Se i luoghi abbandonati diventano arte: vi presentiamo Andrea Meloni

Estate, vacanze, giornate vuote da riempire e la solita attrazione-repulsione per il televisore che se ne sta al centro del salotto a fare da polo magnetico: scommetto cento euro che anche voi vi siete ritrovati, almeno per un giorno, a bighellonare per casa fino ad approdare alla collaudata formula tv-divano. E magari, saltellando tra un canale e l’altro, vi sarete imbattuti in programmi come «Urban Explorer» di Discovery Channel o «Cities of the Underworld» di History Channel. Magari. E magari vi sarete chiesti che cosa è «l’urban exploration». Beh, io sì. E mi sono anche imbattuta in un fotografo che si occupa in maniera brillante di questo genere artistico: Andrea Meloni.
Ma procediamo con ordine.

L’urban exploration (anche  riassunta nell’acronimo urbex) viene definita come l’esplorazione di edifici costruiti dall’uomo e spesso in stato di rovina o abbandono. Nonostante questa pratica abbia circa duecento anni, la sua recente popolarità nei media l’ha portata alla ribalta generando produzioni di notevole spessore e trasmissione e coinvolgendo sempre più appassionati e fotografi. Gli urban explorers hanno addirittura un loro slogan («Take nothing but photograph, leave nothing but footprints», tradotto nell’italiano «Lasciate solo impronte, prendete sono emozioni») e un codice di condotta, che include chiedere il permesso del proprietario quando possibile ed evitare di forzare porte per entrare o di condividere la location per prevenire atti di vandalismo. Insomma, cercare di rendere la propria presenza impercettibile, lasciando tutto come lo si è trovato.

Le motivazioni principali alla base di questa pratica sono di diverso tipo. Da un lato c’è la volontà di documentare lo stato di decadimento e abbandono che affligge innumerevoli edifici pubblici e privati e che potrebbero, se ripensati e ripristinati, arricchire il patrimonio architettonico e culturale delle nostre città. Dall’altro, una riflessione sui luoghi che ci circondano e, in un certo senso, intrappolano le nostre vite.  Questa ricerca, documentazione e mappatura di luoghi al margine – istituti mentali, vecchie scuole, ville disabitate, aree industriali – non è che un’intrusione in luoghi proibiti, al di fuori delle linee schematiche tracciate giornalmente dai nostri spostamenti, la quale ci permette di entrare in una geografia diversa, indugiare in un non-luogo. Fuga e fascinazione, fascinazione della fuga, inevitabile ritorno. 

Non solo. Gli edifici abbandonati possono diventare un luogo di conoscenza e scoperta di se stessi, secondo Andrea Meloni, autore del progetto artistico «Art of Decay», vincitore del concorso fotografico Fuori Focus organizzato dalla Scuola del cinema di Torino e protagonista, da metà ottobre a fine dicembre 2017, di una mostra personale presso la bibliomediateca Mario Gromo.
Meloni parte da una vicenda personale, intima, e la traspone in immagini che ne rendono visibili le sfumature emotive, narrando, in forma del tutto nuova, la sua storia. Spiega così il progetto a Incipit:

«Spesso mi sono chiesto il motivo per cui ho iniziato a fare esplorazioni. Esplorare l’esterno mi ha posto necessariamente in una condizione di autoesplorazione. Ho scoperto che, in fondo, ad essere abbandonati non sono solo le centinaia di migliaia di edifici che, là fuori, aspettano solo di essere esplorati. Quello ad essere abbandonato sono anche io. Sono stato abbandonato da chi non avrebbe dovuto abbandonarmi mai. A volte provo un senso di colpa. A volte penso che, forse, avrei potuto evitare tutto questo. Avrei potuto controllare gli eventi. Avrei potuto non riporre incondizionata fiducia in chi mi ha cresciuto. Avrei potuto. Ma gli esseri umani, a differenza degli edifici, spesso non vanno d’accordo con la razionalità».

Quello che fa Meloni è, quindi, ri-esplorare e re-interpretare la stessa storia – la sua – attraverso ogni fotogramma, risbattersela e risbattercela davanti agli occhi in un convulso gioco di ricerca di significato. In fondo, a pensarci bene, la nostra vita non è che un intreccio di pochi significativi eventi la cui trama continuiamo a riscrivere, reinterpretare, rivivere, nel tentativo un po’ inutile di capirla, forse cambiarla, annullarla, sublimarla. D’altronde già i greci e i romani si erano resi conto del potere della catarsi ed utilizzavano il teatro come forma di contenimento di sentimenti politici e sociali. Raccontare o immedesimarsi in una storia per liberarsene. Dare corpo a un sentimento o a intuizione, facendogli compiere un movimento dentro-fuori che, affidando all’inchiostro o all’obbiettivo ciò che ci stringe il petto ce ne libera dal peso. E renderlo visibile ad altri, permettergli di entrare a far parte del gioco-bisogno di riscrittura della propria vita. Il cercare un perché, nonostante l’inutilità della ricerca. Qui sta il valore dell’arte, a mio avviso, e il valore del progetto fotografico «Art of Decay».

Se tale progetto ha catturato anche voi, non perdetevi la mostra Fuori Fuoco organizzata dal Museo del Cinema di Torino né la 13a edizione di Paratissima, esposizione che si colloca all’interno del programma Contemporary Art Torino-Piemonte (dall’1 al 5 novembre, via Asti 22, Torino).

Tutte le foto sono pubblicate per concessione dell’artista. Se ne possono trovare altre sul blog fondato dallo stesso Andrea Meloni. 

Ho 23 anni, mi sono laureata in Lingue e Letterature straniere a Bologna ed ho appena terminato un Master Degree in traduzione presso l’università di Sheffield, UK, ora vivo a Mosca dove insegno italiano e inglese. Sono una nomade amante della danza, la letteratura ed in generale di tutte le arti e di ciò che ci permette di riflettere sulla società e noi stessi, e di abbattere i pregiudizi. Collaboro a Incipit perché mi piace l’idea di un giornale che dia voce ai giovani e risonanza alla cultura.

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