La conoscenza della scrittura femminile: il diritto violato dalle antologie scolastiche

Le problematiche legate alla donna e alla creazione artistica, al riconoscimento di una scrittura al femminile con caratteristiche specifiche, hanno rappresentato nel corso degni anni una tra le più annose questioni letterarie di sempre. Una lunga ed appassionata schiera di critici, autori, studiosi, giornalisti, blogger ma anche antropologi e sociologi, si sono affannati per prender posto nella discussione e, una volta accomodatisi, hanno preso parola nel tentativo ora di affermare l’esistenza e il valore della letteratura femminile, ora di definirne i tratti distintivi.

Sforzi intellettuali, questi, degni di sentita riconoscenza, perché è anche grazie a loro se nelle nostre librerie oggi troviamo nomi di donna; sforzi intellettuali, questi, in grado di lasciarmi sempre molto stupita, talvolta persino contrariata. Quando si parla di scrittura femminile lo si fa perché si dà per scontato che esista, dall’altra parte, una scrittura maschile. Ma se la scrittura è divisa in due categorie – maschile e femminile – su entrambe le categorie dovremmo interrogarci. Voglio dire: perché dovremmo porci domande riguardo alla scrittura femminile (esiste? Che valore ha? Da cosa è caratterizzata?) se non sentiamo il bisogno di porcele sulla scrittura maschile? Non ha senso che si discuta dell’esistenza della scrittura delle donne, se l’esistenza della scrittura degli uomini non ha mai rappresentato un problema. Esiste la scrittura. Punto.

Natalia Ginzburg, autrice del celebre romanzo Lessico Famigliare e importante attivista nella lotta contro il fascismo.

In aggiunta, l’opportunità e la legittimità di teorizzare una letteratura femminile in contrapposizione alla letteratura maschile è una tematica, secondo me, di minor rilievo rispetto alle motivazioni che ancora oggi non consentono di dare evidenza a percorsi autoriali femminili artisticamente eccelsi. Basti pensare a quanto poco vengano lette le penne femminili nelle nostre scuole.

Ho qui l’antologia Il sistema letterario di Salvatore Guglielmino e Hermann Grosser, una tra le più usate nei licei. Ho sfogliato i volumi dedicati ai testi di quel periodo aureo della letteratura che va dalla metà dell’Ottocento alla fine del Novecento. Sapete quante autrici sono analizzate in più di 1060 pagine? Tre: Sibilla Aleramo, Virgina Woolf ed Elsa Morante. Niente Grazia Deledda, come se l’essere stata la prima e unica donna italiana ad aver vinto il Nobel per la letteratura equivalesse all’aver conquistato un bel salame arrampicandosi sull’albero della cuccagna, alla sagra del paese. Silenzio anche su Matilde Serao, energica autrice verista e prima donna italiana a fondare e a dirigere un quotidiano nazionale, e su Alda Merini, una delle voci poetiche più importanti del secolo scorso più volte candidata al premio Nobel. Figuriamoci se sono citate poi Anna Banti, Anna Maria Ortese, Amelia Rosselli, Ada Negri, Natalia Ginzburg, Lalla Romano, Anna Zuccari, Oriana Fallacci o Dacia Maraini. E naturalmente, anche per le colleghe d’oltralpe è riservato lo stesso trattamento. Agatha Christie, Simone De Beauvoir, Harper Lee, Sylvia Plath, Isabelle Allende, Wislawa Szymborska, Anna Achmàtova: tutte rimandate.

Naturalmente, l’elenco potrebbe essere di gran lunga rimpinguato. L’antologia Guglielmino-Grosser poi non è che un esempio: questa declinazione al maschile della storia della letteratura si ritrova tale e quale in tutti i testi solitamente adottati nelle scuole. Di scrittrici si inizia a parlare solo a livello di studi universitari, ma solo qualora si stia pensando a corsi di laurea come lettere o filologia, in cui la letteratura – almeno quella italiana – si studia in toto e sotto diversi punti di vista. Infatti, in tutti quei corsi in cui la letteratura non è un insegnamento obbligatorio, e dunque la storia letteraria è condensata, i programmi spesso ripetono quelli delle scuole superiori, riproponendo la solita sfilza di nomi maschili.

Wisława Szymborska, premiata con il Nobel nel 1996, è una delle poetesse più amate dal pubblico di tutto il mondo d’oggi. In Polonia, i suoi volumi raggiungono impressionanti cifre di vendita (500.000 copie vendute – come un bestseller).

Mi si potrà obiettare che il numero delle autrici è inferiore rispetto al numero degli autori. Sì, questo è un dato oggettivo visto che per moltissimo tempo la creatività femminile si è espressa principalmente in forma privata – per lo più lettere o diari – a causa di fattori storici, ambientali e sociali. Questo stato di cose cambia però con il Novecento: il secolo scorso ha visto consolidarsi l’autonomia della figura femminile all’interno del mondo letterario di pari passo con la sua emancipazione politica e civile. Qui, non è solo il numero di donne ad aumentare; l’accento è da porre anche, e soprattutto, sull’eccellenza delle esperienze artistiche in questione. Di fatto, la parola femminile ha rappresentato – in poesia come in prosa – una delle espressioni più estreme della crisi prodotta nella coscienza moderna dalla violenza delle forze distruttrici che hanno sconvolto la civiltà novecentesca. Nella burrasca di quella crisi che ha travolto il pensiero, la parola e i sistemi di rappresentazione, la scrittura femminile si è spinta, molto più di quella maschile, verso la ricerca della verità. E innanzitutto della propria verità, di ciò che nella propria vita è vero: scrivere è riflettere su se stesse, piegarsi dentro e lì dentro guardare, a costo di trovarci orrori e ferite. Di qui l’autobiografismo, così tipico delle autrici del secolo scorso. Quell’autobiografismo coraggioso, intenso, disarmante, imprescindibile per una adeguata della letteratura del nostro Novecento. È inspiegabile come le odierne antologie ancora tacciano un’esperienza letteraria così importante.

Personalmente, non credo che editori o docenti non abbiano a cuore la faccenda. Lo testimoniano iniziative come Sguardi sulle differenze, che organizza cicli di seminari per le università, e Sil, la Società italiane delle letterate, che imbastisce corsi anche nelle scuole. La colpa è piuttosto del programma scolastico ministeriale: le indicazioni nazionali e le linee guida del ministero non fanno riferimento ai temi di genere. Ecco spiegato perché le antologie del biennio liceale contengono molte più donne rispetto ai libri del triennio: mentre le prime sono suddivise per temi o generi e sono quindi molto più libere, i secondi devono rispettare il programma ministeriale. E qui le donne tendono a scomparire.

La falla è quindi nell’impostazione storicistica e nel canone didattico che si è sedimentato, che fa sì che la maggior parte degli studenti compia un percorso di formazione quasi interamente sostenuto sulle opere degli scrittori. Tale canone, però, non è una legge di natura e sono pronta a scommettere che far conoscere ai più giovani l’audacia di Oriana Fallacci o l’intensità di Wislawa Szymborska non sposterà l’asse terrestre. No, niente tsunami o terremoti, solo un po’ più di conoscenza e cultura. Perché obbedire curvi e ciechi ad un canone didattico e letterario che esclude le donne, significa privare gli studenti di un diritto tanto importante, quale è quello della cultura e della conoscenza. Io, come tante e tanti, sento di essere stata privata di tale diritto. Nel corso della mia formazione, avrei voluto potermi confrontare anche – anzi, dato il mio genere, prima di tutto – con la parola letteraria maturata all’interno dell’esperienza femminile del mondo.

In copertina Grazia Deledda, premio Nobel per la letteratura nel 1926, grande poetessa del travaglio morale.

Già laureata in Lettere, sto ora per concludere il corso di laurea magistrale in Filologia Moderna. Quando non sto studiando, leggo viaggio o combino pasticci. Amo i film strappalacrime, le foto in bianco e nero, la musica malinconica e i romanzi intimisti. E se state pensando che io sia melodrammatica, non vi sbagliate. Lo sono, ma non ditemelo: mi imbarazzo facilmente.

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