Fusaro: altro che Erasmus! Beati i tempi della naia!

Ah, bei tempi quelli della naia! Evviva il servizio militare obbligatorio che educava i giovani a servire la Patria! Magari vi fosse ancora la leva a svezzare i giovani. Invece oggi si è arrivati a pensare che niente possa essere più educativo di un Erasmus, che altro non è che il demone «dell’erranza planetaria, dell’espatrio permanente, del moto diasporico globalizzato e della centrifugazione postmoderna dell’identità».

Se a fare un discorso del genere fosse un lacerbista risorto dalla tomba, nel tentativo di riadattare l’Amiamo la guerra di Papini alle contingenze del 2017, ci si potrebbe fare una risata. Ma se ad evocare con nostalgia il servizio militare per il suo portato educativo è uno dei giovani intellettuali italiani più popolari, quale è Diego Fusaro, più che a ridere c’è da mettersi a piangere. La sparata emerge sulla scia delle ultime dichiarazioni della ministra dell’istruzione Valeria Fedeli, la quale, attraverso la testata  Il Sole 24 ore, ha annunciato le novità in arrivo con il nuovo anno tra i banchi di scuola. Tra queste, quella che più ha fatto parlare, è la proposta di estendere l’Erasmus agli ultimi due anni delle superiori, in modo tale da far diventare curricolare questa esperienza formativa a suo dire «formidabile». Così, qualora la manovra riuscisse ad andare in porto, anche gli alunni della scuola secondaria di secondo grado potrebbero decidere di trascorrere un semestre o due all’estero, andando ad aumentare le fila degli aderenti al famigerato progetto europeo. Un progetto che – vale la pena ricordarlo – proprio quest’anno ha festeggiato il suo trentesimo compleanno, glorificato dalle cifre da record che si porta dietro: 5 milioni, gli europei che hanno scelto di partire; un milione, i bambini nati da ex studenti Erasmus; 12%, le possibilità in più di trovare lavoro se un curriculum vanta un Erasmus.

Un mondo di sciocchi, per il filosofo dei talk show, perché scegliere di andare in Erasmus significa per Fusaro abbandonare «ogni radicamento nazionale e ogni residua identità culturale». Meglio il tempo in cui i giovani italiani crescevano sani e forti proprio perché fedeli alla Patria, pronti ad ogni sacrificio e a combattere per lei in battaglia.  Oggi niente di tutto questo: niente patriottismo, niente leva obbligatoria, niente guerre. Oggi la gioventù del Belpaese studia e ama viaggiare; impara idiomi stranieri, si confronta con studenti e docenti di un altro Paese, frequenta musei, associazioni, biblioteche e atenei a migliaia di chilometri da casa. E tutto questo è approvato e finanziato dallo Stato, il quale ha sostituito il militarismo con una cultura democratica basata su istruzione, cultura, iniziativa personale, libero movimento di cose e persone, libero scambio di idee e superamento dei confini tra gli Stati d’Europa. Per Fusaro la vera e propria immagine dell’apocalisse.

Una generazione irrimediabilmente perduta sì, ma anche… di femminucce. Per il giovane saggista torinese, l’Erasmus è infatti il cavallo di Troia dei «pedagoghi del mondialismo» che sono riusciti ad imporre «la nuova postura cosmopolita no border» ai «giovani femminilizzati». Avete letto bene: studiare all’estero innescherebbe un processo di «femminilizzazione». E la parola «femmina» è usata, manco a dirlo, in un’accezione negativa. Quale sia il nesso tra formazione internazionale e perdita di testosterone, però, è un arcano che fatico a risolvere. Se poi vi state chiedendo che cosa accada alle donne che partono per un Erasmus il mistero si infittisce: si iperfemminilizzano? Oppure al contrario si ritrovano improvvisamente con dei gioielli di famiglia sotto la gonna? Mah.

Sorvolando su quanto sia inappropriato l’utilizzo dell’espressione «giovani femminilizzati» – inappropriato non solo per l’uso in sé della parola «femminilizzati» ma anche per il suo essere del tutto fuori contesto – mi chiedo davvero come si possa desiderare ancora oggi una gioventù che imbraccia il fucile per difendere il proprio territorio, quel territorio che deve bastare a tutti i costi. Non è barricandosi entro i confini del proprio paesuccio che si conserva la propria «identità culturale», anzi. Quanto più si va lontani tanto più si apprezzeranno le proprie radici. In un mondo iperconnesso che viaggia al ritmo di clic, non possiamo più pensare all’identità come ad un concetto immobile e imperturbabile, inciso nel nostro DNA finché morte non ci separi. L’identità culturale è piuttosto un processo interattivo di assimilazione e di differenziazione in rapporto con l’altro: essa implica un Io che si costituisce a partire da un plurale, attraverso un movimento di andata-ritorno, d’integrazione ma anche di rigetto. È, in altre parole, nel confronto con l’oltreconfine, con il diverso, con l’estraneo che si comprende fino in fondo la propria identità. Identità, quindi, come processo e interazione, come consapevolezza del mondo circostante e arricchimento continuo. 

Per non parlare poi della portata educativa di un semestre in un ateneo straniero. Certo, sarà difficile crederlo se – come Fusaro ha dichiarato in un confronto con Gianfranco Librandi – si pensa ai giovani della Erasmus Generation, come «abituati a essere ‘open mind’, ‘open society’, apertura di tutto, purché la vita sia costruita come una grande movida permanente con godimento illimitato». Open mind ci si prova, open society mica tanto, ma sul godimento illimitato proprio non ci siamo. Certo, in Erasmus il divertimento è una garanzia e più di qualche volta si fantastica di poter vivere sempre di party e birre tra amici. Ma non c’è solo quello. Se i nostri papà avevano il servizio militare obbligatorio a sgrezzarli dall’adolescenza e ad insegnare loro la ginnastica dell’obbedienza, a noi, generazione dei social, è richiesto qualcosa di più: in questo mondo di solitudini iperconnesse, dove tutto scorre sì, ma ne frattempo ci si guarda troppo spesso in modo indifferente, diventa essenziale imparare ad essere responsabili. E l’Erasmus è una delle migliori palestre  di responsabilità, intesa come abilità di rispondere alla realtà circostante: sconosciuta, perchè si tratta di un Paese straniero; incomprensibile, perchè non ne parli troppo bene la lingua; problematica, perché la lavatrice non funziona e le fermate dell’autobus ti sembrano tutte uguali e non trovi corsi da seguire e i supermercati offrono soltanto cetrioli e patate. Sì, si tratta di responsabilità minime, giusto quelle necessarie per arrivare a fine giornata. Ma è l’abitudine di assumersi responsabilità a fare la differenza.

Infine, mi chiedo, in fondo parecchio amareggiata, come sia possibile suggerire di murarsi entro i confini del proprio Paese, fuggendo inorriditi dallo spettro della «postura cosmopolita» all’indomani di un attentato terroristico, quando l’unica cosa da fare sarebbe provare a non spegnere nei giovani la voglia di investire nel futuro, di muoversi, di prendere l’iniziativa, di viaggiare.

Già laureata in Lettere, sto ora per concludere il corso di laurea magistrale in Filologia Moderna. Quando non sto studiando, leggo viaggio o combino pasticci. Amo i film strappalacrime, le foto in bianco e nero, la musica malinconica e i romanzi intimisti. E se state pensando che io sia melodrammatica, non vi sbagliate. Lo sono, ma non ditemelo: mi imbarazzo facilmente.

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