Khadjia Saye: l’ingiusta fine di una talentuosa e giovane artista

Khadjia Saye era una fotografa talentuosa, un’artista brillante e coinvolgente, aveva di fronte a sé una carriera molto promettente, ma non avrebbe mai pensato che potesse finire così.
Di origine gambiana, veniva da una normale famiglia residente a Londra. Riuscì a proseguire i suoi studi grazie a una borsa di studio vinta per le sue ottime doti di giocatrice di rugby, ma da quel momento in poi si dedicò completamente alla sua più grande passione: la fotografia. A soli 25 anni ha presentato per la prima volta i suoi lavori alla Biennale di Venezia, esposti nel Diaspora Pavilion, al Palazzo Pisani S. Marina, fino al 26 novembre 2017. Un mese fa scriveva sulla sua pagina Facebook: «È stato un vero viaggio, pieno di lacrime, alti e bassi, ma mamma, sono un’artista che va in mostra alla Biennale di Venezia e le benedizioni sono tante!». La realizzazione del suo più grande sogno era così vicina, ma la ragazza non riuscirà mai a vederlo.

Khadjia Saye abitava, insieme alla madre, al ventesimo piano del Grenfell Tower a Londra e la notte tra il 13 e 14 giugno entrambe erano in casa quando scoppiò l’incendio, che è costato la vita anche a due italiani. Khadjia era consapevole di ciò che stava accadendo e anche di quale sarebbe stata la sua fine, infatti, dopo aver lanciato un paio di allarmi tramite la sua pagina Facebook, inviò un messaggio all’artista e sua mentore Nicola Green: «Per favore prega per me e per mia madre». La talentuosa artista venne ritenuta scomparsa fino al 16 giugno quando fu ufficialmente dichiarato il decesso.

Dopo la sua morte, il ricordo di Khadjia viene celebrato da un articolo di Dazed, rivista americana, in cui vengono intervistate le persone più vicine a lei e dove vengono ricordate tutte le sue qualità, sia come artista che come donna.
Una caratteristica che univa queste due sfere – quello umano e quello artistico – era la sua capacità di connettersi con la gente, con il soggetto che stava fotografando, riuscendo così a far trasparire nelle sue opere tutto il contorno e il messaggio profondo che ognuna di esse aveva.
Charlie Craggs e Kuchenga Shenje, due scrittrici e attiviste transessuali, sono state soggetto di un servizio fotografico di Khadjia e la ricordano come una ragazza sincera e poco invadente, ma soprattutto la descrivono come una fotografa talentuosa: «Era così a suo agio. La sua macchina fotografica era un’amica. Non ci siamo sentite esposte, solo viste. Lei ha catturato la nostra forza e la nostra bellezza senza renderci un oggetto.» 

Credits: pagina Facebook ufficiale di Khadjia Saye, rimasta attiva in suo ricordo.

Inoltre il legame con la sua terra e con le sue origini era fondamentale nel suo lavoro, come dimostrano alcune delle sue collezioni. Nella serie di scatti intitolata «Crowned» si percepisce il forte legame tra la tradizione e la femminilità: le modelle non rivolgono mai lo sguardo verso la fotocamera, ma vengono immortalate le acconciature tipiche delle donne di colore; questo servizio di otto fotografie scattate nel 2013 furono parte del suo progetto di laurea. Altre due sono le raccolte che dimostrano il legame imprescindibile con la sua terra d’origine: la prima intitolata «Home. Coming», rappresenta una ricerca, anche molto personale, di Khadjia in Gambia; la seconda è proprio il gruppo di fotografie  che poi sono state esposte alla Biennale di Venezia quest’anno. Era stata la più giovane artista invitata ad esporre all’evento, con la possibilità di confrontasi con un tema a lei molto vicino, quello della diaspora, in una collettiva curata da David A. Bailey e Jessica Taylor e che comprendeva altri 19 artisti. L’insieme di fotografie da lei portate si intitolano «Dwelling: in this space we breathe» (Dimora: in questo spazio noi respiriamo) e rappresentano l’evoluzione di alcune pratiche spirituali della tradizione gambiana e il profondo desiderio di trovare conforto in un potere superiore, come possiamo leggere nella descrizione presente nel suo sito ufficiale.

Immagine in evidenza presa dalla pagina Facebook ufficiale dell’artista.

Elena Molinari

Ho 22 anni, studio Lettere e insegno ginnastica ritmica. Amo i romanzi, la musica e la danza in ogni sua forma. Credo nella libertà di espressione e per questo mi piace collaborare ad un blog come Incipit.

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