Lode all’Erasmus, ai suoi 30 anni e a chi sceglie di non aver paura

Di lodi sperticate al famigerato progetto Erasmus se ne sono sentite tante: una fra tutte, quella del compianto Umberto Eco, uno dei primi a parlare di «rivoluzione Erasmus» e di una «nuova generazione di europei». Approfondimento di una lingua straniera, confronto interaccademico, condivisione valoriale, conoscenza di nuove culture: sono più o meno queste le inoppugnabili motivazioni per cui il ventenne italiano medio decide di studiare per un semestre o due in un ateneo straniero.

I genitori sono generalmente d’accordo a sponsorizzare il temporaneo esilio volontario del figlio, un po’ perché lo ritengono saggiamente utile per il suo futuro accademico e lavorativo, un po’ perché «imparerà a lavarsi i vestiti da solo!» (illusi: non lo sapete che quel maglioncino rosso e blu un tempo era bianco!?). E poi c’è quell’amico, quello che è tornato dall’Erasmus innamorato perso di una ragazza russa; e quell’altra, quella che in Germania ha scoperto di amare la birra e di essere capace anche lei di far ridere la gente; e infine quell’altro ancora, quello che da quando è tornato non ha più posato la valigia, tanta è la voglia di viaggiare. Tutti cambiati, a tratti irriconoscibili, e tutti dalle spiegazioni troppo vaghe e un po’ presuntuose: «Se non lo vivi, non puoi capire». Professori, genitori, amici. Insomma, per un’insolita disposizione astrale favorevole, che si debba approfittare del progetto Erasmus te lo fanno pensare tutti. O meglio, tutti tranne i nonni. Quelli mai perché «non te tornarè mia casa co’ un foresto, no?!» (per i non veneti: «non tornerai mica a casa con uno straniero, no?»)

Una volta tentato invano di rassicurare i nonni e attraversato incolume il caldo borro burocratico, si giunge al tanto atteso momento della partenza. Le settimane prima del fatidico giorno raccontano un po’ chi sei: c’è chi non chiude occhio dalla paura; chi scoppia in lacrime quando saluta il gatto; chi non si preoccupa affatto, perché tanto ha già vissuto da solo qualche settimana a Jesolo. Ma c’è un incubo che accomuna qualsiasi genere di studente Erasmus nelle settimane prima della partenza: la valigia. Giorni interi passati a cercare di far entrare l’intero armadio in un trolley da 23 chili. Alcuni alzano bandiera bianca e chiedono l’aiuto da casa: spedire.com. Altri gridano vittoria stringendo tra le mani con sorriso sornione una maxi busta sottovuoto per indumenti (sempre sia lodata!).

E poi finalmente eccoti là. Là, in quella città in cui eri già stato solamente sotto forma di omino giallo di Google Maps. Là, in quell’appartamento scelto un po’ a caso, così come i coinquilini.  I primi giorni si sta un po’ come in Pianura Padana a novembre: nebbia in ogni dove. I momenti di sconforto sembrano avere la meglio: la nostalgia del bidet; la coinquilina tedesca che condisce la pasta con il ketchup; la multa perché hai attraversato la strada con il semaforo rosso; il learning agreement che non «agree» più; la porta della credenza che decide di farla finita e ti rimane in mano.

Passano i giorni, passano veloci. Conosci un altro studente Erasmus, poi tre, poi venti. Ci si aiuta. Si offre il divano a quelle due persone che ancora vivono in ostello e si va a fare la lavatrice da un amico perché la tua ha le istruzioni in serbo-croato. Esci a bere una birra con due italiani, uno spagnolo, tre tedeschi. Sembra di raccontare una barzelletta ma è tutto vero. Diventare inseparabili è questione di un attimo. Si passa dallo stato di «quelli che l’altra sera si sono imbucati a casa mia»  a quello di amici, che sia per mesi o per poche ore, per un week-end fuori porta o per l’ennesima festa, dove la mente e il cuore regalano spaccati che la sobrietà non può nemmeno immaginare. Sembra tutta superficie, sembra. Ma non lo è. Passa il tempo, vivere all’unisono unisce e dimezza i tempi di confidenza. Una confidenza che mai avresti pensato fosse capace di raggiungere livelli tanto sublimi così in fretta.

I brindisi storpiati in un’altra lingua, i ritorni a casa sempre più lunghi perché camminare insieme è più bello, i viaggi in autobus da 16 ore perché l’aereo costa troppo, le giornate più di caffè che di studio dopo una notte da leoni, quella canzone che capisci poco ma che ti fa brillare gli occhi, le notti sul matrimoniale in tre anche se c’è un singolo vuoto perché di dividersi non se ne parla. Gli abbracci, quelli lunghi. I baci, quelli della buonanotte. I sorrisi, quelli meravigliosamente complici. È come vivere tutto d’un fiato. Ti senti alla grande. Come risvegliato dopo un lungo letargo. Pieno di sogni, di idee, di progetti. Cambiano le stagioni e la città diventa più bella. O meglio, questo è quello che racconti a chi te lo chiede. Anche se resisti e non lo vuoi ammettere, sei tu a guardarla in modo diverso. La guardi con la voglia di vivertela fino all’ultimo istante, di goderti l’imprevisto, l’inatteso, il furore della libertà. Una libertà inebriante, perché per la prima volta è per così tanto tempo, così lontano.

E in quella libertà – anche se sembra una contraddizione bella e buona – impari ad essere responsabile. In un Paese straniero, con mamma e papà a migliaia di chilometri di distanza, diventa necessaria la pratica quotidiana della decisione, dell’assumersi il peso di una scelta. Decidere significa tagliare: tagliare il superfluo, l’orpello, il non-strettamente-necessario. Certo non si tratta di decisioni difficili, dolorose o drastiche. Semplicemente, se hai del petto di tacchino che scade domani ma tu hai una tremenda voglia di pizza, deciderai di mangiare il petto di tacchino e ti sembrerà pure squisito. Responsabilità minime, decisioni terra-terra, di mera sopravvivenza urbana. Ma è l’abitudine a decidere che fa la differenza e che si spera possa fare la differenza anche una volta tornati.

Così, si finisce col tagliare un traguardo dopo l’altro, consapevolmente o meno. Ma non ci si sente più forti, anzi. Si ha l’impressione di essere più deboli perché le emozioni, alla lunga, hanno la meglio. Le luci di Natale su quel lungo vialone ti emozionano, manco fossi una donna incinta al nono mese. Delle foto tutti insieme vorresti farci una tappezzeria da salotto e la carbonara in quindici su un tavolo da quattro ti sembra più romantica del matrimonio di tua cugina. Gli addii poi, un cappio alla gola. Mai avresti pensato che un addio a persone che hai conosciuto sei mesi prima potesse essere così maledettamente difficile.

Maledettamente difficile perché quella è una confidenza viscerale nutrita giorno per giorno e cresciuta con la condivisione delle difficoltà e delle gioie, prima che la noia arrivi dopo sei mesi di Baccanali come un ingordo pugno in faccia. L’Erasmus prima o poi finisce. E quando finisce te ne accorgi subito, non appena metti piede tra le mura di casa dopo quel periodo di evasione che ti è sembrato una vita. L’università in stand-by, una nostalgia lancinante, la sensazione costante di essere fuori luogo. Le foto sfogliate fino ad impararle a memoria, le chiamate su Skype con gli amici lontani per condividere la tristezza e lo strano bisogno di silenzio. Un silenzio necessario a capire cosa fare dopo, a parte il tran-tran degli esami e della tesi che sono fermi là, ad aspettarti indispettiti. Una situazione di crisi che pare non voler finire mai, ma che piano piano si rivelerà essere un passo verso l’età adulta.

Passa il tempo e piano piano inizi a dare alle cose il giusto peso. Capisci che l’Erasmus non è stato la scelta giusta solo per il tuo curriculum, per saziare la tua voglia di viaggiare o per tutte le persone meravigliose che hai conosciuto. È stata la scelta giusta anzitutto per te stesso. Per te stesso, perché in quei mesi hai iniziato a conoscerti. Sia che quell’esperienza rimanga isolata come l’epifania della libertà sia che invece si tramuti – zaino in spalla – nel preludio di una nuova vita, ti sei riscoperto. Sei in quei balli fuori ritmo alle cinque del mattino. Sei in quell’Europa che della paura non ne vuol sapere. Sei in quel viaggio con le occhiaie gonfie ed il cuore più grande. Sei in quella sera tutti insieme per una partita a Monopoli. Sei in quelle lacrime, con quel biglietto, l’ultimo giorno. Sei in quell’abbraccio, quello d’addio, che avresti voluto non potesse finire mai.

Già laureata in Lettere, sto ora per concludere il corso di laurea magistrale in Filologia Moderna. Quando non sto studiando, leggo viaggio o combino pasticci. Amo i film strappalacrime, le foto in bianco e nero, la musica malinconica e i romanzi intimisti. E se state pensando che io sia melodrammatica, non vi sbagliate. Lo sono, ma non ditemelo: mi imbarazzo facilmente.

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