STEM e stereotipi: le materie scientifiche (non) sono adatte alle donne

22 anni, una laurea al Massachusetts Institute of Technology di Boston e un dottorato di ricerca ad Harvard sulla gravità applicata alla meccanica quantistica; un prototipo di velivolo costruito a 13 anni e numerosi brevetti di volo concessi dalla Federal Aviation Administration fin da quell’età; una passione totalizzante per la fisica e una competenza altrettanto solida in questa materia, accertata dal fatto che grandi scienziati seguono il suo lavoro, primo fra tutti Stephen Hawking. Nome: Sabrina Pasterski, donna. Perché abbiamo aggiunto queste ultime informazioni nella lista delle cose sorprendenti che ha fatto? Perché, a quanto pare, l’essere una donna interessata e impegnata nel campo delle STEM (acronimo che sta per Science, Technology, Engineering, Mathematics) risulta essere un fatto sorprendente per l’opinione comune. Lo mostra, per esempio, un sondaggio fatto da Opinionway, in cui si chiedeva chi fossero gli artefici di determinate scoperte e invenzioni: la maggior parte degli intervistati attribuiva a uomini il merito di aver raggiunto rivoluzionari traguardi nella conoscenza scientifica, come l’identificazione del virus HIV o la classificazione dei gas che formano le stelle,  rispettivamente  scoperte  di Françoise Barrè-Benoussi e Cecilia Payne. Queste risposte non sono solo il frutto di una mancanza di informazioni al riguardo, ma di una percezione che ritiene gli ambiti scientifici non compatibili con le donne, come mostrato dal fatto che la maggior parte delle persone ritiene che siano le scienze sociali, la comunicazione e le lingue i settori maggiormente pertinenti alle genere femminile, mentre solo il 10% pensa che questo valga per le scienze.

Fonte: girlswhocode.com.

Guardando i dati, tuttavia, potremmo pensare che questa incompatibilità sia un dato di fatto e non soltanto un’opinione: secondo le informazioni raccolte da Girls Who Code, la percentuale di ragazze interessate alle STEM è pari solo al 32% nella fascia 13-17 anni, cifra che crolla nettamente negli anni del college, raggiungendo un 4%. Dovremmo quindi accontentarci della risposta «Ci sono poche donne in questi settori perché, semplicemente, non sono interessate a tali argomenti»? No, per niente, dal momento che la percentuale di bambine interessate a materie scientifiche raggiunge ben il 66% negli anni delle elementari, per poi calare drasticamente nel corso della crescita. Potremmo ritenerlo uno dei tanti cambiamenti causati dall’adolescenza? Ancora no. Più probabilmente e realisticamente, è dovuto al fatto che crescendo le bambine interiorizzano tutti quegli stereotipi da cui sono costantemente circondate e coinvolte: la figura della donna è associata a materie umanistiche e sociali, campi in cui i suoi  interessi (perché ovviamente si pensa che siano solo su tali settori) possono combaciare con le sue capacità, cosa non possibile nelle scienze e nel campo tecnologico dove le uniche autorità in materia sembra che debbano e possano essere soltanto gli uomini. I sondaggi, a dir poco sconfortanti, mostrano come ben il 67% degli intervistati ritenga che le donne non abbiano le capacità per raggiungere posizioni di rilievo in tali ambienti, idea espressa non esclusivamente  da uomini ma persino da donne. Questo pregiudizio non può che avere gravi conseguenze tanto per il lavoro svolto da quest’ultime quanto per la loro consapevolezza personale: costantemente abituate a sentire che la matematica non fa per loro, che le scienze sono materie da maschi, come potranno essere motivate a seguire i loro interessi scientifici? Si adegueranno invece al pensiero comune, precludendosi qualsiasi possibilità in questi campi, ritenendo di non avere quelle capacità necessarie per lavorarvi; secondo una ricerca molte donne sono dell’idea che per avere successo in tali settori, infatti, serva una sorta di genialità che ritengono di non possedere, pensando che alla fine nemmeno lo studio e l’impegno possano sopperire a questa mancanza. Senza contare che sembra essere diffusa pure l’idea che carriera scientifica e famiglia non possano convivere: secondo alcuni sembra impossibile che una donna sia in grado di avere un lavoro soddisfacente in questo settore e di essere allo stesso tempo una madre attenta ai figli.

Per contrastare tutto ciò sono state create diverse iniziative, come per esempio il progetto Hypatia che ha lo scopo di stimolare ragazzi e ragazze, in egual misura, ad avvicinarsi alle discipline STEM tramite una modifica dei metodi di insegnamento di tali materie nelle scuole. Dedicare attenzione al modo in cui vengono trasmesse agli studenti le conoscenze scientifiche risulta fondamentale non solo per stimolare fin da subito l’interesse degli alunni per questi argomenti, ma anche per eliminare fin dall’infanzia qualsiasi forma di discriminazione di genere, rendendo la scuola veramente un luogo di pari opportunità, dove ognuno possa orientare i propri studi verso il percorso desiderato. Un ulteriore tentativo di superamento del gap tra uomini e donne viene portato avanti dall’associazione no-profit Girls who code, fondata dalla politica e attivista Reshma Saujani con l’obiettivo di far avvicinare le ragazze alle discipline legate alla Computer Sciences, mostrando loro come non sia un mondo automaticamente precluso, bensì sia un settore dove possono dare un contributo importante.

Proprio questo è uno dei problemi alla base: cosa viene insegnato alle ragazze, anzi, già alle bambine? Ad essere curate esteticamente, tranquille, ubbidienti, «perfette», come ha sottolineato Reshma Saujani in una Ted talk intitolata «Insegnate alle ragazze ad essere coraggiose, non perfette»; al contrario fin da piccoli ai maschi viene detto di osare, di provare, di essere coraggiosi, spingendoli a non essere semplici spettatori della loro vita. Ci si aspettano cose diverse da maschi e femmine, si creano modelli da rispettare che possono essere tuttavia deleteri per entrambi, ingabbiando la vera personalità di ognuno dentro ruoli che sono decisi senza pensare alla persona in sé. Uno degli scopi di tutte queste iniziative è mostrare come sia sbagliato fondarsi su stereotipi e modelli, precludersi possibilità perché ritenute non in linea con l’immagine che i genitori, i datori di lavoro, la società in generale vogliono cucirci addosso. Bisogna a tentare di andare oltre qualsiasi etichetta per trovare e mostrare se stessi, per non limitarci a copie di un modello ma per essere degli originali, sia nei nostri pregi che difetti.

Immagine di copertina da Wikimedia Commons.

 

Mi chiamo Felicity, ho 26 anni e sono laureata in Filologia Moderna. Penso sia importante trovare sempre nuove cose da amare.

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