Cicatrici

«Lo vuoi un chupa chups
Impiegai qualche secondo prima di capire che Francesca Bianchi mi stava rivolgendo la parola. Lei, la più bella della scuola, non mi aveva mai degnata di uno sguardo.
«Io?» risposi guardandomi intorno, con le guance vinte e dal timore e dall’imbarazzo.
«Sì, sto parlando con te» sbuffò la Bianchi, mentre le sue tre amiche, quelle che passavano le giornate esercitandosi ad assomigliarle, ridacchiavano con tono malizioso dal fondo del corridoio.
«No, grazie» bisbigliai e, indietro di un passo, feci aderire la schiena ossuta alla parete.
Francesca si portò le mani ai fianchi, quasi indispettita dalla mia risposta. Arricciò il carminio delle labbra e mi fissò dritta negli occhi: brividi. Chinai la testa, quasi per assicurarmi di essere ancora in piedi. Avevo paura, una paura divorante, senza sapere ancora di cosa.
Di lì a poco, mi accorsi che attorno alle amiche della Bianchi si erano riuniti altri miei compagni di classe. C’era addirittura Riccardo, il belloccio del gruppo che piaceva a Francesca fin dal primo anno.
«Un po’ di zucchero ti farà bene» aggiunse Francesca con voce più dolce, facendo scivolare i lunghi capelli ambrati sulla spalla destra. Io non lo volevo quel diavolo di lecca lecca, ma non sarei riuscita a sopportare un solo altro minuto con tutti quegli sguardi puntati addosso.
Annuii a testa bassa e, tra gli spiragli della frangia, intravidi il viso di Francesca illuminarsi per la prevedibile vittoria appena ottenuta. Con un gesto vorace scartò il chupa chups, lasciando cadere a terra l’involucro. Io mi affrettai a tendere la mano per prenderlo, vinta dall’illusione che potesse essere tutto finito.
«Ma che fretta hai!» mi interruppe ritraendosi. «Aspettami qui, torno subito.»
Con passo deciso si diresse verso il bagno, tenendo il bastoncino del lecca lecca stretto tra pollice ed indice. Alice, l’unica del terzetto a non essere ancora mai stata a letto con un ragazzo, scivolò velocemente sull’uscio del bagno per continuare ad assistere allo spettacolo della sua amica.
Avrei dovuto andarmene, avrei dovuto mettermi a correre verso l’uscita opposta di quel maledetto corridoio. Non lo feci. Sentivo il mio corpo accartocciarsi, come fosse un foglio di carta velina gettato sul fuoco.
«Lo sta immergendo nel water» gridò Alice verso gli amici, riuscendo a trattenere a stento le risate.
Di lì a poco, Francesca tornò da me e mi piazzò quella schifezza sotto il naso.
«Eccoti servita» esclamò con sorriso beffardo, sbattendo lentamente le lunghe ciglia di quei suoi due occhi meravigliosi. Volevo vomitare. Indietreggiai ancora, facendo aderire il più possibile il mio corpo alla parete.
«Mi avevi detto che l’avresti mangiato, se non lo vuoi più ne pagherai le conseguenze.»
Conseguenze. Il mio respiro si fermò all’eco di quell’ultima parola, come se l’aria di quell’angusto corridoio si rifiutasse di lasciarne morire le ultime sillabe.
La mia esitazione non durò che qualche secondo. Appoggiai il chupa chups sulla lingua e sentii un fiotto di succhi gastrici salirmi lungo l’esofago. Poi corsi in bagno, trascinando dietro di me il fermento dei gridolini e delle risate.
Da quel giorno, fino alla fine della scuola, la mia classe dimenticò il mio nome: ero diventata la Leccacessi.

Mio marito era sotto la doccia da qualche minuto.
Sì, avete letto bene: mio marito. Anche la Leccacessi aveva trovato una persona che la sostenesse. Avevo conosciuto Fabio al corso di storia economica. Anzi, a dire il vero erano già due anni che ci vedevamo tutte le mattine, ma io mi accorsi di lui solo quando, durante una lezione, fece scivolare sul mio banco un foglio bianco, visto che da dieci minuti mi ostinavo a voler far stare nell’ultima pagina dell’agenda l’intera storia della finanza pubblica veneziana nel Settecento. Avevo dimenticato a casa il quaderno, per il secondo giorno di fila, e Fabio aveva avuto la premura di notarlo.
Avevo solo una vestaglia addosso, quando suonò il campanello.
«Amore vai tu?»
«Sì ci penso io»
Era Riccardo. Proprio lui. Il belloccio della classe, quello che Francesca Bianchi aveva cercato di conquistare lungo tutto l’arco dei cinque anni del liceo. Da qualche mese giocava a calcetto con mio marito, ogni giovedì sera. Lo sapevo perché lo vidi un giorno, mentre aspettavo in macchina che Fabio uscisse dallo spogliatoio per portarlo a cena fuori. Quando lo riconobbi abbassai la musica e feci scivolare il sedere più avanti sul sedile, in modo da riuscire a nascondere la testa dietro al volante.
Adesso non potevo nascondermi. Riccardo se ne stava lì, davanti a me, con una lunga sterile serie di nonsapevofossetuomarito e di maquantoèpiccoloilmondo. Mi disse che era passato per avvisare Fabio che la partita di quella sera era stata rinviata. Risposi che glielo avrei riferito non appena fosse uscito dalla doccia, forzando la mia voce ad imitare un tono rilassato. Mal riuscita bugia: Riccardo ammutolì e facendosi più serio, mi squadrò con una rapida occhiata dalla testa ai piedi. Fu allora che risentii il sapore di quel lecca lecca scivolarmi, viscido, in bocca.
«Senti, se non mi fai dare una sbirciata racconterò a tuo marito come ti chiamavamo al liceo» disse indicando con sguardo deciso la cinta della mia vestaglia.
Sgranai gli occhi. Non ci potevo credere.
«Anzi, potrei raccontargli di quel giorno nello spogliatoio» aggiunse.

Era circa la fine di maggio. Avevamo appena terminato l’ora di educazione fisica, l’ultima prima dell’intervallo. Per evitare che i miei 39 chili, sempre ben nascosti da vestiti di due taglie in più, potessero attirare l’attenzione delle mie compagne di classe, ero solita uscire dalla palestra con estrema lentezza, in modo tale da riuscire a cambiarmi senza spettatori indesiderati.
Quel maledetto giorno però, nello spogliatoio delle ragazze c’erano visite. Riccardo ed un suo amico, un ragazzo alto e grosso che era stato bocciato due volte, tenevano immobilizzato per aria Gregorio Tubini, il secchione della classe nonché oggetto di scherno prediletto dei maschi. La Bianchi e le sue tre amiche ridevano a crepapelle indicando le gambe di Gregorio che, per quanto furiosamente si agitassero, non riuscivano a sfiorare il pavimento.
«Leccacessi abbiamo un regalo per te» gridò euforica Francesca non appena mi vide.
A quel punto accadde quanto di più deplorevole.
I due ragazzi sfilarono con uno strattone le mutante e i pantaloncini da ginnastica di Gregorio, disperato perché incapace di svincolarsi dalla presa. E mentre l’impasto di risate ed incitamenti inferocivano il vigore nelle braccia dei due carnefici, Francesca mi spinse di fronte a Gregorio. Accartocciata come una foglia, cercavo di tenere i piedi il più lontano possibile da quell’ignominia. Spingevo il viso indietro talmente tanto che le ossa del collo mi facevano male.
Resistetti per meno di un minuto. Le mie forze vennero meno di pari passo con l’intensificarsi dei singhiozzi di Gregorio e con le becere esortazioni di quegli abietti spettatori. Quando i due riuscirono ad avvicinarmi alla faccia il suo corpo nudo, le sue gambe smisero di dimenarsi, come per evitare di farmi male.
Così, per ricambiare quel gesto di pietà nei miei confronti, obbedii.
Obbedii, e da quel giorno, per molto tempo, ebbi paura del corpo degli uomini.

E ora me ne stavo lì, impotente come allora, davanti a Riccardo. Non era cambiato. Così come non erano cambiati i brividi gelidi che si prendevano beffa di me, ad ogni suo sguardo.
«Allora ti spogli o no? Non vorrai mica che tuo marito sappia cosa combinavi al liceo, no?»
Era come se quel lecca lecca fosse ancora lì, lurido, sulla mia lingua. Era come se le urla di Gregorio, strazianti, non si fossero mai placate. Era come se la vita, spietata, non volesse smettere di seviziarmi.
Sciolsi il nodo della vestaglia. Poi, feci scivolare gli slip lungo le gambe nude.

Ci sono cicatrici che della pelle non ne vogliono proprio sapere. Trapelano giù, sempre più giù, sempre più giù. Spudorate, infime, avide. Ti illudi di poterle nascondere, censurandoti di continuo per paura che si possano intravedere. Credi di poterle dimenticare, creandoti ogni giorno un’occasione di rivincita. Ti convinci, con pazienza, che il tempo possa esserti amico. Sciocco, ti sbagli: non c’è balsamo per le piaghe di un’anima.

Già laureata in Lettere, sto ora per concludere il corso di laurea magistrale in Filologia Moderna. Quando non sto studiando, leggo viaggio o combino pasticci. Amo i film strappalacrime, le foto in bianco e nero, la musica malinconica e i romanzi intimisti. E se state pensando che io sia melodrammatica, non vi sbagliate. Lo sono, ma non ditemelo: mi imbarazzo facilmente.

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