La vera storia dei giapponesi negli USA durante la II guerra mondiale

Do they think I am

An enemy from today?

Since the war has broken out?

What fierce stares people give at me

All so suddenly.

Kazato.

7 Dicembre 1941, Hawaii. È l’alba. La mezzaluna infuocata del sole si specchia nella superficie piatta del mare, congiungendosi con il suo riflesso e pennellando l’acqua di arancio. I raggi del sole nascente si allungano sulle onde, come serpenti in fuga verso l’orizzonte. Poche ore dopo, un’altra palla arancione e rossa esplode nel cielo, accompagnata da un fragore improvviso e tonante.  È iniziato l’attacco a sorpresa a Pearl Harbour, nel quale vengono uccisi 3500 americani e distrutti 149 aeroplani. Per il resto del mondo questo significa l’entrata in guerra degli Stati Uniti. Per le 127 000 persone di origine giapponese residenti in America, l’inizio di un incubo, i cui toni scuri si erano iniziati a presagire già dall’inizio del 1900, con una serie di iniziative volte a limitare o proibire l’immigrazione, la proprietà terriera e la naturalizzazione a persone di etnia giapponese. Nel giro di poche ore dall’attacco, agenti dell’FBI si infiltrano nelle comunità giapponesi di Washington, California, Hawaii e Oregon arrestandone i leader. Allo stesso modo nelle testate giornalistiche si allude alla presenza di una «quinta colonna» – questo il nome delle organizzazioni militari clandestine che facilitano le invasioni nemiche – avviando una campagna a favore dell’evacuazione di tutti i cittadini di origine nipponica. Dieci settimane dopo, l’ordine con cui si autorizza la loro esclusione dalle zone strategiche lungo la costa occidentale viene firmato dal presidente Roosvelt (P. Wakida, Only what we could carry. The Japanese American internment experience). Sarà il generale De Witt, il 2 marzo 1942, a decidere che queste aree coincidono con le parti orientali di Oregon, California e Washington e la parte sud dell’Arizona.

Da un giorno all’altro ai cittadini giapponesi viene ordinato di mettere in sicurezza o vendere case e beni e di presentarsi alle stazioni di controllo civile, da cui vengono portati in centri di raduno che li «ospiteranno» in attesa della costruzione dei veri e propri campi di prigionia. Il 19 maggio, con l’ordine di restrizione civile n.1 rilasciato dal Western Defence Command, i centri temporanei diventano aree militari e i residenti non possono uscirne senza autorizzazione. Insomma, veri centri di prigionia, circondati da filo spinato e torrette di guardia dalle quali i residenti vengono tenuti sotto controllo armato per tutta la durata del conflitto (L. F. Inada, Only what we could carry. The Japanese American internment experience).

Ma chi sono i temuti prigionieri? Delle 110 000 persone rilocate, 70 000 sono cittadini americani a pieno titolo, e la maggior parte dei restanti 40 000 vivono in America da oltre vent’anni. Il motivo per cui questi ultimi non hanno la cittadinanza è da ascrivere ad una legge del 1790  (eh sì, più di 150 anni antecedente agli eventi) secondo la quale «Ogni straniero che sia una persona bianca libera, e che abbia vissuto all’interno della giurisdizione degli Stati Uniti per un periodo di due anni, può essere ammessa alla cittadinanza sulla base di una richiesta al tribunale di diritto comune in qualsiasi Stato all’interno del quale egli abbia vissuto per almeno un anno, e dando prova a tale tribunale di essere una persona di buona reputazione» (D. S. Myer, Uprooted Americans. The Japanese Americans and the War Relocation Authority during World War II, p. xiii). Una persona bianca libera. Dettaglio che preclude la cittadinanza a molti abitanti degli Stati Uniti. Come afferma lo stesso direttore del programma di ricollocamento Myer, queste persone vengono deportate in assenza di accuse o processi, sulla solo base della loro razza.

Certo, le condizioni di vita di questi campi sono ben diverse da quelle spaventose dei lager nazisti e fascisti. Vi trovano posto scuole, ospedali, spazi per il tempo libero e chi lavora ha diritto ad uno stipendio. Iniziano quasi subito ad essere delineati piani per favorirne lo stanziamento al  di fuori. A questo proposito viene distribuito un questionario con il compito di stabilire la lealtà dei prigionieri e arruolare nelle forze armate i maggiori di 17 anni. È sulla base di questo questionario che si deciderà se permettere alle persone di essere rilocate o se invece rinchiuderle nel campo di massima sicurezza di Camp Tule, in California. Un metodo piuttosto superficiale per giudicare la lealtà, soprattutto se si considerano le due domande chiave che riguardano la volontà di servire nelle forze armate e la richiesta di alleanza agli Stati Uniti e rinnegamento del Giappone.

Considerando l’impossibilità di ottenere la cittadinanza americana e la recente evacuazione forzata, non stupisce che molti si rifiutino di rispondere affermativamente. Ma come, un secondo prima sono così pericoloso da essere portato via dalla mia casa e dalla mia vita per essere chiuso in un campo di prigionia e il secondo dopo si fidano di me a tal punto da mandarmi in guerra a combattere contro il mio paese d’origine?

Proprio questa palese spensieratezza nel lasciar arruolare qualsiasi persona di etnia giapponese spinge a pensare che forse non ci fossero sufficienti prove di una «quinta colonna». Ed infatti, in un memorandum del comandante dell’Intelligence Navale Ringle si legge che «il numero delle persone considerabili pericolose è il 3%. Di questi, i più pericolosi sono già in custodia detentiva o sono membri di organizzazioni come la Black Dragon Society, Kaygun Kiakay e altri gruppi la partecipazione ai quali è già nota all’Intelligence Navale». Su cosa si è basata dunque la decisione di evacuare migliaia di cittadini americani?

Gran peso ebbe il rapporto del generale DeWitt, che elenca quattro motivi principali, tutti in seguito smentiti. Secondo il rapporto:

1. I giapponesi della West Coast sono un gruppo razziale non integrato. In realtà molti dei deportati sono cittadini americani, e il fatto che gli immigrati di prima generazione non abbiano la cittadinanza dipende dalla stessa legge americana.

2. Gli americani di origine giapponese mantengono stretti contatti organizzativi con la loro patria. Il memorandum del comandante Riddle sopra citato ribadisce come queste organizzazioni siano tenute sotto controllo e quindi non costituiscano una minaccia.

3. I giapponesi mostrano una tendenza prolungata a stabilirsi in prossimità di vitali zone difensive. Non ci sono prove di motivi sovversivi dietro questo schema di insediamento, eppure il rapporto dichiara che senza dubbio questo tipo di dislocazione non è una coincidenza.

4. Ci sono prove di persistente comunicazione tra persone che si trovano nella costa Ovest e le forze giapponesi in mare. Questa ultima affermazione viene negata dalla Federal Communication Commision, la quale sottolinea che «non è a conoscenza di alcun tipo di illecito segnale radio in questa area nel periodo in questione».

Ma allora, su cosa si basano le motivazioni de Generale DeWitt? Forse su personali pregiudizi razziali, come sembrerebbe suggerire una frase da lui pronunciata alla House Committee of Naval Affairs nell’aprile del ’43: «Non dovete preoccuparvi affatto degli italiani, eccetto alcuni casi, uguale per i tedeschi, a parte qualche caso individuale. Ma dobbiamo preoccuparci dei giapponesi, sempre, finché non saranno  cancellati dalla mappa geografica» (D. S. Myer, p. 283).

In assenza di prove, cosa porta un paese democratico come gli Stati Uniti d’America a lanciare un piano di evacuazione di massa contro i suoi stessi cittadini basandosi solo sulle discutibili parole di un generale? Che sia solo la paura, che in periodo di guerra si sparge come un’epidemia e ci fa sospettare del prossimo e considerare come sacrosante le decisioni militari, anche le più dissennate? O forse, come sempre, bisogna ricercare più a fondo le motivazioni che ci spingono ad identificare con tanta facilità un popolo con il nemico. Nel caso dei giapponesi, queste sembrano più dipendere da motivi economici.

Credits: Bookmice.net.

Le spostamento dei giapponesi verso l’America si concentra nel trentennio 1890-1920. Inizialmente bene accolti perché forniscono mano d’opera a basso costo, ben presto iniziano ad essere mal visti. Perché? Perché i giapponesi lavorano sodo, si emancipano e diventano concorrenti degli ex datori di lavoro. Io stessa non lavorerei come sottoposta sottopagata se potessi essere il capo, per cui non vedo come fargliene una colpa. Già nel 1900 vengono presentate richieste di far espellere dal governo tutti i cittadini giapponesi eccetto i diplomatici. I giornali accolgono proteste e invettive e nel 1907 viene proibito ai giapponesi stanziati in Hawaii, Canada e Messico di entrare negli States. Nel 1913 gli viene vietato di comprare o affittare terreni per più di 3 anni, così da minare le possibilità di creare aziende floride e durature. Non appena finisce la prima guerra mondiale, in cui America e Giappone sono alleati, la campagna contro i giapponesi riprende, e nel 1921 l’editor del giornale Sacramento Bee e capo del California Joint Immigration Committee presenta una bozza di legge, passata nel 1924, in cui si nega l’ammissione a chi non risulta in possesso di cittadinanza (D. S. Myer). La furbizia di questa manovra? Ma la cara vecchia legge che garantisce la cittadinanza solo a PERSONE BIANCHE. Così, se un giapponese residente in America ne usciva per un periodo di tempo non poteva rientrarvi. Qualche affinità con una recente, e per fortuna rigettata, espulsione in quel di Washington? Alle misure prettamente politiche si aggiungono le informazioni populiste e false sparse tra giornali e bar: miti che gonfiano il numero della popolazione giapponese e i tassi di natalità («oddio, ci stanno invadendo!»). Tutto ciò sembra creare un terreno più che fertile al propagarsi di un clima di sospetto e sfiducia che, nutrito dalla paura e da un forse ben più forte risentimento economico, permetterà all’attacco di Pearl Harbour di rappresentare la miccia che farà scoppiare una serie di ingiustificate rappresaglie.

Perché questo mi sembra terribilmente contemporaneo? È facile attribuire gli orrori nazisti e fascisti all’insensatezza della dittatura e alla follia di pochi. Più difficile è riconoscere che le colpe sono spesso condivise e che ingiustizie e prevaricazioni dei diritti, per quanto in forma più leggera, avvengono anche nelle democrazie. Avvengono ogni volta che per superficialità o ignoranza assimiliamo il colore della pelle o la fede religiosa con una minaccia. Ogni volta che ci aspettiamo che l’immigrato debba «essere felice di essere salvo e accontentarsi di come sta, insomma, potrebbe stare peggio». Gli esseri umani non si accontentano, cercano la felicità, cercano la sicurezza. Tanto loro quanto noi. Non è una colpa. Se ci fossimo accontentati non ci sarebbe stato alcun progresso.

L’8 dicembre 1944, quando ormai i giapponesi d’America si sono guadagnati il favore del pubblico grazie al coraggio e all’abilità dimostrati dal battaglione militare composto da soli giapponesi, dimostratosi decisivo in molte battaglie (eh sì, ci sono andati anche loro a difendere quella patria che li aveva tanto temuti), il War Relocation Authority annuncia la chiusura dei campi di prigionia entro la fine del 1945. Finalmente nel 1952 viene abolita la legge di naturalizzazione che gli impediva di diventare cittadini americani. Nel 1983, il Personal Justice Denied, rapporto stilato dalla Commissione sul Ricollocamento e l’Internamento di Civili in Tempo di Guerra conclude che:

«L’espulsione, l’esclusione e l’incarcerazione non furono giustificate da necessità militari e che le decisioni prese si basarono su pregiudizio di razza, isteria di guerra e fallimento della leadership politica»

L. F. Inada, Only what we could carry. The Japanese American internment experience, Heyday, California, 2000, p. 417.

Ci siamo già passati, insomma. A cose fatte, la storia ha già dato il suo giudizio. Quale è il vostro?

Per approfondire:

Encyclopedia.Densho.org

L. F. Inada, Only what we could carry. The Japanese American internment experience, Heyday, California, 2000.

D. S. Myer, Uprooted Americans. The Japanese Americans and the War Relocation Authority during World War II, University of Arizona Press, Arizona, 1972.

 

L’immagine di apertura è tratta da Pinterest.

Ho 23 anni, mi sono laureata in Lingue e Letterature straniere a Bologna ed ho appena terminato un Master Degree in traduzione presso l’università di Sheffield, UK, ora vivo a Mosca dove insegno italiano e inglese. Sono una nomade amante della danza, la letteratura ed in generale di tutte le arti e di ciò che ci permette di riflettere sulla società e noi stessi, e di abbattere i pregiudizi. Collaboro a Incipit perché mi piace l’idea di un giornale che dia voce ai giovani e risonanza alla cultura.

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