«Scrivere con la luce»: educare alla composizione, dalla realtà alla forma

Con l’avvento degli smartphone, del boom di Instagram e del fenomeno del selfie il mondo della fotografia ha subìto senza dubbio un mutamento che ha, per certi versi, abbassato di netto la soglia del valore delle immagini che ci circondano.
Se una volta per un evento significativo la ricerca del fotografo era una ritualità da non lasciare al caso, oggi i telefonini di ultima generazione di amici e parenti spesso finiscono per sostituire quella persona invisibile che si nasconde dietro alla fotocamera, e questo anche grazie alla qualità che spesso i nostri smartphone riescono a raggiungere. Per chi di fotografia non se ne intende, molto spesso essi riescono a regalare veri e propri scatti mozzafiato, eliminando tuttavia la grande relazione che coniuga fotografo, macchina che scatta e la scena, riducendo il tutto ad azioni meccaniche e ad una semplice raccolta di dati.

Colpisce come, in un contesto del genere, vi siano fotografi come Attilio Pavin pronti ad investire in progetti scolastici per educare i giovani all’immagine e alla bellezza della composizione, cercando di stimolare uno spirito critico nel rapporto tra persona e mondo circostante.
Famoso in tutto il mondo per i suoi scatti che gli sono valsi il titolo di Fotografo Europeo Qualificato (QEP) è da molti anni un punto di riferimento, non soltanto nella sua Vicenza, dove cura un importante luogo per fotografia e arte, Spazio6. Tra i suoi lavori più significativi troviamo opere che spaziano dal libro You can see the infinity (1990) sul muro di Berlino, fino alle più recenti ricerche con macchina istantanea sullo Street Jazz a New York.

Screenshot dalla videointervista a Attilio Pavin.

Da sempre lo stile di Pavin è caratterizzato da una continua sperimentazione in campo artistico e visivo che si rifà ai canoni classici della pittura moderna attraverso la manipolazione della composizione, della forma, della luce, del colore e della stessa materia che compone l’opera, al fine di ottenere un equilibrio che semplifichi lo scatto eliminando tutto ciò che è superfluo, lasciando solo ed esclusivamente come traccia sulla pellicola quello che realmente l’osservatore deve cogliere. Un percorso visivo che si muove tra realtà e forma.
Fulcro di tali studi sono i lavori portati avanti grazie alla sperimentale ibridazione della street photography con un linguaggio nuovo che richiama quello dei grandi reporter: l’invito a non subire ciò che ci sta intorno, ma di essere noi stessi protagonisti.

Sono forse proprio il suo stile e la sua filosofia che hanno portato Attilio Pavin a creare il progetto «Scrivere con la luce» e a svilupparlo all’interno delle scuole, luogo in cui spesso per mancanza di materiali e fondi l’arte viene trascurata, ma che è allo stesso tempo lo spazio dove l’espressività dei ragazzi prende forma proprio in laboratori come questo che, proponendo un’esperienza sensoriale unica, riesce a far comprendere l’importanza della composizione e della lettura di ciò che ci circonda.

Le opere prodotte in varie scuole (la «Paolo Lioy» di Vicenza e la «Pajello» di Polegge) sono state esposte nella Loggia del Capitaniato a Vicenza nell’ambito di un importante evento fotografico ed artistico, «Fotopercorsi 201: bastava fermarsi ad osservare i fogli di carta sensibile per comprendere che il fotografo e artista Attilio Pavin ha deciso di utilizzare assieme ai bambini oggetti semplici e quotidiani, ma che grazie alla fantasia si sono trasformati in divertenti volti o paesaggi incontaminati.

Fotografia per gentile concessione di Mery Met.

È proprio questo il punto di forza di un lavoro artistico che ricorda per certi aspetti gli studi di fotografia dei famosi Irving PennMann Ray, un percorso che dalla realtà porta alla forma, passando per l’astrazione degli oggetti che venivano previsualizzati e poi riprodotti. Attraverso il divertimento passa la scoperta e dalla scoperta si arriva quindi alla consapevolezza che una corretta e, se vogliamo, «critica» educazione all’immagine è indispensabile per alimentare non solo la fantasia ma i ragionamenti, l’osservazione e la deduzione.

La fotografia è la scrittura con la luce ed è proprio un flash in camera scura ad imprimere le figure sulla carta fotosensibile. Ecco che in questa esperienza sensoriale un filo d’erba può diventare la silhouette di una persona o dei fiori diventare fuochi d’artificio. Da fotografo digitale posso immaginare lo stupore dei bambini nell’accorgersi che ciò che essi pensavano di rappresentare, nei primi tentativi, non era quello che veniva riprodotto nel risultato finale e questo perché la carta rappresentava il negativo, ciò che stava dietro quello che si cercava di rappresentare.
Un invito a guardare la realtà con occhi nuovi, tralasciando i preconcetti di forme e colori per soffermarsi esclusivamente su una composizione finale lontana da ogni conformità.

Nato nel secolo scorso, studente di Scienze Politiche che ogni tanto scatta fotografie per provare a raccontare il mondo e i suoi cambiamenti.
Appassionato di cinema, letteratura e dell’arte in tutte le sue forme.

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