Recensione: Trainspotting 2 e la bellezza dell’errore

Dopo l’attesissima uscita nelle sale del seguito di uno dei principali film di culto del XX secolo, Trainspotting, non vi é piú alcun dubbio: Danny Boyle é riuscito a riportare in vita la famosa compagnia di Edimburgo mettendo in luce tutto il suo talento, facendo rivivere Renton e i suoi amici, personaggi nati dalla penna di Irvine Welsh, evitando copie redivive dell’episodio precedente.

L’inizio caotico e dai colori accesi, classico dello stile di Boyle, richiama l’overture dei suoi piú grandi successi, da The Milionaire a 127 ore, e ci pone davanti ad un ormai vecchio-giovane e spavaldo Mark Renton che indirizza tutte la sue energie in una quotidianeità sana vissuta tra i fitness center di Amsterdam poco prima di subire un attacco cardiaco. 
Comincia cosí il vertiginoso ritorno al passato della compagnia scozzese: chi in galera, chi in cerca di pace in un gruppo di preghiera, e chi ricatta vecchi feticisti abbienti durante «botte» di cocaina; tutto sembra ruotare attorno al viaggio che Rent compie lasciando alle spalle una vita apparentemente normale per tornare nella città che l’ha partorito.

È un salto sofferto nel passato quello che lo spinge a rientrare nella casa della sua infanzia, ormai abitata solo dal padre, e tanto vorticoso da spaventarlo quanto far ripartire quel vinile che in giovinezza aveva accompagnato le sue giornate da tossicodipendete nella fatiscente abitazione di «Madre Superiora».

Molte cose sono cambiate nella Edimburgo del 2017. In verità è il mondo tutto ad essere cambiato, ma i nostri personaggi sono rimasti sempre gli stessi, incastrati nel vortice altalenante di euforia e depressione che caratterizza la loro vita da sempre. Un senso di vacuità che li accompagna e che ognuno cerca di colmare a modo suo: chi con la violenza, chi con la cocaina e chi con le «pere».
L’intera compagnia sembra risvegliarsi con il fortuito ritorno del personaggio interpretato da Ewan McGregor, sparito al tempo con la refurtiva lasciando i suoi più cari amici a rimuginare su quel tradimento per vent’anni e ora pronti a far scontare a Mark tutte le sue colpe.

La scelta della musica è meticolosa e magistrale con il risultato finale di aver ricreato la colonna sonora di una generazione. Da Lou Reed ai Pixies, passando dai Clash, al ritmo martellante in quattro quarti di Shotgun Mouthwash degli High Contrast, ai vecchi Underworld per finire con i remix dei Prodigy sui tanto attesi riarrangiamenti di Iggy Pop, tutto racconta il post «generazione X» in un binario parallelo che segue la traiettoria tracciata dal primo episodio tratto dall’omonimo romanzo di Welsh.
Questa densa pellicola narra il ritorno alla vita di un vero e proprio culto per la generazione degli anni Novanta; già con il primo episodio firmato Danny Boyle, infatti, si era sviluppata una coscienza critica differente, e forse più umana, nei confronti di coloro che vivono nel degrado dei sobborghi.
Si tratta di una visione romantica che si pone in netta contrapposizione, all’interno del film, alla linea dura portata avanti dalla classe dirigente e imprenditoriale, che sta via via distruggendo tutti i luoghi della vita dei personaggi, cosa che, d’altronde, accade ogni giorno anche nel mondo reale: si eliminano le zone di periferia in nome di politiche cementificatorie e anti-degrado, lasciando ai progetti europei il compito di una (ri)qualificazione meramente formale di queste aree, azione che non considera il significato più complesso della socialità vissuta in zone lontane e abbandonate, fuori dai grandi centri.

E grazie ad un narratore d’eccezione che lo spettatore arriva a maturare una coscienza intrisa di sentimento verso questa storia ai limiti del «normale». Le stesse rivelazioni sul passato, infatti, attraverso il buffo gioco letterario del diario dei ricordi di Spud, getta luce sulle zone d’ombra del presente e, piegando a sé i magistrali flashback e le inqudradure oblique dalla pellicola del ’97, Boyle riesce sicuramente a far appassionare lo spettatore alla bellezza dell’errore. Dopotutto chi resisterebbe al fascino oscuro e decadente di Sick Boy o Renton, o le pose buffe di Spud, così come all’eccitante violenza di Begbie, che più di tutti sente su di se il peso del tempo passato diventando il vero escluso della storia?

credits: United International Pictures

Il film è un anello di congiunzione impeccabile con il passato, in nome di un presente meno violento ma non per questo meno duro, in cui tutti sono chiamati a compiere un viaggio interiore: dai protagonisti allo spettatore attento e sensibile che non potrà fare a meno di provare un senso di vuoto nostalgico con l’arrivo dei titoli di coda, consapevole che non rivedrà più quei personaggi dal fascino molto discutibile.

Non è più la droga in sé il reale soggetto, ma il gusto amaro della nostalgia e gli effetti devastanti che può avere su ognuno di noi, e ciò lo riesce a spiegare ancora una volta Mark Renton con il suo «inno alla vita» più che mai attuale. Per tutti i 130 minuti del film ciò che lega spettatore e protagonisti è la consapevolezza che il tempo, ormai in bilico tra le vecchie partite di calcio degli anni ’90 e l’avvento della società di massa con tutte le sue contraddizioni social, è finito: è ormai anacronistico per i protagonisti provare a fingere di essere ancora nel limbo tra vecchio e nuovo millennio. 

Quello di Boyle sembra così essere un dolce addio a quei ragazzi mai redenti, o forse si tratta soltanto di un arrivederci: un arrivederci ad un altra, forse mai ultima, dose.

L’immagine iniziale è tratta da GQ Italia.

Nato nel secolo scorso, studente di Scienze Politiche che ogni tanto scatta fotografie per provare a raccontare il mondo e i suoi cambiamenti.
Appassionato di cinema, letteratura e dell’arte in tutte le sue forme.

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