“Ar-cis Lesbica” Nazionale: una deriva reazionaria?

Nel pomeriggio dell’8 agosto ArciLesbica Nazionale scatena una polemica furibonda condividendo sulla propria pagina Facebook un articolo, in inglese, intitolato «Io sono una donna. Tu sei una donna trans. E questa distinzione è importante». La problematicità dell’articolo si estende ben oltre il titolo provocatorio:

«Siccome sostieni che tu [donna trans, ndr] sei una donna, il tuo pene è un pene femminile e dovrebbe essere considerato alla stregua di una vagina negli spogliatoi femminili e negli spazi per le donne? Le donne hanno costantemente a che fare con l’invio di dick pics e flasher, sono costrette a vedere peni senza aver mai acconsentito. Da reduce di uno stupro, per me è particolarmente difficile.»

(ndr: per «dick pics» si intende una particolare varietà di molestia sessuale che consiste in fotografie di peni inviate solitamente da estranei, e solitamente non richieste e senza consenso; per «flashing» un’altra forma di molestia sessuale -a volte eufemisticamente indicata in italiano come «esibizionismo»-, che prevede invece di mostrarsi del tutto o parzialmente nudi alla vittima, senza consenso e senza preavviso solitamente in spazi pubblici).

In questo passaggio, che nel nome della brevità prenderemo come emblema della linea dell’intero pezzo, l’autrice compie un’operazione doppiamente malevola: da un lato invoca apertamente l’esclusione delle donne trans dagli spazi dedicati alle donne, e dall’altro strumentalizza il proprio trauma per supportare questa esclusione. La violazione del consenso della vittima e l’intento predatorio di sopraffare e umiliare sono ciò che rende gli atti citati dei crimini sessuali, e non le parti anatomiche coinvolte. L’autrice del pezzo sembra suggerire che una donna transgender Male-To-Female che si cambi in uno spogliatoio femminile lo faccia in malafede, con lo scopo di costringere le altre persone a guardare il suo corpo e non, semplicemente, di cambiarsi. L’intero articolo presuppone insomma che non solo le donne trans siano intrinsecamente violente verso le donne cisgender (cioè che si identificano con il genere attribuito alla nascita), ma che non siano a conti fatti donne vere e proprie: facile perciò capire la reazione accesissima alla scelta, da parte di ArciLesbica Nazionale, di condividerlo.

ArciLesbica Nazionale non è nuova a queste prese di posizione che molti, fra le centinaia di commentatori indignati, considerano niente meno che oppressive e reazionarie: già alla fine di maggio, in vista del Pride 2017, un comunicato anti-GPA aveva dato inizio a spaccature intestine fra ArciLesbica Nazionale e numerosi comitati territoriali – spaccature destinate ad aggravarsi, a giudicare dalla reazione pressoché universalmente negativa ricevuta nei commenti, a cui si aggiunge l’accusa di aver cancellato e ri-pubblicato l’articolo per due volte nel tentativo di mascherare il dissenso. Riguardo a quest’ultimo punto, chi gestisce la pagina sostiene che la duplice cancellazione è stata accidentale e involontaria.

Chi da mesi accusa ArciLesbica di «assomigliare ad Adinolfi», e più in generale di discendere una china iper-conservatrice quando non proprio bigotta, lo fa mettendo in luce la presunta vicinanza fra ArciLesbica Nazionale e il leader del Popolo della Famiglia sia nelle tematiche (nel caso specifico, l’insistenza sul binarismo di genere) sia in certe tattiche retoriche (come il dipingersi vittima del «pensiero unico», cercando di rivoltare contro chi si è per primi discriminato l’accusa di essere dei bulli e degli oppressori). Una possibile conferma della crescente vicinanza ideologica con i cosiddetti «difensori della famiglia tradizionale»  sarebbe peraltro arrivata nel giro di due giorni, quando la pagina Facebook delle Sentinelle in Piedi ha ribadito «la differenza tra essere una donna ed essere una “donna trans”» in un post sull’accaduto.

Per chi scrive sarebbe presuntuoso, in quanto non lesbica e non trans, pensare di poter indicare una reazione appropriata all’atteggiamento di ArciLesbica; due considerazioni sorgono però spontanee: da parte di un’associazione che oltre che LGBT+ si autodefinisce femminista, è senz’altro un faux pas ideologico adottare la linea di pensiero per cui è esclusivamente l’anatomia che rende donne: una premessa di questo tipo rischierebbe infatti di innescare una catena di conclusioni paradossali (una su tutte: una donna che per ragioni mediche si sottoponesse alla rimozione di seno e utero – come talvolta si fa per combattere il cancro – smetterebbe quindi di essere donna?).

Sarebbe tra l’altro sempre auspicabile, quando si parla di una comunità marginalizzata come quella delle persone transgender, portare le voci di chi ne fa parte, tanto più che numeros* attivist* ( Kat Blaque, Riley J. Dennis, Richard Thunder, tanto per citarne alcun*) svolgono il lodevole lavoro di rendere la propria esperienza comprensibile e coinvolgente su piattaforme largamente accessibili come YouTube.  Si segnalano anche i video di Buzzfeed a tema transgender, che per quanto poco approfonditi hanno il pregio di essere molto comprensibili anche a chi si approccia per la prima volta a queste tematiche.

L’immagine di copertina è tratta da Wikipedia e riguarda la Women’s March di Washington DC tenutasi il 27 gennaio scorso.

 
Camilla Bulbarelli

Ho ventitré anni, una laurea in lettere e velleità da pasionaria. Una volta mi hanno dato della “professorona di sinistra”: non sono mai stata così lusingata in vita mia.

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