Il diritto non può pretendere di regolare l’amore, parola di Rodotà

«L’amore è il sentimento più forte di tutti e respinge chi vuole impadronirsene, il diritto è prepotente e invece vorrebbe impadronirsi di tutto». È proprio questa la frase che racchiude l’essenza del libro di Stefano Rodotà, Diritto d’amore (Laterza Edizioni). Tra le pagine del suo testo, il giurista porta avanti un’accurata analisi riguardante il rapporto storico, culturale e filosofico tra diritto e amore, due entità così lontane tra loro, costrette però a confrontarsi. Il titolo è emblematico: Rodotà decide di mettere le due parole l’una accanto all’altra aprendo, in questo modo, un dialogo tra il diritto e l’amore. Il lettore non può fare altro che chiedersi se i due termini siano pronunciabili insieme o se invece appartengano a due logiche conflittuali difficilmente sanabili. Come potrebbe il diritto avvicinarsi all’amore? Sicuramente, come afferma Rodotà, abbandonando la pretesa di legare l’amore a sé e di trasformarlo in qualcosa di regolare e uniforme. Il diritto, infatti, non può non considerare la natura irregolare e multiforme del movimento amoroso.

Con il matrimonio, il diritto ha cercato di rinchiudere l’amore all’interno di uno spazio che fosse socialmente riconosciuto per far sì che potesse essere legittimato. Questo rapporto coniugale formalizzato doveva rappresentare un mezzo per raggiungere un obiettivo fondamentale: la procreazione. Non era importante se poi l’amore rimaneva ai margini o se il concetto di famiglia veniva costruito su un humus caratterizzato dalla disuguaglianza tra uomo e donna. Questo era ciò che si affermava nel Codice Civile, questa era la legge.

Rodotà, infatti, ricorda al lettore che nel 1942 l’articolo 144 del Codice Civile affermava la superiorità del marito, innalzato a capofamiglia. Il giurista individua il retaggio culturale di questa mentalità nel Code Napoléon, in cui gli ex-rivoluzionari negarono legittimità alla Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina. L’ordine sociale sembra così essere garantito esclusivamente dal matrimonio eterosessuale e dalla naturale asimmetria tra uomo e donna. La donna diviene proprietà assoluta del marito e non può far altro che accettare passivamente la propria posizione, almeno fino al 1975: la riforma del diritto di famiglia sembra infatti rifiutare ogni pretesa da parte dello Stato di impadronirsi della vita amorosa delle persone. Si parla per la prima volta di eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, passando finalmente dalla potestà maritale all’uguaglianza tra uomo e donna.
Rodotà sottolinea come questa formula suscitò, in realtà, grande sconcerto e opposizione da parte di uomini come Calamandrei, Nitti e Orlando, i quali, probabilmente paralizzati da una cultura giuridica troppo radicata, sembrano temere disordini e conflitti sociali. Non è un caso che sia una donna, Maria Maddalena Rossi, a ribadire la necessità di una modifica voluta da tutte le donne italiane.

È così che tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 l’Italia compie degli indiscutibili passi avanti verso l’accettazione della logica dell’amore. Questo avviene grazie ad importanti leggi come quella sul divorzio, la cancellazione del reato di adulterio per le donne, il riconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio.  La dotta e appassionata trattazione di Rodotà ci conduce ai giorni nostri permettendo al lettore di costatare i cambiamenti che sono avvenuti nell’ultimo periodo. Le profonde trasformazioni che si sono verificate nel XIX secolo davano adito alla speranza ed è per questo che la delusione che si avverte tra le pagine di Diritto D’amore è ancora più profonda.
L’Italia di oggi sembra essere regredita verso una cecità che non lascia spazio ai mutamenti sociali. A causa della sua sordità, il nostro Paese ora non riesce ad ascoltare il grido di milioni di persone che rivendicano i propri diritti. Ed è per questo che Rodotà ci parla di un altro campo di battaglia su cui si sono confrontati diritto e amore: le unioni civili. È come se lo Stato non riuscisse a notare gli evidenti cambiamenti sociali nell’istituzione del matrimonio pur avendo sottoscritto la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Il diritto non può avere la pretesa di regolare e disciplinare l’amore ed è per questo che il legislatore può solo accettare il dato naturalistico e modificabile della vita. Come si può pensare che l’amore possa contrastare l’ordine sociale? Davvero questa forza, affinché non si trasformi in un male per la società, ha bisogno di essere tenuta a bada da diritto e politica? Questo antico conflitto, come osserva Rodotà, non è combattuto ad armi pari, in quanto il potere si allea con il diritto con il triste fine di «disciplinare le passioni». Un tempo le vittime erano le donne, ora gli omossessuali.  Ripercorrendo due secoli di storia si nota che questa battaglia così primitiva non può fare a meno che generare vittime. Probabilmente l’unico modo che abbiamo per porre un freno a questo meccanismo è quello di non chiuderci in una direzione autoreferenziale. Martha Nussbaum, filosofa e accademica statunitense, risponde in questo modo a coloro che le domandano se abbia intenzione di risposarsi: «Se pensassi di risposarmi sarei preoccupata del fatto che godrei di un privilegio negato alle coppie dello stesso sesso».  Ognuno dovrebbe sentirsi parte integrante di un tutto per comprendere che le decisioni che prendiamo hanno il potere di modificare la vita dell’altro, anche se solo in parte. Rodotà non a caso sottolinea l’importanza di considerare il sistema legislativo di uno Stato, per quanto complicato possa sembrare. Ciò permette ad uno spirito critico e attento di essere pienamente consapevole dei propri diritti e di quelli degli altri e di comprendere in che direzione vanno e come si muovono queste ultime. Il giurista ci ricorda come il ritardo culturale e di conseguenza legislativo dell’Italia rappresenti l’inadeguatezza del nostro sistema di leggi nel riflettere i mutamenti sociali.

Siamo noi i primi a temere il cambiamento, qualsiasi esso sia. Tutto ciò che può essere considerato nuovo o diverso da quello a cui siamo abituati viene superficialmente respinto senza essere preso in esame. L’analisi richiede uno sforzo cognitivo non indifferente, per cui… molto meglio respingere le trasformazioni della società o, ancora peggio, far finta che esse non esistano. L’ignoranza porta quasi sempre a disprezzare ciò che non si conosce. Come afferma Rodotà, per combattere la cultura imperante del disgusto non bisogna aver paura di riconoscere l’amore anche fuori dai contesti tradizionali. Ognuno di noi deve farsi portavoce della cultura del rispetto, della dignità e dell’uguaglianza, prima ancora che lo faccia la legge.

In evidenza: particolare della copertina del libro.

 

Ho 23 anni e sono una neolaureata in Lettere Moderne. Amo la dimensione del viaggio perchè mi permette di perdermi, conoscere e scoprir(mi). Solitamente alimento la mia ansia, e la pazienza delle persone che mi circondano, ponendo domande. È il mio passatempo preferito. Quando non trovo le risposte che cerco mi tuffo nelle pagine di un libro. Tra le varie ricerche e letture ho avuto la fortuna di incontrare Incipit.

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