Recensione: Allen Ginsberg, «Non finché vivo»

Autore: Allen Ginsberg
Traduttore: Leopoldo Carra (Testo a fronte)
Editore: Il Saggiatore
Data pubblicazione: 2017

 

«Another sip of old fashioned!

I’ll go to jail down there, heart

Beating wildly! Not

Because love’s in my hands

Buttock’s kissed in the Rockies,

But because this dreamy muzaked

Liquored luxurious air-ride’s

Euphoria’s no heaven

If it costs blood- flaps on the smooth

Hairless skin of high-cheeked

Vietnamese teenagers.

Everybody forgets whose body

Suffers the physical pain of Orders

Undreamt in these High Air

Conditioned modern powers».

«Un’altro goccio di old fashioned!

Laggiù andrò in galera, con il cuore

Che batte all’impazzata! Non

Perché l’amore è tra le mie mani,

chiappe baciate sulle Rockies,

Ma perché questa Euforia da sognante lussuoso

Viaggio aereo con liquori e musica

Da ascensore non è il paradiso

Se costa lembi insanguinati sulla liscia

Pelle senza peli di adolescenti

Vietnamiti dagli zigomi alti.

Tutti dimenticano di chi è il corpo che

Soffre dolore fisico di Ordini

Inimmaginabili in queste Somme moderne

Potenze ad Aria Condizionata».

(New York to San Fran)

Con questi versi volevo aprire la mia recensione di «Non finché vivo», raccolta di poesie inedite in Italia di Allen Ginsberg scritte tra il 1942 e il 1996 e tradotte da Leopoldo Carra. Poeta prolifico e costante, esponente tra i principali (insieme a Jack Kerouac e William Burroughs)  della beat generation e della controcultura che produrrà movimenti giovanili come hippies e beatnicks, Ginsberg rappresenta quella generazione che si oppone strenuamente all’establishment e ai suoi tabù, identificandosi negli ideali politici e sociali della controcultura. Lotta al militarismo, al materialismo economico, alla repressione sessuale, opposizione alla guerra in Vietnam e  alla guerra contro le droghe lanciata dallo stato americano, attrazione verso le religioni orientali e ricerca della spiritualità, tutti questi sono i fili conduttori dell’opera di Ginsberg, le coordinate che ci guidano nel disordinato diario interiore che sono i suoi versi. Famoso soprattutto per la sua poesia Howl (Urlo) in cui denuncia la forza distruttrice del capitalismo e del conformismo negli Stati Uniti e espone apertamente la propria omosessualità, finalista al premio Pulitzer nel 1995, Ginsberg ci offre una poesia personale e tremendamente presente, un memorandum di ciò che è stato e che si sta ripetendo – apparentemente incontrastato, solamente spostato più a nord-ovest nella carta geografica. Le sue grida contro la fame di denaro, l’ipocrisia e la repressione travestita da morale borghese sono tutt’ora attuali e danno un valore storico e sociale alla sua poesia.

Una poesia fisica, sensuale, a tratti feroce e indignata, sempre sincera, vera. Specchio di un’anima tormentata dalla ricerca di sé e dal rifiuto di conformarsi alla società ipocrita e materialista denunciata in «Urlo», le composizioni di Ginsberg ci raccontano tutto d’un fiato visioni, paure, dubbi, condanne, momenti di incontenibile gioia e tristezza, senza scendere a compromessi stilistici e tematici nel tentativo di rendere la sua poesia – e sé stesso – più accettabili agli occhi del pubblico. I versi di Ginsberg hanno la forza dell’autenticità. Ammiratore di Blake, Pound e Withman, le radici della sua ispirazione si possono seguire fino al poeta latino Catullo, di cui emula la sfacciataggine  dei versi e che appare in Thundering Undies (Folgoranti Mutandine), poesia a catena realizzata insieme a Ron Padgett parafrasandone una Catulliana.

Il bello di questa poetica è che non tace le ombre insite nella psiche dell’individuo, non rifugge il brutto, non disdegna il volgare; piuttosto che elevarsi questa poesia si inginocchia, si appiattisce a terra, si insudicia. Scappa dagli altari consacrati dei metri, delle rime, dei temi raffinati e si tuffa nelle strade mal’illuminate di bordelli e bagni pubblici, nel mondo fisico dove:

«man in no form no molecule no just

Idea alone – all that thing –

I feel man tender radiance of Heart between

Breast and belly, that physical place

Where the self urges – delicate sensation».

(Little flower M. M. – 1964)

I versi liberi e lunghi di Ginsberg si liberano da costrizioni formali per essere governati da un unico criterio, la lunghezza del respiro, che unisce piano fisico ed emotivo. In esse il suono prodotto dalle parole ha la stessa importanza del significato – è esso stesso significato – e ci guida attraverso una melodia che spazia dallo stridore dei versi d’accusa di New York to San Fran e You want money? alla sensualità di una città blu che cola «lentamente fin dove il lampione le ombreggia le guance» (Thundering Undies) al sentimento di nostalgia e impotenza di Cleveland Airport e Mabillon Noctambules, fino infine alla brevità dei versi-aforismi come:

«The world is an illusion

Everybody dies the day they graduate High School».

(August 30, 1971)

Consiglio di leggere Ginsberg a tutti quelli che sono convinti che la poesia sia una cosa da accademici intellettualoidi, a chi pensa che sia solo una cosa che si studia a scuola, a chi è convinto che tratti solo d’amore e bellezza e altre cose noiose,  a chi la ritiene incomprensibile e a chi dice «non fa per me» –  a chi si sorprenderà nello scoprire che la poesia può essere un grido, o uno schiaffo, o una carezza: niente di trascendente ed astratto, insomma, piuttosto una delle forme più fisiche di comunicazione.

Ho 23 anni, mi sono laureata in Lingue e Letterature straniere a Bologna ed ho appena terminato un Master Degree in traduzione presso l’università di Sheffield, UK, ora vivo a Mosca dove insegno italiano e inglese. Sono una nomade amante della danza, la letteratura ed in generale di tutte le arti e di ciò che ci permette di riflettere sulla società e noi stessi, e di abbattere i pregiudizi. Collaboro a Incipit perché mi piace l’idea di un giornale che dia voce ai giovani e risonanza alla cultura.

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