Stalking: (quasi) tutto è perdonato, basta pagare

Negli ultimi giorni ha fatto discutere l’approvazione della riforma del codice penale secondo cui alcuni reati sono stati depenalizzati e, tra questi, un reato grave come lo stalking.
In particolare, sono stati i sindacati CGIL, CISL e UIL il 27 giugno a porre all’attenzione del pubblico che la riforma, o meglio il nuovo articolo 162 ter, di fatto include questo crimine insieme a quelli che possono essere estinti «a seguito di condotte riparatorie», senza richiedere il consenso da parte della vittima e in cui ovviamente per condotte riparatorie si intende il pagamento di una sanzione pecuniaria, la cui somma è stabilita dal giudice.

Inutile dire che le critiche mosse sono state numerose, seppure non tutte fondate.

Come riporta Il Post in un articolo del 30 giugno, un esempio riguarda la distinzione tra stalking minore e quello grave, distinzione che non è sempre stata presa in considerazione, aumentando la confusione intorno al nuovo articolo. La legge sullo stalking (chiamato ufficialmente «atti persecutori») prevede l’inizio di un’indagine solo dopo una querela fatta dalla vittima, la quale può però ritirarla in sede di processo: è questo il caso di querela remissibile. Quando tuttavia «la violenza o la minaccia è commessa con armi, o da persona travisata [cioè camuffata o comunque irriconoscibile, ndr], o da più persone riunite, o con scritto anonimo, o in modo simbolico, o valendosi della forza intimidatrice derivante da segrete associazioni, esistenti o supposte» il reato è definito grave, pertanto la querela non può essere cancellata.
Ed è qui che le critiche mosse dai sindacati vengono meno: la cosiddetta depenalizzazione è applicabile solo quando le querele sono remissibili, dunque non per lo stalking «grave».

Ciò non significa che nella realtà ‒ non sulla carta delle leggi ma nella vita vera ‒ le donne non ci rimettano. Come fa notare l’avvocata Giulia Bongiorno al Fatto Quotidiano, la probabilità che tramite susseguite minacce e violenze (tramite stalking, di per sé) alcune vittime saranno spinte dai loro aggressori a ritirare le querele remissibili è alta. Infatti lo stalking che si manifesta sotto forma di molestie è «circa il 60, 70%», spiega Bongiorno, le minacce costituiscono invece il «30% delle denunce e di queste il 15% sono di tipo grave». Perciò, sostiene Bongiorno, «la sanzione riparatoria è applicabile alla maggior parte delle denunce, sicuramente oltre il 50%» perché «lo stalker è insistente, fa il lavaggio del cervello, non punta la pistola, spesso non dice ti amo o ti uccido: lo stalker è un molestatore».

L’avvocata Barbara Carsana ha invece spiegato nel Post che, riguardo al 162 ter, vi sono anche aspetti positivi. Innanzitutto grazie all’articolo la vittima avrà un ruolo molto importante durante il processo, in quanto il giudice avrà l’obbligo di sentire la sua testimonianza diretta; mentre in campo di riparazioni, ovvero le «multe» da pagare alla vittima, è praticamente garantito il risarcimento: il reato sarà estinto solo quando la somma sarà interamente pagata, al contrario di come succede in molti altri casi che prevedono un risarcimento in denaro per danni subiti.

È evidente perciò come questa riforma si apra a molte differenti interpretazioni, che rendono impossibile dire con certezza se si tratta di una mossa giusta o sbagliata, se si è dinnanzi ad una vera depenalizzazione dello stalking o no. Insomma, c’è ambiguità. Causa di ciò è molto probabilmente la fretta con cui è stato approvato l’articolo, un articolo di cui forse non sono state considerate le conseguenze non soltanto in termini pratici bensì in termini di messaggio, di attitudine verso un reato tanto grave e, conseguentemente, verso le donne (non uniche ma principali vittime di stalking).

Ed è proprio questa ambiguità del sistema che trasmette una mentalità pericolosa. La stessa ambiguità che, come una fitta nebbia, avvolge tutti i crimini perpetrati prevalentemente contro le donne. Un’ambiguità che nasconde una mentalità fortemente maschilista perché non si schiera nettamente dalla parte delle donne, non tiene in considerazione ciò che accade e, anzi, trascina tutto nel dubbio. La stessa mentalità che davanti ad una denuncia di stupro fa porre orribili domande quali: «ma lei cosa indossava? Ma ha urlato? Ma com’era il suo comportamento sessuale?». Speriamo di non dover spiegare perché tutto ciò è orribile ed inaccettabile, ma, giusto per attenersi ai fatti e non addentrarsi in discorsi di etica e morale, chiariamo una conseguenza reale di tutto ciò: i reati non vengono denunciati e i colpevoli non vengono puniti, e possono muoversi e vivere liberamente.

La riforma dunque non è altro che l’ennesimo esempio di una posizione ambigua che influisce sul modo di pensare la donna, un pensiero che, pur non depenalizzando i reati sulla carta, li depenalizza nelle menti ed alimenta la mentalità che produce quegli stessi reati. Concludiamo ricordando che una settimana fa il sindaco di Pimonte ha definito lo stupro di gruppo ai danni di una quindicenne commesso da coetanei «una bambinata».

 

 

L’immagine di copertina è tratta da Flickr.com

22enne che studia Lettere Moderne, crede nella libertà, detesta limiti e pregiudizi e cerca di avere uno sguardo il più ampio possibile. Cinema, arte (tutta), letteratura e musica fanno per me, ma come meri oggetti di contemplazione.
Spero di condividere l’importanza della cultura contribuendo ad Incipit.

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