Recensione: «Football, il calcio come fenomeno religioso»

Immaginiamoci una grande cattedrale non costituita da navate e altari, ma da gradinate e piccoli seggiolini in scomoda plastica colorata. Immaginiamoci dei fedeli vestiti a festa per l’occasione e pronti e scatenare il loro fervore religioso.
Immaginiamoci, infine, un rito consumato per 90 minuti su un verde prato tagliato alla perfezione e rigato qua e là da linee bianche.

Solo dopo aver focalizzato tutto questo ci si potrà addentrare in Football, il calcio come fenomeno religioso, un breve saggio scritto dall’etnologo e antropologo Marc Augé uscito per la prima volta sulla rivista Le Débat nel 1982 e riproposto nel 2016 dalla casa editrice EDB per la collana Lampi.

In questo volumetto lo studioso francese analizza l’importanza che il fenomeno calcistico ha avuto dall’ Ottocento con la sua diffusione sempre più massiva, fino ad arrivare ai risultati odierni e, servendosi delle analisi sociologiche di Durkheim e della profonda conoscenza del fenomeno calcistico di Tony Mason, getta luce sul profondo legame che lega religiosità, e religione, al calcio.

Per Marc Augé il calcio costituisce un fatto sociale che interessa tutti gli aspetti e gli elementi della società moderna diramandosi nei complessi concetti di pratica di massa e spettacolo. Non vi è infatti differenza, per l’autore del saggio, tra cattolici o altri religiosi che si ritrovano periodicamente e in massa a celebrare le proprie fesitività e i tifosi che decidono di ritagliarsi lo spazio per celebrare il rituale di una partita di calcio.

È innegabile che questo sport abbia una valenza totemica e, per capire questo, basti pensare all’importanza che le squadre di calcio e i piccoli club hanno nella vita di persone comuni che scelgono di indossare maglie con particolari colori, di frequentare circoli e imparare cori, finanche a scegliere di tatuarsi in maniera indelebile i simboli della loro squadra del cuore. Intrinsecamente a tutto ciò si sviluppa un inevitabile fervore religioso e un ancor più significativo sentimento di integrazione in una comunità, fenomeno di non poca rilevanza in una società come quella odierna, dove viene valorizzata l’individualità come solitudine e lontananza da un senso di aggregazione.

Ecco che quindi il calcio diventa, come la religione, «oppio dei popoli» e al tempo stesso stimolante per le menti. Servendosi della conoscenza di Tony Mason, noto allenatore del calcio americano, l’autore pone poi la sua attenzione su fenomeni storici: il legame tra Chiesa e club sportivi, in un Novecento dove spesso i preti erano anche sportivi e calciatori amatoriali; e l’unione tra calcio e lavoro, scintilla scatenante di grandi società come l’Arsenal e il West Ham, famosi club d’oltre Manica, proprio grazie all’aggregazione creata sul luogo di lavoro nelle fabbriche.

Il calcio, nel tempo, è stato infatti elemento stesso di promozione ed elevazione sociale che spesso si è legato all’importanza della coscienza di classe sviluppata proprio stando spalla contro spalla allo stadio e venendo a conoscenza delle situazioni degli altri lavoratori. Segue poi un’analisi sull’etica calcistica che getta luce sulle profonde differenze di pensiero tra calcio professionistico e calcio amatoriale.

Concludendo si può quindi definire come illuminante il pensiero che Augé partorisce in seno a un fenomeno così comune e legato alla vita di tutti i giorni andando a concepire gli stadi come «luoghi di senso, di controsenso o di non senso, simboli di speranza e di errore in cui si compiono ancora i grandi rituali moderni» conditi con ripetitivi gesti quali l’alzarsi in piedi e il sedersi -proprio come in chiesa-, il fervore religioso dei tifosi e i segni della croce dei calciatori che stanno per entrare in campo o i rituali propiziatori con veri e propri stregoni e sciamani che vengono messi in atto in Africa.

Nato nel secolo scorso, studente di Scienze Politiche che ogni tanto scatta fotografie per provare a raccontare il mondo e i suoi cambiamenti.
Appassionato di cinema, letteratura e dell’arte in tutte le sue forme.

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