Perchè esiste ancora Miss Italia?

I social mi danno spesso notizie spiazzanti. L’ultima: Miss Italia esiste ancora. Non lo sapevo. O meglio, davo ingenuamente per scontata la sua cancellazione da qualsiasi rete televisiva nazionale. E invece, lo scorso 9 settembre, il pubblico di La7 ha visto calare sulla testa di una ragazza 21enne una bella coroncina sfavillante, il premio per essere «la più bella d’Italia». Un verdetto giunto dopo quattro ore di un soporifero andirivieni di silhouette slanciate, tutte intente ad assumere la stessa posa, a ripetere le movenze di quella che è venuta prima. Uguale l’altezza del tacco, identico l’abbigliamento, così da poter evidenziare meglio le differenze: stacco della coscia, larghezza del girovita, lunghezza femorale. Nient’altro che una sfilata di corpi identificata solamente da numeri. Magari le aspiranti miss dicono di divertirsi, ma c’è poco da ridere se si pensa al pubblico di ragazzine che guardano da casa, probabilmente identificandosi con questi modelli.

Quella proposta da Miss Italia è infatti un’immagine della donna lontana anni luce dalla contemporaneità. Proporre una lunga fila di ragazze che sfilano convinte che la bellezza sia la strada più giusta per accedere senza sforzo – o, meglio, con uno sforzo fatto di estetista, parrucchiere e diete – al mondo glitterato della moda o della tv, è un messaggio che non ha più niente a che vedere con il nostro presente. Con quel presente che, poche settimane fa, ha visto migliaia di donne americane marciare per le strade in difesa dei propri diritti; con quel presente che, lotta instancabilmente contro i corpi acefali delle pubblicità e contro il Barbie-stereotipo; con quel presente che vede il femminile sbarazzarsi progressivamente di etichette e costrizioni, rivelando al mondo il proprio potenziale. Certo, la strada è ancora lunga, ma nel tempo sono stati raggiunti importanti traguardi. Tra questi non possiamo certamente annoverare Miss Italia, un programma ormai d’altri tempi, uno scenario di un mondo obsoleto. E del suo anacronismo, il pubblico televisivo italiano pare essersene finalmente accorto.

Già parecchi anni fa, il concorso di bellezza più longevo d’Italia aveva dato segni di crisi. Nel 2013, dopo 25 anni di matrimonio più o meno felici, la Rai decise di non mandare più in onda Miss Italia. Le ragioni? Gli ascolti in costante calo, i costi eccessivi e l’immagine anacronistica. Allora, Patrizia Mirigliani – patron del concorso – gridò al complotto e chiese ospitalità a La7. Ma anche in questa cornice nuova di zecca le cose non vanno per il meglio. Cambiano i costumini alle miss di anno in anno, proibiscono loro di dire che vorrebbero vivere nel 1942 e confidano nella simpatia della Simona nazionale o nelle battutine di Facchinetti, quello del Capitano Uncino. In questa edizione, hanno addirittura provato a mettere le miss ai fornelli per tenere sveglio il pubblico (e che non osiate dire che sia una forma di segregazione di genere perché Facchinetti ha messo le mani avanti, spiegando che la scelta è stata fatta per un motivo innocente: «ormai le donne non stanno più in cucina, gli chef sono tutti uomini»). Ma le cose non migliorano, l’indice degli ascolti continua a scendere. Iustitia facta est: l’idea post-fascista della femminilità finalmente non piace più. E se piace ancora a qualcuno (orrore!) è sbagliatissimo.

Parlo di un’idea post-fascista di femminilità perché Miss Italia nasce come evoluzione del concorso 5000 lire per un sorriso, nato nel 1939 da un’idea di Dino Villani per sponsorizzare una marca di dentifricio. L’origine temporale e culturale si sente tutta: arriva chiaramente dal fascismo quest’idea del femminile ridotto alla mera fisicità, che vuole in scena corpi inermi e senza racconto, perché lasciati in silenzio fino a quando non vien concesso loro il diritto di parola giusto per provare che sono umani, nonostante l’apparenza da cartonati pubblicitari. È vero che oggi alle miss viene dato modo di raccontare qualcosa in più di sé, rispetto ad un tempo, ma davvero non ne capisco l’utilità: se i parametri di giudizio sono lo stacco della coscia o la rotondità del lato B – promemoria: nell’edizione del 2007 la giuria chiese alle miss di sfilare girate dall’altra parte – come può contare ciò che queste ragazze hanno da dire? Raccontare una barzelletta nel proprio dialetto o dire di vivere in un paesino di 14 abitanti non può certo convincere la giuria a chiudere un occhio su quei 163 centimetri di altezza raggiunti a fatica. E se lo fa, allora non stiamo parlando di un concorso di bellezza, ma di un gran bel casino.

Ma c’è dell’altro. Facendo un ulteriore passo indietro nel tempo, ci si imbatte in un altro dato alquanto impressionante. Miss Italia è la trasposizione italiota di Miss America, la cui prima edizione risale al 1921. Miss America è a sua volta erede di una lunga fila di concorsi di bellezza di esito più o meno fortunato, il primo dei quali fu presentato nel 1854 da Phineas Taylor Barnum. Sì Barnum, quello del circo: dopo aver presentato gare di cani ed uccelli, l’imprenditore circense più famoso del mondo diede vita ad una gara in cui le protagoniste erano le donne, le quali si sfidavano mettendo in mostra ciò che allora si stimava essere il loro bene più prezioso: il corpo. Dunque, se Miss America deriva dal circo Barnum e se Miss Italia deriva da Miss America e se la mia professoressa di matematica non mentiva quando mi ha spiegato la proprietà transitiva, allora anche Miss Italia deriva dal circo.

E del resto, circhi e concorsi di bellezza hanno molto in comune: sono scenari in cui i protagonisti ripetono in eterno un copione sempre uguale. Spazi in cui non c’è posto per l’individualità, quel principio determinante che fa sì che una data persona sia se stessa e non un’altra. Quel quid che di fatto ci rende umani. E infatti Miss Italia di umano ha ben poco, se si ostina a costringere giovani donne ad occupare il posto assegnato loro dal circo della bellezza. Null’altro, se non sostenere coi loro corpi e i loro sorrisi imperturbabili l’ideologia più ingiusta del mondo: quella del rispetto delle regole, della mela che non deve essere colta, dell’uomo padrone e guardone.

Già laureata in Lettere, sto ora per concludere il corso di laurea magistrale in Filologia Moderna. Quando non sto studiando, leggo viaggio o combino pasticci. Amo i film strappalacrime, le foto in bianco e nero, la musica malinconica e i romanzi intimisti. E se state pensando che io sia melodrammatica, non vi sbagliate. Lo sono, ma non ditemelo: mi imbarazzo facilmente.

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