Quando l’uomo diventa libro: il magico mondo di Jonathan Wolstenhome

Immaginatevi un pianeta lontano, abitato non da esseri umani ma da strane entità: potrebbe sembrare l’incipit di un normale racconto di fantascienza. Non stiamo però parlando di draghi, alieni o altri cliché cinematografici, bensì del mondo dipinto da Jonathan Wolstenhome, in cui queste entità sono libri.

Studente di Shakespeare.

Jonathan Wolstenhome, artista e illustratore britannico, deve la sua fama ai suoi dipinti raffiguranti libri «antropomorfi», in altre parole volumi caratterizzati da sembianze umane. Ciò che emerge lampante dalle sue opere riguarda un forte senso di nostalgia per un passato quasi glorioso, il quale si prende la scena del dipinto esemplificato dal classico tomo. Proprio lo stereotipo di quest’ultimo, il libro vecchio e polveroso, trionfa sui leggeri bit moderni, lanciando il grido d’amore dell’autore verso un’epoca «in cui i caratteri erano caratterizzati da manodopera finemente qualificata e squisita lavorazione artigianale nella produzione di ogni tipo di oggetto».

Detto ciò, ridurre le opere di Wolstenhome ad una semplice volontà di ritorno alla vecchia carta non rende giustizia all’autore. Infatti le figure di Wolstenhome celano sotto la superficie un rimando ad una forma di antropologia, ad uno studio condotto sull’uomo e sul suo rapporto con la lettura. Nel compiere questa operazione di analisi, la quotidiana retorica di luoghi comuni quali «i libri non si leggono più» o «i giovani non si interessano a certe cose» risulta quindi soltanto una visione parziale e semplicistica del fenomeno in questione.

Sotto la simpatica facciata di libri dalle sembianze umane, il mondo di Wolstenhome nasconde un lato cupo e riflessivo: usando un’espressione del filosofo tedesco Schopenhauer, sollevando il «velo» dell’apparenza, ci si scontra con riflessioni di stampo quasi esistenzialistico, le quali mettono in discussione la natura umana. Questi libri incorporano infatti le nostre caratteristiche, i nostri modi di fare, le nostre movenze, i nostri riti abituali, i nostri vezzi e così via. Viene a rovesciarsi la classica relazione causa-effetto, dove lo scrittore scriveva il libro e, in base alla propria personalità, ne determinava le caratteristiche. In Wolstenhome, invece, risulta difficile sia notare questa sequenza di eventi sia capire se sia nato prima lo scrittore o il libro, e quale dei due determini l’altro.

Charles Dickens.

In questi dipinti caratterizzati da un mix di realtà e fantasia, un Amleto sembra ribellarsi al proprio studente di Shakespeare cambiando, armato di un’anacronistica penna e calamaio, la storia del poeta inglese; o ancora, il busto di un Charles Dickens aleggia spettralmente di fianco a un David Copperfield, quasi incapace di capire se egli stesso sia l’autore del libro o se quest’ultimo sia lo scultore del busto.

Le riflessioni a cui l’autore ci chiama, dunque, vanno oltre la semplice critica verso la modernità. Da una meditazione verso i nostri comportamenti a riflessioni di più largo raggio, Wolstenhome vorrebbe invitare a riconsiderare il ruolo dei libri, spesso considerati come semplici comprimari. Prima che essi decidano di uscire dalle loro copertine e decidano di insegnarcelo personalmente.

Tutte le immagini su gentile concessione dell’artista.

Vent’anni, studente di scienze politiche. Una passione per l’arte, in tutte le sue forme, e tanta ambizione.

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