Breve ritratto di Diego Fusaro, aforisma vivente

Diego Fusaro, un uomo, un cervello, un aforisma cefalodotato. «Ciò che c’è non è tutto. Il futuro è nostro». Non vuol dire nulla, ma come motto funziona: se uniamo l’erudizione alla televisione e al web, mescoliamo con cura il composto nel calderone, otteniamo Diego Fusaro, di professione filosofo, che si conserva onesto solo per avere un pretesto per deliziarci con le sue elucubrazioni.
Se, citando Leo Longanesi «un’idea imprecisa ha sempre un avvenire», non possiamo che prevedere ancor più successo per Fusaro, la cui rivoluzione sicuramente, iniziata sulla rete, finirà a tavola. Lavora per «Pandora Tv» di Giulietto Chiesa, ha il suo blog sul Il Fatto Quotidiano, sa dove mettere le mani per ottenere audience. Per non parlare delle ospitate televisive e dei suoi articoli sempre apparentemente «controcorrente».
Non ci manca la libertà, ma gli uomini liberi ed è difficile annoverare Fusaro fra questi; non perché abbia chissà quale padrone, ma perché dà l’impressione d’essere schiavo di se stesso, sottomesso alle sue idee. Apprezzato da estrema destra ed estrema sinistra, dai conservatori à la carte e dai liberali à la page, è l’uomo giusto per tutte le stagioni della politica, per qualunque stralcio di ideologia novecentesca.
Fusaro sta alla filosofia tanto quanto Gigi D’Alessio sta alla musica: l’apparenza è tutto. Stiamo parlando dell’uomo che prova inconfutabilmente che non si ha idea delle idee della gente senza idee. Le sue, di idee, sono tutt’altro che innovative, etichettabili piuttosto come un disordinato guazzabuglio di poche idee e pure confuse.
Neanche in fatto di umorismo Fusaro è un fuoriclasse: «Occhi? Due» scrive in uno schematico identikit presente nel suo sito personale. Ritiene di avere «valori di destra, idee di sinistra» e di essere un «allievo indipendente di Hegel e di Marx»; ama Paperinik e Aiace Telamonio, beve Negroni e non sopporta i «falsi», quasi come un perfetto cinquantenne-da-Facebook. Si professa epicureista, «lunatico» e dal peso «variabile». Ha costruito su di sé, ossia sul vuoto cosmico, un personaggio di successo (almeno mediatico) e questo dobbiamo riconoscerlo. Poi bisogna dirlo, ogniqualvolta entra in una stanza, questa rimane inesorabilmente vuota, ma questi sono dettagli per chi può crogiolarsi nella notorietà del proprio ego.

Tito Borsa

Ho fondato e diretto per 3 anni e mezzo La Voce che Stecca, e ho collaborato con Il Borghese e il Corriere del Veneto, oltre che con la Booth School of Business della University of Chicago. L’informazione rende gli individui liberi.

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