A casa LGBTQI+ non è tutto rose e fiori

Sin dalla sua nascita negli anni ’70, il movimento LGBT ha lottato unito per ottenere pari diritti: gay, lesbiche, bisessuali e transessuali si sono trovati a fare fronte comune contro la società che li discriminava. Lo scopo era quello di far sentire la propria voce, di far sapere al mondo della propria esistenza, del proprio orgoglio e della necessità che anche alle persone omosessuali, bisessuali e transessuali venissero riconosciuti gli stessi diritti garantiti alle persone etero. Di acqua sotto i ponti da allora ne è passata, la comunità LGBTQI+ si è ingrandita includendo persone queer e intersessuali, riuscendo a raggiungere alcuni dei propri obiettivi e prefiggendosene di nuovi. Siamo arrivati a parlare in moltissimi paesi di adozione da parte di coppie gay e, anche se in un molte zone del mondo non sono garantiti o rispettati i diritti fondamentali per le persone LGBTQI+, nell’Occidente emancipato si può dire che gli scopi del movimento siano mutati, così come la sua fisionomia.

In particolare il sottogruppo T, che sta per transgender si è ingrandito nel corso degli anni, diventando un nucleo con una certa autonomia: ultimamente si sente spesso dire che in pochi anni la T si separerà dall’LGB+, creando un movimento indipendente, in quanto queste realtà hanno ormai poco in comune. Mentre agli albori del movimento per la liberazione dei diritti LGBT aveva un senso l’unione delle voci omosessuali e transgender, se non altro per questioni di forza numerica, ora appare labile la motivazione per continuare a lavorare insieme. Se ci si pensa un secondo, in effetti, le motivazioni che spingono omosessuali e transgender alla lotta sono diverse. Molto spesso si trascura il fondamentale fatto che non tutte le persone transgender sono anche omosessuali e che, mentre i primi lottano per il riconoscimento della propria identità di genere al di là della biologia (e spesso, ma non sempre, intraprendono un percorso per cambiare il proprio corpo), i secondi lottano per il riconoscimento del loro orientamento sessuale; c’è una bella differenza tra i due temi, ma spesso vengono confusi, soprattutto da chi non è informato o è esterno al mondo LGBTQI+, creando l’idea generale che transgender e omosessuali siano fondamentalmente la stessa cosa e abbiano gli stessi obiettivi, opinione resa ancora più forte dal fatto che questi due gruppi militano sotto la stessa bandiera. È proprio questo bias ciò contro cui i transgender si scagliano e che sta creando una deriva nel movimento, che rischia di allontanare per sempre l’isola T dall’LGB+.
La frattura non è solo teorica: sebbene molte persone transgender sostengano ancora la causa LGBTQI+ e ritengano giusto riconoscere l’importanza di restare uniti, altre non la pensano proprio così e ci sono stati persino alcuni episodi di scontro tra attivisti omosessuali e transgender, come la polemica nata in seguito all’uscita al cinema del film Stonewall nel 2015, il quale rappresentava i moti del 1969 che hanno dato simbolicamente inizio al Gay Pride. In risposta all’uscita del film, alcune voci transgender si sono levate, denunciando una mis-rappresentazione della storia e affermando che i veri protagonisti degli scontri erano stati i transgender e le persone di colore. Un affronto simile alle radici del movimento ha ovviamente suscitato una serie di dibattiti e risposte indignate, una fra tutte su Change.org, dove un’associazione di attivisti LGB ha lanciato la petizione «Drop the T» per ottenere l’uscita delle persone transgender dal movimento LGBT, ottenendo tra l’altro una considerevole quantità di firme. Lo scorso anno, inoltre, all’University of British Columbia, una transgender ha dato fuoco alla bandiera arcobaleno che era stata appesa per festeggiare il Gay pride, mentre la famosa trans Caitlyn Jenner poco tempo fa ha dichiarato durante l‘Ellen Degeneres Show di non supportare la causa dei matrimoni omosessuali. Ma le provocazioni e le discriminazioni provengono anche dallo stesso movimento LGBTQI+, in particolare da una certa ala lesbica e femminista (già su Incipit avevamo parlato della diatriba di ArciLesbica) la quale non vede di buon occhio i transgender, arrivando a dire che gli MtF (Male to Female) non sono altro che una ennesima dimostrazione della cultura patriarcale, mentre gli FtM sono donne talmente sottomesse al maschilismo da essere incapaci di emanciparsi come femmine e da cercare, quindi, una propria realizzazione travestendosi da maschi. Insomma, a quanto pare non tutto fila liscio all’interno del movimento e gli scontri intestini si succedono in continuazione.

Un’altra crepa all’interno dell’insieme LGBTQI+ è quello che riguarda l’ala bisessuale. Qui parliamo di una questione differente, che non riguarda gli scopi della lotta, ma la considerazione (scarsa) che la bisessualità ottiene agli occhi non solo degli eterosessuali ma anche di gay e lesbiche.

Dalla Pagina Fb Bi Visibility Day Padova, che si impegna per il riconoscimento dei diritti dei bisessuali.

Infatti spesso viene definita come una zona grigia: sia gli esperti che la società in generale faticano a volte ad ammettere l’esistenza stessa della bisessualità, reticenza che viene definita come bi-cancellazione o bi-invisibilità e che ha come idea base che questo tipo di sessualità sia «una fase» di passaggio, anteriore alla scoperta di essere etero o omo, oppure una sorta di auto-censura nell’accettare di essere gay. Ciò crea quindi una specie di rifiuto nel credere nella presenza di persone bisessuali, che restano così escluse. Sara Ramirez, attivista bisessuale, all’ultima «Equality March» che si è tenuta a Washington ha affermato: «La nostra presenza (dei bisex ndr) mette le persone a disagio, esistiamo in zone grigie, zone che a volte vengono definite non abbastanza gay, a volte non abbastanza etero. Se siamo in una relazione monogama veniamo visti come se avessimo scelto uno dei due schieramenti, se siamo poliamorosi veniamo visti come dannosi per la causa. La nostra stessa esistenza è una minaccia alla etero-normatività e al binarismo di genere». Non è raro che i bisessuali vengano discriminati da lesbiche e gay e quindi isolati da quegli stessi gruppi in cui giovani bi cercano un conforto. Secondo il Bisexuality Report del 2012, le persone bisessuali sono quelle più soggette a problemi di salute mentale, questo a causa della minore accettazione della propria sessualità rispetto agli etero e omosessuali, sia da parte di se stessi che da parte del mondo esterno.

Il problema centrale appare quindi, anche all’interno della comunità LGBTQI+, una visione della sessualità e del genere aut-aut: o sei maschio o sei femmina, o ti piacciono i maschi o le femmine. Questa mentalità porta alla difficoltà nell’accettazione di transgender e bisessuali, scatenando polemiche e scontri. Gli atti di odio nei confronti di chiunque, ma in particolare all’interno di un gruppo che sostiene la libertà di essere e di amare, sono in ogni caso condannabili e sarebbe auspicabile arrivare ad una mentalità aperta a qualsiasi sessualità e genere. Ciò non significa  che il movimento LGBTQI+ debba restare unito in ogni caso, chiudendo gli occhi di fronte ai cambiamenti intervenuti in questi ultimi anni: ciò che era iniziato come un ampio afflato all’uguaglianza, sembra non essere più in grado di restare unito a causa delle troppe spaccature al suo interno dovute ad una differenziazione degli scopi e ad una certa insistenza riguardo alle differenze, vere o presunte, intrinseche ad ogni sottogruppo. C’è anche chi, d’altro canto, considera inutili e dannose queste «etichette» e si batte ancora per il riconoscimento di diritti comuni.
Non è detto che restare ancorati al passato sia la soluzione migliore, dunque. La speranza è sempre quella di un futuro in cui non ci sia bisogno di lottare per essere liberi, ma in cui la libertà sia un valore condiviso; finché quel giorno non sarà arrivato, però, è il caso di interrogarsi sugli scopi e sui mezzi da usare per raggiungerli, sempre restando nell’ambito del rispetto e del supporto reciproco.

 

L’illustrazione in copertina è stata realizzata da Marina Ichigo in esclusiva per Incipit.

Ho 23 anni e studio lettere moderne, il grande amore della mia vita sono i libri, credo che leggere sia indispensabile per formarsi un pensiero critico indipendente. Per questo ho deciso di far parte di Incipit. Scrivo anche per neun.it

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