F(emale) rating è la categoria delle donne contro il sessismo del cinema

Appena una settimana fa IMDb – il famoso sito Internet Movie Database che raccoglie informazioni sui film- ha aggiunto una nuova categoria per classificare i film: la «F rating» (la F sta per «female») che vuole indicare pellicole cinematografiche che abbiano protagoniste femminili di rilievo al loro interno oppure che siano state scritte o dirette da donne; l’idea è nata da Holly Tarquini, direttrice esecutiva del Bath Film Festival, con l’intento di sottolineare e dare importanza al ruolo della donna nell’industria cinematografica, settore in cui viene quasi sempre sottovalutata e messa in ombra dalla presenza maschile.
Ma c’è davvero bisogno di questa nuova categoria?
Quest’anno Hollywood si è senza dubbio dimostrata molto più inclusiva rispetto all’anno scorso, soprattutto nei confronti delle persone di colore e della comunità LGBT: pensiamo per esempio a Moonlight, che narra la storia di un omosessuale di colore e che agli Oscar ha vinto nella categoria più ambita, quella di miglior film; a Hidden Figures, la pellicola incentrata sul lavoro di tre donne di colore alla NASA negli anni Sessanta, oppure alla vittoria di Mahershala Ali -di colore e musulmano- come miglior attore non protagonista.
Ma come si è comportata Hollywood nei confronti delle donne?

Se ci soffermiamo ad analizzare le ultime pellicole uscite, notiamo che forse il mondo del cinema non è poi così inclusivo come sembra, almeno non nei confronti delle donne: sebbene la percentuale di personaggi femminili all’interno delle pellicole sia cresciuta nell’ultimo anno – dal 22% al 29%- siamo ancora ben al di sotto della metà, senza contare poi che in particolare il tasso delle donne di colore o  asiatiche è ancora più basso. Inoltre, se teniamo conto dei dati riguardanti le donne che lavorano «dietro le quinte» i numeri sono ancora più bassi: la percentuale di registe è appena del 4% e tra i candidati agli Oscar anche quest’anno come miglior regista non ne era presente nemmeno una; ricordiamo anzi che nella lunga storia degli Academy Awards solo quattro registe hanno ottenuto la nomination (Lina Wertmüller, Jane Champion, Sofia Coppola e Kathryn Bigelow) e solamente una ha vinto. Tutti questi dati dimostrano come Hollywood sia un ambiente prevalentemente maschile.
Già questi numeri fanno riflettere e danno una prima risposta alla nostra domanda, anche se nel caso di prodotti cinematografici bisogna fare attenzione non solo alla quantità, ma anche alla qualità dei personaggi femminili che appaiono sul grande schermo: nella maggior parte dei casi, infatti, questi ruoli non solo sono estremamente stereotipati, ma sono anche strettamente legati a quelli maschili e vengono pertanto messi in secondo piano o considerati inferiori.

La locandina del remake di Ghostbusters, con le quattro protagoniste e la loro spalla maschile.

A questo proposito esiste un test in grado di capire quanto un’opera – letteraria o filmica- sia sessista: il Bechdel-Wallace test, ideato nel 1985 da Alison Bechdel e Liz Wallace, si concentra su tre requisiti fondamentali che l’opera in questione deve avere: la presenza di almeno due personaggi femminili con un nome, che questi personaggi parlino almeno una volta tra di loro e che al centro di questa conversazione non ci sia un uomo.
LHollywood Reporter ha deciso di sottoporre a questo test i 25 titoli di maggior successo del 2016 e, a seconda della presenza o meno di questi tre elementi, essi sono stati suddivisi in quattro categorie: i titoli che lo hanno passato (rispondendo a tutti e tre i punti), quelli che non l’hanno passato (un requisito su tre), quelli che ci sono andati vicino (due su tre) e quelli che non lo hanno passato nemmeno lontanamente (nemmeno un requisito).
A superare il test a pieni voti sono stati titoli come Ghostbusters, il remake tutto al femminile del famoso film del 1984 sugli acchiappafantasmi, X-Men Apocalypse, Captain America: Civil War, Bad Moms e, ancora, Suicide Squad, titoli che senza dubbio non spiccano per spessore culturale e, anzi, vengono addirittura considerati «di serie B».

Analizzando questi dati non possiamo trovare altra risposta: è necessaria, anzi fondamentale, questa nuova ed importante categoria (in cui sono già stati taggati più di 21000 titoli): l’«F rating» vuole sottolineare l’importanza del lavoro svolto dalle donne non solo sullo schermo, ma anche dietro ad esso, con la speranza che i ruoli interpretati dalle attrici siano giudicati allo stesso livello e non subordinati a quelli interpretati dagli uomini.

«But our real goal is to reach the stage when the F rating is redundant because 50 per cent of the stories we see on screen are told by and about film’s unfairly under-represented half of the population – women.»

«Ma il nostro obiettivo è riuscire a rendere l’F rating una categoria ridondante perché il 50% delle storie che vediamo sullo schermo sono raccontate e riguardano quella metà della popolazione ingiustamente sottovalutata dai film, ovvero le donne», così ha detto la direttrice del Bath Chronicle Holly Tarquini in un articolo.

L’immagine di copertina è il logo del film Bad Moms, tratto dal trailer.

Laura Ferla

Ho 21 anni, studio Lettere moderne e lo faccio con passione, credo fortemente nei miei sogni e spero di realizzarli. Sono una nerd senza speranza amante della lettura e della scrittura.
Collaboro a Incipit perché penso ci sia un gran bisogno, in questo Paese, di progetti come questo che mirino a diffondere la cultura.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *