Cosa può insegnarci il guardare negli occhi uno sconosciuto?

Vi ho già parlato dell’«Eye Contact Experiment», flash mob organizzato in più di 150 città del mondo che prevede che ci si guardi negli occhi senza dire niente per almeno un minuto. A Mosca, dove vivo, tale evento è stato organizzato per la prima volta da Anastasia Venkova, che ho intervistato, nel gennaio 2017, ma con alcune modifiche: viene organizzato in specifiche location al coperto (scelta obbligata visto che qui a Mosca si va in giro in cappotto a giugno) e non c’è la regola del minuto, ci si può guardare per quanto tempo si vuole. L’evento ha avuto molto successo, tanto che è stato organizzato una seconda e una terza volta e l’afflusso di persone è cresciuto nel tempo. E così ho finalmente partecipato anche io.

Vi confesso una cosa: odio guardare la gente negli occhi. Rifuggo lo sguardo altrui come un vampiro la luce del sole. Proprio per questo ho deciso di prendere parte all’evento, per superare una volta per tutte questo imbarazzo. E non senza preparativi: mezz’ora prima, al bar con un amico, cercando di «allenarci» allo sguardo altrui abbiamo dovuto rimettere il timer almeno cinque volte perché o si rideva o si parlava. Però alla fine sono andata e ho avuto modo di verificare alcune delle cose che pensavo. Come immaginavo, all’inizio ruota tutto intorno a sé stessi: «cosa penserà di me, chissà se ho qualcosa sul naso, perché non riesco a tenere la bocca ferma, chissà se lo sto facendo giusto».  Si è estremamente consapevoli di ogni parte del proprio viso, dei muscoli tesi che non accennano a rilassarsi, della saliva in bocca, del fatto che si vorrebbe deglutire o inumidirsi le labbra ma si ha timore a farlo mentre un estraneo vi fissa. Il proprio spazio personale viene invaso dallo sguardo altrui.

Che potente arma è lo sguardo e in quanti modi può agire. Da quello del solito tipo (ce ne è sempre uno) che ti si appiccica di fronte in metro e ti fissa finché non scendi, facendoti sentire terribilmente a disagio, a quello dall’alto in basso che ti fa sentire una nullità, a quello che ferisce ‒ forse più di tutti ‒ poiché assente. Uno dei commenti che più mi ha colpito è venuto da una signora, la quale ha detto che per lei era stata una esperienza positiva in quanto le altre persone l’avevano guardata e finalmente le era stata dedicata dell’attenzione, del tempo – cosa che non le succedeva da un po’. Un altro ragazzo ha paragonato quest’esperienza alle nostre relazioni: dapprima senti una leggera preoccupazione, poi ti abitui e diventa confortevole, poi inizi a pensare a te stesso, ti gratti il naso, muovi i piedi… e infine ti stanchi. Altre due donne invece sono rimaste a guardarsi negli occhi per tutte le tre ore dell’evento. Semplicemente si trovavano a loro agio. Sì, perché in questo tipo di comunicazione si è completamente alla pari, si è entrambi esposti e i giudizi, almeno per un po’, vengono sospesi. Inizi a rilassarti e ad abituarti all’idea che uno sconosciuto ti veda.

Così, dopo aver ripassato mentalmente tutte le possibili cose che potevano andar male nel mio viso, mi sono messa più comoda. E inaspettatamente ho iniziato a pensare a cosa sarebbe successo poi, a chi sarebbe stato il mio seguente partner di sguardi, a quanto tempo era passato e quanto tempo ancora sarei dovuta rimanere lì, ho iniziato inconsapevolmente ad aspettarmi dei risultati, a volerli subito. In una maniera che definirei estremamente capitalista, mi sono resa conto che volevo in qualche modo far fruttare il mio tempo. Ricevere qualche tipo di sensazione particolare, qualche scoperta. Fare per. Essere per. Tanto è insita la necessità di raggiungere uno scopo, tanto è forte l’influenza della società, che ci spinge continuamente a produrre e consumare, produrre e consumare. In un evento in cui si tratta solo di passare del tempo a guardare altra gente, io inconsapevolmente voglio dei risultati, e li voglio subito. E se niente succede, forse è perché devo cambiare partner.

 Ho poi pensato: quanto di questo si trasferisce alle relazioni interpersonali nella vita di tutti i giorni? Siedo davanti a uno sconosciuto da cinque minuti e già voglio da lui qualcosa. Imposto la nostra relazione sui principi del dare-avere prima ancora che la relazione ci sia. L’anno scorso mi capitava di leggere, in Philosophy in the flesh (Lakoff and Johnson, 1999), di come il linguaggio che utilizziamo per parlare delle relazioni sia uguale a quello che utilizziamo per parlare di soldi: secondo gli stessi principi del dare-avere tipici dell’economia impostiamo i meccanismi del perdono, ad esempio. Quanto questa attitudine al fare per avere ‒ «e avere subito, grazie» ‒ penetra nelle mie relazioni con amici, colleghi, fidanzato? Questa idea che ogni minuto del nostro tempo debba essere impiegato in maniera fruttuosa non porta forse ad aspettarsi continuamente qualcosa dagli altri, a cercare l’utilità anche in ciò che di per sé non deve aver alcun fine?

Non ho ricevuto nessuna rivelazione mistica partecipando all’evento, non sono scoppiata a piangere e non mi sono abbracciata con sconosciuti. Ho avuto modo, però, di scoprire un lato di me sconosciuto e spiacevole e di riflettere a posteriori su di esso. Ho anche conosciuto molta gente simpatica, perché inevitabilmente in questo tipo di situazioni si è più aperti verso gli altri. Ho passato tre ore a guardare gente senza uno scopo preciso, ho «speso» il mio tempo in maniera totalmente inutile. E anche fosse solo per questo, direi che è valsa la pena partecipare.

 

L’immagine di apertura proviene dalla sezione dedicata alla stampa del World’s Biggest Eye Contact Experiment.

Ho 23 anni, mi sono laureata in Lingue e Letterature straniere a Bologna ed ho appena terminato un Master Degree in traduzione presso l’università di Sheffield, UK, ora vivo a Mosca dove insegno italiano e inglese. Sono una nomade amante della danza, la letteratura ed in generale di tutte le arti e di ciò che ci permette di riflettere sulla società e noi stessi, e di abbattere i pregiudizi. Collaboro a Incipit perché mi piace l’idea di un giornale che dia voce ai giovani e risonanza alla cultura.

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