Dunkirk non è il solito film di guerra!

Arrivato nelle sale da poco, Dunkirk ha già fatto parlare di sé. Il decimo lavoro cinematografico di Cristopher Nolan sembra essere un nuovo esperimento per il regista inglese che questa volta ha deciso di girare un film su una storia realmente accaduta: l’Operazione Dynamo, ovvero l’evacuazione di 338.226 soldati inglesi dalle coste francesi della cittadina di Dunkerque che vide centinaia di imbarcazioni civili solcare la Manica per aiutare l’Esercito e la Marina nelle operazioni di salvataggio.

Per il critico Goffredo Fofi, Dunkirk «è un film brutto e detestabile per molti motivi», ma dopo la visione nelle sale viene proprio da chiedersi cosa Fofi, e molti altri assieme a lui, non abbiano capito di questo film arrivando a definirlo come un manifesto guerrafondaio per le giovani generazioni vittime del capitalismo.

Troppo spesso veniamo messi di fonte a film banali e lineari che non lasciano nessuno spazio di riflessione, ma questa volta non è così. Forse i più si aspettavano un vero e proprio war movie ed è proprio questo il problema: Dunkirk non vuole essere un film di guerra, anzi, viene da definirlo un vero e proprio anticolossal visti i pochi mezzi utilizzati da un Nolan che decide di mostrare allo spettatore solo un paio di aerei e poche navi. Dunkirk è un film sul cosa siamo e sul dove siamo, «su una spiaggia desolata, bersagliati da proiettili e pulsioni antiumane», come sostiene Wu Ming 4.

In un film dove vengono sparati pochissimi colpi, Nolan decide di non mostrare affatto la minaccia nazista in una scelta artistica che ben ricorda Orizzonti di Gloria di Kubrick, altra controversa pellicola sulla guerra. Il “Nemico” che attacca sia da terra sia dal cielo non mostra mai il suo volto e questo perché Dunkirk non è Salvate il Soldato Ryan, ma una pellicola dove la lotta è prima di tutto interiore, anche perché quella esteriore è abbastanza ìmpari e da essa non si può scappare. Una lotta con il proprio essere, messo a dura prova dalle necessità di sopravvivenza. Una lotta contro la perdita di umanità che potrebbe essere riletta in chiave quotidiana, non cedendo al comportamento collettivo che è il panico, ma alimentando una solidarietà organica, la stessa che nel film tiene assieme soldati di diverse nazionalità che più di una volta si salvano a vicenda.

Non vi è il tempo per raccontare le gesta di eroi romantici ed ecco quindi che il regista porta avanti un’astrazione dei personaggi, riportando tutto su un piano che per alcuni è fin troppo freddo. Ai piloti della RAF, i pochi che potrebbero entrare di diritto nel cerchio degli eroi del racconto, non viene concesso di mostrare il proprio volto che, per quasi tutta la durata del film, rimane nascosto dietro la maschera per l’ossigeno. Lo stesso aviatore Farrier (Tom Hardy) non lotta tanto con i caccia della Luftwaffe, quanto con la poca benzina presente nel suo spitfire. Tutto ciò è parte integrante della raffigurazione di un eroismo silenzioso, sconosciuto agli stessi soldati sulle coste che si sentono abbandonati dall’aviazione. Per contro, vi è la figura del marinaio della domenica. L’uomo comune che diventa eroe senza doversi trasformare in Superman e fa semplicemente il suo dovere di essere umano, spinto non solo da motivi etici ma anche personali. Nolan fa capire ciò illuminando retrospettivamente le intime motivazioni di un uomo che, dietro il patriottismo e l’ardore tipici dell’Inghilterra churchilliana, cela il dolore.

Piccole imbarcazioni civili per il recupero dei soldati sulla costa, Dunkerque 1940

Quello che può spaventare lo spettatore alla ricerca di certezze è la mancanza di un approfondimento rispetto il passato dei soldati: di quei giovani non si sa nulla, spesso nemmeno i nomi, perché come il regista decide di seguire Tommy (Fionn Whitehead) e Alex (Harry Styles) potrebbe cominciare a seguirne altri tra le centinaia di migliaia di soldati senza volto. Sarebbe stata una scelta non-etica lo zoomare macroscopicamente su un solo personaggio facendo dimenticare di tutto il resto. Ci viene detto di più, ma non troppo, del marinaio che con il figlio decide di andare da solo a Dunkerque e questo per valorizzare la loro importanza nella vicenda, ma come loro vi furono altre 400 e più navi all’epoca.

Manca anche una vera e propria trama e questo perché il film si sviluppa su di tre «strati narrativi» (mare, terra e aria) che utilizzano tre archi temporali diversi (una settimana, un giorno e poche ore) riuscendo a trasmettere allo spettatore il completo senso di spaesamento di quei soldati bloccati sulla spiaggia con una visione del tempo distorta. «Ogni quanto sale la marea? Ogni sei ore o ogni tre?» Quanto è lungo il tempo dell’attesa? Non sappiamo nemmeno questo.

Nolan é un regista piscologico, più che psicanalitico, che ha deciso di ridurre all’osso la storia; un regista che è riuscito a creare una narrazione di guerra pressoché nuova mettendo in luce il frammento di una vicenda umana che ha molto da raccontare già da sé. Ancora una volta però sembra che questo non sia abbastanza: schiavi del morbo di un sapere invadente, molti cercano di sedersi ad un banchetto dove sono le storie personali dei personaggi ad essere pietanza. Una ricerca inutile, un voler sapere sempre troppo, senza lasciare mai lavorare la propria mente, come succede un po’ tutti i giorni. Ecco, questo Nolan non lo permette.

Nato nel secolo scorso, studente di Scienze Politiche che ogni tanto scatta fotografie per provare a raccontare il mondo e i suoi cambiamenti.
Appassionato di cinema, letteratura e dell’arte in tutte le sue forme.

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