Quanto conosciamo (per davvero) le letterature straniere?

Il 6 luglio Paolo Cognetti ha vinto la 71ª edizione del Premio Strega con il suo libro Le otto montagne; il 25 aprile, invece, Mohammed Hasan Alwan ha vinto la decima edizione del Premio internazionale per la letteratura narrativa araba con l’opera Una morte piccola. Sarebbe interessante vedere quante persone siano a conoscenza della seconda notizia: lo ammetto, io non lo sapevo e, scoprendolo nei giorni scorsi, mi sono stupita di non aver mai sentito parlare di questo premio. Questo mi fa sorgere un dubbio: quanto realmente conosciamo in Italia della letteratura straniera? A prima vista sembra una domanda banale e dalla risposta scontata: la maggior parte di noi potrebbe citare senza difficoltà autori inglesi, francesi, ricorderebbe scrittori fondamentali delle letterature europee; ma si potrebbe andare oltre il semplice nozionismo? Si riuscirebbe a inquadrare storicamente i diversi autori? E, ancora, quali sarebbero gli scrittori nominati? Molto probabilmente quelli giudicati i «Grandi» delle diverse letterature, con buona pace di tutti gli altri sconosciuti o quasi oltre i confini dei propri paesi.

I programmi scolastici, di certo, non sono di grande aiuto nella promozione della conoscenza della letteratura straniera. Visto che è quasi impossibile persino trattare in classe autori appartenenti al Novecento italiano inoltrato, lo studio di scrittori stranieri risulta inevitabilmente secondario, accessorio, qualcosa su cui soffermarsi quasi per sfizio. Inoltre, nei diversi manuali, anche quando sono presenti sezioni dedicate alle letterature non italiane, esse sono più che altro pagine di approfondimento in cui gli scrittori stranieri vengono citati solo per metterli a confronto con quelli italiani.

Potremmo accettare il tutto affermando che è fisiologico che sia così, che è impossibile pensare di ampliare di molto il panorama letterario a livello scolastico, eppure la medesima situazione si presenta anche al di fuori del mondo della scuola, nella vita culturale italiana. Nelle librerie e nelle biblioteche, certo, trovano spazio autori stranieri, non solo europei ma anche americani, giapponesi e via dicendo; eppure la presenza di scrittori stranieri che non siano occidentali è spesso conosciuta e riconosciuta perché essi rappresentano in un dato momento quello che viene definito «fenomeno editoriale»: vendite elevate, un numero consistente di lettori, un passaparola capillare. Il problema è che spesso, appunto, sono un fenomeno, la moda di una stagione di cui molti si scorderanno una volta passato l’entusiasmo. Il più delle volte sembra che certe letterature facciano fatica anche solo a presenziare sugli scaffali delle librerie: quanti libri di scrittori arabi, per esempio, conoscete? Certo, gli appassionati di letteratura araba ci sono, persone che si sono avvicinate ad essa per curiosità, gusto personale, percorso di studi, ma possiamo dire che sia facile entrare in contatto con autori del mondo arabo? Per esempio, nel 2004 ebbe un successo straordinario Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini, scrittore di origine sì afghana ma che vive negli Stati Uniti, fatto che ci fa sospettare che la conoscenza della sua opera nel mondo occidentale sia stata agevolata anche da questo. 

La stessa situazione si presenta non solo per la letteratura araba, ma anche per quella indiana, africana, cinese, giapponese… Insomma, riguarda un po’ tutti i paesi extraeuropei. Certo, non è facile che la fama di un libro riesca ad uscire dai confini del proprio paese e che questo permetta all’opera di essere tradotta e pubblicata anche all’estero, eppure a volte il problema non è tanto questo, quanto un pregiudizio mentale che si presenta nel momento in cui ci si affaccia su un panorama letterario più ampio. Nell’epoca della globalizzazione, della circolazione veloce e facilitata delle notizie possiamo realmente nasconderci dietro la scusa delle distanze per non considerare ciò che non fa parte della nostra realtà quotidiana? La letteratura è anche un modo per conoscere altre culture, per mettersi nei panni degli altri e proprio per questo può essere utile leggere anche opere che non siamo abituati a considerare, scrittori che ci appaiono come rappresentanti di mentalità diverse dalla nostra, appartenenti a culture molto lontane. Pensiamo per esempio allo scrittore giapponese Haruki Murakami, più volte ritenuto un possibile vincitore del Nobel per la letteratura e ormai riconosciuto come un autore importante anche in Occidente: leggendo i suoi libri possiamo non solo conoscere il suo stile ma anche apprendere qualcosa della cultura giapponese, come l’importanza che essa attribuisce al rapporto tra l’uomo e l’ambiente in cui vive. Nelle opere giapponesi spesso ritroviamo un diverso modo di descrivere la natura, un approccio verso il mondo circostante che viene vissuto diversamente dai giapponesi e che riesce a trovare perfetta espressione proprio nelle opere letterarie. Questo non riguarda solo i libri di Murakami, perché la stessa cosa viene percepita anche da chi, per esempio, legga i Notturni di Kazuo Ishiguro o La voce delle onde di Yukio Mishima. 

Si dice che solo andando oltre la nostra comfort zone possiamo realizzare veramente quello che siamo; allora facciamo lo stesso anche per quanto riguarda la lettura: non fossilizziamoci su quello che sappiamo, non temiamo di conoscere ciò che è diverso. Una delle prerogative della letteratura, in fondo, è questa: permette di conoscere l’Altro e, allo stesso tempo, funge da specchio per noi stessi.

 

Mi chiamo Felicity, ho 26 anni e sono laureata in Filologia Moderna. Penso sia importante trovare sempre nuove cose da amare.

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