Siamo nell’era della Quarta Rivoluzione Industriale, anche in Italia?

A quasi un anno dall’annuncio da parte del Ministro dello Sviluppo economico, il «Piano Calenda Industria 4.0» inizia a produrre i primi risultati. A fotografare questo trend positivo sono i dati Istat, i quali evidenziano una crescita degli ordinativi, ossia un aumento dei documenti con cui un rappresentante di commercio trasmette alla propria ditta gli ordini d’acquisto raccolti presso i clienti. La tanto agognata ripresa dell’industria sembra quindi essere strettamente legata a quella che gli esperti definiscono «Quarta Rivoluzione Industriale». Ma cos’è, pragmaticamente, questa «Industria 4.0» e come è stata affrontata in Italia dal Piano promosso da Carlo Calenda?

Il concetto di «Industria 4.0» emette i suoi primi vagiti nel 2011, quando alla Fiera di Hannover lo si usa per indicare il progetto tedesco di industria del futuro «Industrie 4.0», il quale prevedeva investimenti su infrastrutture, scuole, sistemi energetici, enti di ricerca e aziende per ammodernare il sistema produttivo tedesco e riportare la manifattura tedesca ai vertici mondiali. Gli ottimi risultati ottenuti dalla Germania hanno spinto altri paesi ad intraprendere questa nuova via, dando avvento a studi concernenti una nuova «rivoluzione industriale».

Da un punto di vista prettamente storico, per «rivoluzione» si intende un cambiamento radicale e repentino, dopo il quale nulla sarà come prima. Gli storici hanno individuato finora tre momenti che hanno portato alla rottura del precedente paradigma e l’avvento di nuovi mezzi di produzione. Il primo riguarda il settore tessile-metallurgico e ha comportato l’introduzione della macchina a vapore; il suo arco cronologico è solitamente compreso tra il 1760-1780 ed il 1830. Il secondo viene fatto convenzionalmente partire dal 1870-1880, con l’introduzione dell’elettricità, dei prodotti chimici e del petrolio. Talvolta ci si riferisce agli effetti dell’introduzione massiccia dell’elettronica e dell’informatica nell’industria come alla terza rivoluzione industriale, che viene fatta partire nel XX secolo, dal secondo dopoguerra. La quarta rivoluzione industriale si colloca proprio dopo la fine di quest’ultima, con l’avvento di sistemi cybernetici, sensori e connessioni wireless a basso costo, i quali prospettano una tendenza dell’automazione industriale che integra alcune nuove tecnologie produttive per migliorare le condizioni di lavoro e aumentare la produttività e la qualità.

In questo nuovo scenario si muovono le varie nazioni, fedeli all’onnipresente «Cui prodest?» (a chi conviene?). Per l’Italia, il sopracitato Piano Calenda opera seguendo questa logica, proponendosi di leggere i cambiamenti in atto e offrire un supporto agli investimenti, alla digitalizzazione dei processi produttivi, alla valorizzazione della produttività dei lavoratori, alla formazione di competenze adeguate e allo sviluppo di nuovi prodotti e processi. Per usare le parole dello stesso ministro promotore, «il piano Industria 4.0, che 

vale quasi 20 miliardi di euro in tre anni, è fondato su incentivi fiscali automatici, che escludono intermediazione politica e che premiano chi investe indipendentemente dal settore o dalla tecnologia. È un’impostazione che sottende una profonda fiducia nella capacità delle imprese di fare il proprio lavoro senza inutili interferenze dell’amministrazione pubblica».

Se i numeri sembrano promuovere il Piano Calenda e ritorna di attualità la discussione sui robot e sulla possibilità che essi «rubino» posti di lavoro agli operai. Indubbiamente, è innegabile che molti posti di lavoro spariranno o verranno svolti da automi: studi della Oxford Martin School e del Mit, prevedono che oltre il 47% dei lavori in Europa e negli Stati Uniti siano a rischio di automazione in meno di 20 anni. Questa visione di futuro catastrofico alla Matrix viene però smentita dalla storia, sia essa passata o presente. Alla fine del diciannovesimo secolo in Inghilterra, dopo la seconda rivoluzione industriale, il numero delle imprese era quattro volte maggiore rispetto a quelle esistenti nel 1830. Balzando direttamente nell’attualità, il colosso Amazon negli ultimi anni ha decuplicato il numero di robot nelle proprie aziende senza che ciò andasse a discapito delle assunzioni umane, le quali sono anzi aumentate.

Personalmente, reputiamo che ignorare (o, peggio ancora, opporsi) ad un cambiamento di tale portata avrebbe un impatto devastante sul nostro già precario settore secondario. Sembra che questa volta, anche se in ritardo, l’Italia abbia deciso di cavalcare l’onda del progresso e non di farsi travolgere, come è successo già troppe volte in passato.

L’immagine di copertina è presa da Wikipedia.

Vent’anni, studente di scienze politiche. Una passione per l’arte, in tutte le sue forme, e tanta ambizione.

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