«I promessi sposi» sono un romanzo di economia liberale

«Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi», eccetera eccetera. Un incipit celeberrimo, quello dei Promessi Sposi, il famosissimo romanzo storico di Alessandro Manzoni, scritto fra il 1821 e il 1842, anno di pubblicazione dell’edizione definitiva.
Dal 1870 è obbligatoria la lettura dell’opera a scuola, mentre all’estero vengono scelti romanzi più recenti da analizzare e studiare integralmente. Un rimasuglio del passato oppure la conferma della consacrazione di un capolavoro della letteratura mondiale?
Sicuramente i Promessi Sposi è un libro il cui valore viene continuamente trascurato: letto come «semplice» romanzo storico, perde la sua essenza di modernità e contemporaneità politiche, economiche e sociali. Manzoni viene troppo spesso tacciato di paternalismo e di cattolicesimo retrogrado e reazionario: in questo modo si uccide la grandissima spinta liberale manzoniana.
Il primo a capire la portata politica ed economica dell’opera è stato Luigi Einaudi che, nelle sue Prediche inutili, scriveva: «Manzoni scrisse pagine stupende sui pregiudizi popolari intorno alla scarsità ed all’abbondanza del frumento e della farina, agli incettatori ed ai fornai; ché ogni volta che il discorso cade oggi sul rincaro dei viveri, sui prezzi al minuto e all’ingrosso, sulle malefatte degli accaparratori e degli speculatori, si leggono sui fogli quotidiani e si ripetono nei comizi gli stessi luoghi comuni che l’ironia manzoniana aveva bollato; e cadono le braccia». Colui che sarebbe diventato presidente della Repubblica alludeva al capitolo sulla Milano affamata in cui si assaltano i forni per far fronte alla carestia.
Prendiamo questo come episodio esemplare che mostra in modo chiarissimo l’attualità dei Promessi Sposi: al tempo di Einaudi, ma naturalmente ancora oggi, si poteva assistere al folle luogo comune, già ridicolizzato da Manzoni, secondo cui i prezzi vengono decisi da pochi ricchi per affamare tanti poveri. Questa ignoranza economica, che mostra di non sapere che il prezzo viene deciso dal mercato in base alla disponibilità di un bene, ce la ritroviamo davanti ogni giorno, quando l’innalzamento più o meno improvviso di un prezzo causa le ire contro gli speculatori da parte dei soliti noti, che piacciono alla gente che piace.
La lettura scolastica dei Promessi sposi è fondamentale per la crescita culturale e civica del futuro cittadino se e solo se viene indirizzata verso l’attualizzazione dell’opera: non importano i dettagli tecnici di una prosa indubbiamente perfetta, tanto da essere un esempio di come può essere scritto un capolavoro; fondamentale è invece cogliere le allusioni, le ironie e le critiche manzoniane alla società del tempo, che non è poi tanto diversa dalla nostra. Si può non essere d’accordo con l’Autore, ma è folle ignorare completamente – forse perché, come dicono in tanti, «la politica non deve entrare a scuola» – il valore politico, economico e sociale dell’opera.
L’uomo è politico e, di conseguenza, tutto è politica, e Manzoni ce lo mostra con estrema chiarezza nei Promessi sposi. Il libro non ambisce certo a sostituire un manuale di economia: non entra nel merito della teoria, ma esibisce un esempio pratico di come non ci si deve comportare. È idiota controllare i prezzi dall’alto, perché questo porta a una sorta di «pigrizia economica», e non a un incentivo a produrre maggiormente il bene carente. E il popolo ci fa una figura grama: basta una battuta di Renzo per capire l’insensatezza della massa. Appena entrato a Milano, il protagonista si chiede semplicemente «Chi fa il pane, se fanno a pezzi i forni?», e non serve aggiungere altro.
Economia, politica e pure sprazzi di scienze sociali contenuti in un unico romanzo. Basta questo, e non c’è solo questo, a definire I promessi sposi un capolavoro. Continuiamo a leggerlo a scuola, ma per favore iniziamo a dare la giusta importanza anche al significato più profondo di certi passaggi dell’opera.

Tito Borsa

Ho fondato e diretto per 3 anni e mezzo La Voce che Stecca, e ho collaborato con Il Borghese e il Corriere del Veneto, oltre che con la Booth School of Business della University of Chicago. L’informazione rende gli individui liberi.

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