A Londra gli «spazi intermedi» di Do Ho Suh nelle sue fragili architetture

«I see the life like a  passageway, with no fixed beginning or destination. We tend to focus on the destination all the time and forget about the in-between spaces».

Ispirandosi alla sua peripatetica vita, Do Ho Suh, artista coreano noto per le sue installazioni e le sue sculture, ha riflettuto a lungo sull’idea di casa, intesa sia come struttura fisica che come luogo in cui raccogliere esperienze di vita. L’artista ha saputo replicare in modo meticoloso l’architettura dei luoghi in cui ha vissuto e lavorato, come ad esempio la sua casa d’infanzia in Corea del Sud o gli appartamenti e gli studi a Londra; eppure le scale trasparenti e le strutture dei luoghi, minuziosamente realizzate con il tessuto, producono libere associazioni di pensieri anziché riprodurre semplicemente gli ambienti. Infatti, l’intento di Do Ho Suh è quello di dare forma, tramite la sua originale costruzione, a rappresentazioni mentali legate all’immigrazione, alla caducità e all’identità. Queste idee sono  espresse soprattutto nell’esposizione Hub London Apartament, in cui corridoi e costruzioni collegano gli spazi tra le stanze rivelando un senso di transitorietà, che parla, metaforicamente, anche dei movimenti culturali. Questo senso di fugacità e movimento non fa altro che riflettere il «passaggio» nella vita dell’artista: «Vedo la vita come un passaggio, senza un inizio o una destinazione fissa,» -continua Suh- «solitamente ci focalizziamo solo sulla destinazione, dimenticando così gli spazi intermedi. Ma senza questi spazi banali, senza queste aree grigie a cui nessuno presta mai molta attenzione, non potremmo spostarci dal punto A al punto B».

L’esposizione, Hub London Apartament, 2015, la prima per l’artista presso la galleria Victoria Miro di Londra, ha certamente rappresentato un emozionante banco di prova per la sua arte.

La parziale rappresentazione della sua casa londinese è affiancata ad  altre composizioni così da realizzare la creazione di un ricercato percorso entro cui lo spettatore possa camminare, grazie alla configurazione di nove strutture che occupano i venticinque metri della sede galleristica situata in Wharf Road. Camminando lungo questo fragile tragitto si intuiscono diversi stati emotivi: la sensazione di vivere un continuo mutamento non è solo percepibile dai differenti colori che si susseguono, ma pare essere prodotta anche dalle molteplici e contrastanti condizioni psicologiche che sembra avvertire colui che attraversa la Galleria II.

Sicuramente la scelta della città non sembra essere casuale. Identità, immigrazione e movimento sembrano caratterizzare le strade della metropoli. Il percorso che lo spettatore compie pare così riprodurre uno splendido «melting pot», un calderone di culture, etnie e religioni differenti che convivono influenzandosi reciprocamente. Gli spazi intermedi, le aree grigie lungo il cammino all’interno delle nove strutture non sono altro che gli spazi di Londra, della vita. La nuova immagine di Londra dopo il referendum contrasta e si scontra, però, con questa percezione. In un momento storico in cui tutto sembra agonizzare sotto il pesante peso della fugacità e del movimento l’artista dà quasi l’impressione di voler provocare e spiazzare il suo pubblico creando, così, una riflessione autentica che mette in rilievo l’importanza e la necessità del percorso e del passaggio. L’invito è perentorio: non chiudetevi in voi stessi.

La varietà dei colori, lo scheletro delle strutture architettoniche bidimensionali, ricoperte da un tessuto cucito con grande maestria, la sensazione di fragilità e instabilità che si riscontra semplicemente osservandolo: il pubblico si sente quasi costretto a focalizzare la sua attenzione sull’«area grigia» di cui parlava Do Ho Suh. In quel momento lo spettatore non può far altro che vivere pienamente lo spazio intermedio: lo attraversa lentamente focalizzando la sua attenzione su dettagli quasi impercepibili, dimenticandosi, così, del proprio punto di arrivo. La destinazione non sembra essere importante, almeno durante quei venticinque metri della Galleria Wharf Road.

Ho 23 anni e sono una neolaureata in Lettere Moderne. Amo la dimensione del viaggio perchè mi permette di perdermi, conoscere e scoprir(mi). Solitamente alimento la mia ansia, e la pazienza delle persone che mi circondano, ponendo domande. È il mio passatempo preferito. Quando non trovo le risposte che cerco mi tuffo nelle pagine di un libro. Tra le varie ricerche e letture ho avuto la fortuna di incontrare Incipit.

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