Il «Dipartimento mamme»? Una scelta pericolosa

Un’ondata di sarcasmo, di battute più o meno felici, di critiche più o meno costruttive. Da più di qualche giorno, uno degli argomenti più discussi sui principali social network italiani è la decisione da parte del Partito Democratico di dare vita all’oramai famigerato «Dipartimento mamme», uno di quei quaranta attraverso cui Matteo Renzi ha deciso di riorganizzare la struttura portante del Pd, per affrontare al meglio le sfide politiche dei prossimi mesi. Ad affiancare il lavoro della segreteria, sono infatti da pochi giorni operativi quaranta dipartimenti per quaranta tematiche ritenute chiave dal partito in vista della campagna elettorale. Immigrazione, sanità, lavoro e via dicendo. E appunto le mamme.

Dei quaranta Dipartimenti, venti sono affidati a donne e i restanti venti a uomini. Una suddivisione che voleva forse essere un tributo al rispetto della parità di genere, ma che a guardarla bene pare essere l’esatto contrario. Con rare eccezioni infatti, i Dipartimenti guidati dagli uomini sono quelli associati ad ambiti che comunemente vengono ritenuti virili o più pesanti: legalità, giustizia, infrastrutture, sviluppo economico, sicurezza e così via. I Dipartimenti retti da donne riguardano invece tematiche considerate meno prestigiose, come lo sport, la lotta contro lo spreco alimentare, le feste dell’unità, l’editoria o la difesa degli animali. Già da sola la divisione in parti uguali dei Dipartimenti tra uomini e donne è un vacuo formalismo della parità di genere, nient’altro che un involucro vuoto. Se poi l’intero impianto è costruito in questo modo – da una parte le cose da donne, dall’altra le cose da uomini – sembra essere addirittura una forma di segregazione di genere.

Ma lo scivolone più brusco da parte del Pd – uno scivolone tanto lungo d’aver ricordato a più di qualcuno la politica mussoliniana – è la scelta di mettere in piedi un «Dipartimento mamme», affidato alla deputata Titti di Salvo, che in passato si è a lungo battuta per la parità di genere. Dall’accusa di «passatismo puro» della pagina Twitter della conduttrice radiofonica Loredana Lipperini, passando per chi come la psicologa e blogger Barbara Collevecchio si augura si tratti solo di una fake news e arrivando a chi posta manifesti dell’Opera Nazionale Balilla, le frecciatine via social non si contano. In effetti ci sono parecchie perplessità in merito: di che cosa intende occuparsi il «Dipartimento mamm»e? Secondo quanto detto da Titti di Salvo a Repubblica.it, «l‘intento politico del Dipartimento è chiaro: si tratta di coniugare la maternità con l’estensione dei diritti. Essere madri non è di sicuro un destino obbligato, ma non può essere neanche un desiderio negato. E troppo spesso nel nostro Paese la maternità diventa un ostacolo, soprattutto per il lavoro. Ecco, siamo al lavoro per rimuovere questi ostacoli». Dando per certo quindi che dietro alla scelta di creare questo Dipartimento vi siano i migliori intenti, l’iniziativa pecca di un’inammissibile miopia: è difatti terribilmente miope pensare che le discriminazioni riguardino solo le mamme. Certo, è innegabile che le donne, una volta diventate madri, siano ancor più facilmente oggetto di oppressioni e manipolazioni nella vita sociale, politica o lavorativa. Le discriminazioni fin troppo spesso riguardano le donne in quanto tali, a prescindere dal fatto che abbiano o meno dei figli. Parlare solo di mamme esclude immediatamente non solo le donne che non lo sono, ma paradossalmente anche quelle che sognano, un giorno, di esserlo. E qui saltano subito alla mente tutti quei colloqui di lavoro in cui il desiderio o meno di dare alla luce un figlio viene adottato come iniquo criterio selettivo.

Se poi ci fermassimo a guardare quella parte di donne a cui sono rivolte le iniziative del Dipartimento, converremmo sempre e comunque che la miopia è un difetto alquanto fastidioso: le madri stesse, al di qua e al di là della maternità sono altro, sono sempre e comunque altro. Hanno dei figli, sì, ma al contempo sono l’insegnante di tuo nipote, l’avvocato di tua sorella, l’autrice della tua saga preferita, la fruttivendola del sabato mattina, l’oro olimpico nello stile libero. Sono questo e molto altro ancora, oltre ad essere madri. Il ruolo femminile va pensato nella sua interezza, lo sguardo non può fissarsi solo sulla genitorialità.

E se poi è di genitorialità che si vuol discutere, non si è ben capito che fine abbiano fatto i padri. Parlare dei diritti delle madri significa estromettere tutti quei padri che quotidianamente si dividono tra famiglia e lavoro. Vuol dire avvalorare l’idea sbagliata che il padre sia un mero supporto alla madre. E invece un papà non è un aiuto ma l’altra metà del tutto. Il «Dipartimento mamme» ricollega quindi la maternità alla biologia, o forse neanche a questo, giacchè anche la riproduzione coinvolge sia uomini che donne, a meno che non si creda che i bambini siano portati in dono da un bella cicogna venuta da lontano.

Figli solo alle donne e donne solo le mamme dunque. E pensare che il neo Dipartimento non fa altro che parlare di diritti. Come può un diritto non essere universale? Ostinarsi a non considerare i padri, le donne che scelgono di non essere madri, le donne che desiderano diventare madri e soprattutto le donne in quanto donne, oltre che ingiusto è pericoloso. Si rischia di tornare indietro a quando le donne non erano altro che lo strumento attraverso il quale perpetuare la specie. Perciò facciamo un favore alle donne, agli uomini e alla nostra società in toto: lasciamola ai grandi magazzini, l’etichetta «dipartimento mamme». Accanto al reparto premaman, tra passeggini e bavaglini, starà benissimo.

Già laureata in Lettere, sto ora per concludere il corso di laurea magistrale in Filologia Moderna. Quando non sto studiando, leggo viaggio o combino pasticci. Amo i film strappalacrime, le foto in bianco e nero, la musica malinconica e i romanzi intimisti. E se state pensando che io sia melodrammatica, non vi sbagliate. Lo sono, ma non ditemelo: mi imbarazzo facilmente.

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