L’Autogrill

Finalmente lo vedo, miraggio nel deserto del grigio autostradale: l’Autogrill. Le lettere cubitali bianche con margine rosso campeggiano rassicuranti sulla struttura a ponte che nemmeno Calatrava. Che incoraggiante visione per le vesciche piene di chi ha corso per tre ore cercando di fuggire il più lontano possibile dalla casa di campagna della suocera e dal suo risotto di asparagi pestilenziale e dai suoi cani sbavanti e dai tuoi nipoti che «Oh, ma che bravo che sei, hai imparato a dire “forchetta”» come se non lo avessimo fatto tutti.
Entro nel parcheggio e cerco un posto libero. Dodici pullman di quelli da cui escono un centinaio di tedeschi color aragosta occupano ogni spazio vitale. Scorgo un posticino in un angolino e zaac! salto fuori dall’autovettura con la baldanza di un cinquantenne che pubblica il «Buongiornissimooo» su Facebook.
Ancor prima di aver individuato l’entrata vengo fermato da un fricchettone, di quelli coi rasta che poi si chiamano dread e i vestiti colorati che ti fanno sembrare un barbone anche se in realtà costano come un rene, tiene un cartello in mano che dice «BERGAMO».
«Oh zio, che passi per Bergamo e mi puoi dare uno strappo?»
«Intanto io non sono tuo zio, bei capelli, e poi, col cavolo che ti faccio salire nella mia macchina con quello zaino che puzza di marijuana e cane bagnato»
«Calma zio, cerca di essere buena honda, peace and love»
Faccio un saltello e scarto il fricchettone, lasciandolo a blaterare dell’amore universale e di cosa diceva Bob Marley («zio, com’era profondo»).
Entro nel locale e aguzzo la vista in cerca dell’insegna «TOILETTE». Un cartello lontano mille miglia con un omino e una donnina disegnati. Devo attraversare tutto l’Autogrill. Comincio a dribblare tra scaffali di tobleroni, salamelle, cd di Paolo Meneguzzi, peluches con le emoticon, ciabatte Hawaianas che però in realtà la marca è Hawananas, libri di Fabio Volo, patatine Chipster, Gatorades al cancro all’intestino. Gironi infiniti di stupidità da vendere, ostacoli commerciali alla liberazione delle mie vie urinarie. Arrivo al bagno.
«Bilietto prego» l’inserviente filippina mi guarda con uno sguardo vacuo. La mano allungata.
«Biglietto? C’è per caso un vernissage d’arte moderna nel bagno, per cui devo pagare il biglietto?»
«Fare consumazione al bar.»
«Non può fare uno strappo? Ho appena rischiato di perdere una clavicola nel reparto dei bagnoschiuma alla cannella»
Lo sguardo vacuo insiste con la mano allungata:
«Bilietto prego».
«Tu non molli eh? Aah ma che ho fatto di male quella volta, a parte dimenticarmi lo zio Adolfo nel parcheggio dell’ospedale?»
Mi volto e mi avvio al bar.
«Buongiorno signore, solo per oggi con il menù “Un panino è per sempre” se acquista un caffè e un Camogli ha in omaggio una spremuta d’arancia.» Trilla la cassiera.
«No grazie, solo un caffè.»
«Ma è sicuro? Guardi che le arance sono fresche, sono quelle del contadino Pinuzzo che vive in una piccola fattoria nel paesino di Mainaggiù in provincia di Trapani e piscia nell’aranceto ogni mattina, il loro colore rossastro e il sapore inconfondibile hanno reso famoso il marchio Autogrill nel mondo!»
«Solo un caffè.»
«Sicuro che non vuole assaggiare uno dei nostri panini fatti col pane della signora Maria che impasta pagnotte che limortaccisua da quando aveva 15 anni e oggi ce n’ha ottantadue ma ancora impasta che è una meraviglia, sa?»
«E va bene, facciamo un caffè e un panino Sorrento.» Cedo, sfinito.
Prendo il mio scontrino e lo mostro al barista:
«Un caffè e un Sorrento»
«…nel golfo di Sorrentooo…» intona lui, credendosi l’ultimo vincitore di «La sai l’ultima?».
Bevo il caffè, mi serve il panino:
«Gliel’ho scaldato un po’».
Addento: fuori il pane ha la stessa temperatura della superficie solare, dentro la cotoletta è equiparabile ad una crosta di ghiaccio del pack islandese.
Lascio lì il panino e col mio scontrino in mano vado finalmente alla toilette. Lo mostro trionfante alla filippina che lo ritira col suo sguardo vacuo.
Pace dei sensi. Vescica libera. Sorriso che mi spacca in due la faccia.
Esco volteggiando in mezzo alle scatole di Grisbì alla nocciola, al caffè, alla crema.
Supero quei dannati tornelli che ti si infilano nelle costole ed esco nell’aria fuligginosa del parcheggio. Mi tuffo nella macchina e metto in moto.
«Ancora grazie del passaggio, zio.» Dal sedile di dietro, i dread del fricchettone spuntano prepotenti.
«Come? Cosa ci fai qui?»
«Vado a Bergamo, c’è un goa party che mi aspetta, peace and love, zio.»
Rientrando nell’autostrada il cielo si tinge di striature rossastre, «come le arance del contadino Pinuzzo», penso.
«Peace and love anche a te» sussurro con un sorriso.

Ho 23 anni e studio lettere moderne, il grande amore della mia vita sono i libri, credo che leggere sia indispensabile per formarsi un pensiero critico indipendente. Per questo ho deciso di far parte di Incipit. Scrivo anche per neun.it

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