista Tullio De Mauro ha preparato per la Commissione Jo Cox un campionario degli insulti presenti nel vocabolario italiano, partendo dal principio secondo cui le parole non sono simboli di un’algebra astratta, non ci servono solo ad indicare cose o azioni, ma segnalano chi siamo noi che le adoperiamo e come ci collochiamo verso ciò di cui parliamo. Parole per ferire – questo è il titolo scelto da De Mauro – si presenta come una guida ragionata lungo il complesso itinerario dell’odio del nostro Paese, un itinerario in cui emerge come gli omosessuali siano tra i soggetti più discriminati, giacché nel nostro lessico l’elenco degli insulti contro di loro è il più lungo in assoluto.

Resta da chiederci se quello dell’omofobia sia un problema solo italiano o se invece ci siano altri stati europei a farci compagnia nell’angolino della vergogna. Purtroppo, anche qui i dati non sono confortanti. Nella relazione Essere trans nell’Unione Europea, un’analisi comparativa pubblicata dalla «FRA» (Agenzia Europea per i Diritti Fondamentali) emerge che l’Italia è il paese europeo più omofobo, sia che si consideri l’incitamento all’odio e al disprezzo da parte dei politici nei confronti della comunità LGBTQI+ sia che si consideri l’abitudine ad utilizzare un linguaggio offensivo contro gay e trangender.

Questo però era il quadro raccapricciante offerto da dati raccolti qualche anno fa, prima che la legge Cirinnà introducesse le unioni arcobaleno e incoraggiasse tutte le persone LGBTQI+ a uscire allo scoperto, diventando sempre di più un bersaglio per quelle sacche di intolleranza che continuano a vessarle, aggredirle e discriminarle. Sacche di intolleranza verso le quali, al di là dell’indignazione pubblica, non ci sono reali strumenti efficaci di difesa. In occasione della giornata mondiale contro l’omofobia dello scorso 17 maggio, il Consiglio Europeo ha preso posizione sottolineando che gli stati hanno l’obbligo di proteggere le persone LGBTQI+ dagli atti di violenza e dalla discriminazione. Ciononostante, l’Italia non si è ancora dotata di una legge contro l’omofobia: è dal 19 settembre 2013 che, dopo l’approvazione della Camera, il disegno di legge è bloccato in Senato. La proposta aggiungerebbe l’aggravante dell’omofobia alla legge Mancino, una disposizione del 1993 che condanna gesti, azioni e slogan che hanno lo scopo di incitare alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali.

Che se la siano dimenticati? Eppure, in questo momento storico di nuovi diritti, per l’Italia una legge contro l’omo-bi-transfobia è drammaticamente ancora più urgente di ieri. L’estate 2017 è lì a dimostrarlo con le sue cifre da record. Cifre frustranti, sì, ma anche un campanello d’allarme che tuona come un’intera banda di strumenti a fiati: è giunto il momento di stabilire quale sia il limite tra opinione e discriminazione. Certo, una legge efficace non farà sparire come d’incanto l’omofobia, ma finalmente la renderà punibile, obbligherà al rispetto i cittadini di oggi ed educherà alle diversità quelli di domani.

Tuttavia, oltre che introdurre una legge contro le discriminazioni sessuali, secondo il sesto report della sezione europea dell’International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association (ILGA), l’Italia dovrebbe agire immediatamente su almeno altri due fronti per progredire sensibilmente sulla strada dell’uguaglianza: dovrebbe approvare il matrimonio egualitario e provvedere a legittimare le tecniche di procreazione assistita.

Nonostante i titoli di giornali si ostinino ad utilizzare le parole come sposo, sposa e sposarsi – vedi Ansa 27/07/17: «Sindaco gay: “mi sposo a settembre”» –, due persone dello stesso sesso in Italia non possono sposarsi. L’unione civile non è un matrimonio: unisce due persone, dà loro alcuni diritti, ma non è un matrimonio. È una formazione sociale specifica che viene stipulata di fronte all’ufficiale di stato civile e il cui atto viene registrato nell’archivio. Tuttavia per unirsi civilmente, i due partner non devono fare le pubblicazioni, come è previsto per due futuri sposi, e una volta uniti non sono tenuti a rispettare il principio di fedeltà. Ma soprattutto – ed è questo il punto più contestato – non hanno diritto all’adozione nazionale e internazionale, né uno dei due può adottare il figlio del partner. Pertanto, è bene evitare il verbo sposarsi, o si finirà col far passare l’idea che le coppie gay abbiano già il loro matrimonio.

Quanto alla procreazione medicalmente assistita, la legge italiana è più chiara che mai. Quello dell’articolo 5 della legge 40/2004 è un no perentorio: «Possono accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi». Uguale il responso per le coppie che sperano di avere un figlio attraverso la surrogazione di maternità o gestazione per altri o gestazione d’appoggio, talvolta denominata «utero in affitto». In Italia, essa è espressamente vietata.

Già laureata in Lettere, sto ora per concludere il corso di laurea magistrale in Filologia Moderna. Quando non sto studiando, leggo viaggio o combino pasticci. Amo i film strappalacrime, le foto in bianco e nero, la musica malinconica e i romanzi intimisti. E se state pensando che io sia melodrammatica, non vi sbagliate. Lo sono, ma non ditemelo: mi imbarazzo facilmente.

One thought on “L’Italia ancora fanalino di coda per i diritti LGBTQI+

  1. In Italia su questo tema siamo parecchio indietro, siamo il paese della cultura, dell’arte , della letteratura per eccellenza ma quando si parla di diritti, di uguaglianza cadiamo drasticamente. Una persona non andrebbe giudicata ne
    per il suo orientamento ne per le sue preferenxe sessuali. Solo quando potremo essere come siamo, solo allora avremo raggiunto la libertà più vera.
    Grazie di questo articolo.

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