Rupi Kaur: il miracolo «milk and honey»

Libri tra croissant e caffè, gatti alle prese con classici letterari, copertine e sorrisi immortalati nel viavai metropolitano: ultimamente pare proprio che il popolo di Instagram sia diventato un avido ricercatore di buone letture. Da HotDudesReading – il profilo che posta foto di bei ragazzi mentre leggono in luoghi pubblici – a IceCreamBooks – quello che invece, per un’alquanto curiosa scelta artistica, fotografa volumi immersi in coloratissime coppe di gelato –, negli ultimi tempi il videophotosharing controllato da Facebook pullula di profili dedicati agli amanti dei libri. C’è chi addirittura sul proprio profilo ha scritto un vero e proprio romanzo: è il caso di Rachel Hulin, collaboratrice del New York Times, che ha pubblicato ogni giorno per nove mesi una pagina di HeyHarryHeyMatilda. E c’è chi poi su Instagram ha proposto le proprie poesie che, una volta pubblicate in un unico volume, hanno venduto più di mezzo milione di copie. Sì, più di mezzo milione di copie.

È la storia di Rupi Kaur, poetessa e fotografa indiana trasferitasi giovanissima in Canada, che con la sua silloge di poesie illustrate intitolata milk and honey (Andrews McMeel Publishing, 2015) è rimasta per ben nove settimane in vetta alla classifica dei bestseller del New York Times. Tradotto in più di venti lingue, milk and honey è da qualche settimana disponibile anche in italiano, grazie alla traduzione di Alessandro Storti per la casa editrice Tre60. Prima di ogni altra cosa, vale la pena sottolineare che non stiamo parlando né di un thriller né tanto meno del ritorno di un attesissimo autore che fa cassetta. Quella che ha venduto più di mezzo milione di copie in diciassette mesi è una raccolta poetica. E che le case editrici da ormai mezzo secolo non investano quasi più nella poesia è un dato di fatto. Quindi, se la logica non mi tradisce, milk and honey ha stupito. È un vero e proprio caso letterario che è stato in grado di smentire ogni calcolo probabilistico, in barba e baffi e capelli (e aggiungeteci quel che volete) a qualsivoglia editore riluttante nei confronti dei testi in versi.

Ma quella di combattere contro inveterati pregiudizi della nostra società è un’abitudine a cui l’artista indo-canadese ha ormai fatto il callo. Nel 2015 infatti, Rupi Kaur aveva fatto discutere i social di mezzo mondo per aver pubblicato su Instagram una foto di sé sdraiata a letto, con i pantaloni del pigiama sporchi di sangue. L’immagine faceva parte di un suo progetto fotografico, Period, preparato per un corso di retorica visiva e volto ad affrontare il tema del tabù delle mestruazioni. A causa delle numerosissime segnalazioni, la foto era stata prontamente rimossa dal social perché ritenuta «non conforme alle linee guida». Kaur però decise di insistere e ripubblicò l’immagine accompagnata da parole di protesta contro un sistema di censura che si accanisce sulla foto di una donna con le mestruazioni, mentre accetta «immagini di donne oggetto trattate in maniera meno che umana». Oggi, quel post conta oltre 18mila condivisioni e 75mila like. Instagram le ha chiesto ufficialmente scusa e ha ripubblicato l’immagine, sostenendo che fosse stata cancellata per errore e scusandosi per il disagio creato. Così, come se il treno fosse in ritardo di cinque minuti.

Molti, da allora, associavano il nome di Rupi Kaur a quella foto. Ed era un gran peccato. Non le era nemmeno stato dato un volto, perché a rimanere impressa nella nostra memoria era stata tutt’altra parte del suo corpo. Come sempre, tendiamo a fermarci alla linea di superficie di ciò che gira in rete, abituati come siamo ad ingurgitare senza masticare notizie o foto «spettacolari», buttate lì per guadagnare due manciate di like. Con milk and honey, l’artista canadese si è fatta riscoprire, mettendosi a nudo, alludendo a ricordi dolorosi del suo passato, ai traumi subiti e alla sua rivincita.

La prima sezione, Il ferire, è un susseguirsi di componimenti dal tono pungente, con poche parole per verso, ma estremamente pregnanti. Non c’è patetismo, né ombra di scabrosità, nonostante il tema sia quello del dolore fisico e psicologico causato da uno stupro: lo stupro / ti strapperà / in due / ma / non ti / cancellerà. Solo attraverso una dolorosa ma necessaria accettazione del dolore, si potrà giungere alla seconda sezione, L’amare, la parte che cede maggiormente all’estasi del racconto, tanto è dolce la scoperta di sé nell’abbraccio dell’altro. La terza sezione, Lo spezzare, già con il titolo segna un forte stacco. È il cigolio di un amore che finisce, è il tornare ad essere uno: abbiamo cominciato / in onestà / e allo stesso modo / finiamola. Nella quarta e ultima sezione, La guarigione, il tempo è uno solo: è quello del rialzarsi da sole, è quello del sapersi accettare: Il modo in cui ti ami è / il modo in cui insegni ad altri / ad amarti. Imparare ad amare sé stessi, come precondizione per amare gli altri e farsi amare: un insegnamento che Rupi Kaur ha provato sulla propria pelle. E che ha saputo condividere, con l’immediatezza di un linguaggio che si ribella e che va a capo quando lo ritiene più capricciosamente opportuno, un linguaggio che supera i blocchi dell’interpunzione e delle maiuscole perché tutte le parole siano trattate allo stesso modo.

L’artista ha scelto inoltre di accompagnare l’intimità dei propri contenuti poetici con illustrazioni in bianco e nero dalle linee veloci, semplici ma espressive. Il risultato è un’opera delicata ma decisamente incisiva, intensamente personale e al contempo drammaticamente universale, tanto che – utilizzando le parole dell’Huffington Post – «Milk and honey è un libro che ogni donna, non ogni lettrice, proprio ogni donna, dovrebbe tenere sul proprio comodino o sul tavolino in salotto».

Rupi Kaur ha insomma compiuto una sorta di miracolo. Che non è solo quello di avere oggi oltre un milione di follower su Instagram. È quello di essere saputa arrivare, ai giovani e alle donne prima di tutto, ma in generale a tutti coloro che hanno saputo ascoltare. La sua è un’arte che, sgomitando tra frasi celebri più o meno correttamente citate e profili social che – come vi dicevo – immortalano libri in situazioni poco probabili, risulta vincente. Vince e come il latte col miele, tipico ricostituente della tradizione indiana, dà nuova forza a chi cerca consolazione e coraggio, a chi guarda alla libertà. Alla libertà, primariamente, di essere donna.

Credits: rupikaur.com

Già laureata in Lettere, sto ora per concludere il corso di laurea magistrale in Filologia Moderna. Quando non sto studiando, leggo viaggio o combino pasticci. Amo i film strappalacrime, le foto in bianco e nero, la musica malinconica e i romanzi intimisti. E se state pensando che io sia melodrammatica, non vi sbagliate. Lo sono, ma non ditemelo: mi imbarazzo facilmente.

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