Eye contact experiment: se bastasse uno sguardo

«Voi che con gli occhi mi passaste il core», «Gli occhi sono lo specchio dell’anima», «Uno sguardo val più di mille parole»… Quante volte l’abbiamo sentito dire? I proverbi e i versi sull’importanza dello sguardo non si contano, eppure oggi questi occhi, tanto lodati da poeti e scrittori di tutti i secoli, li teniamo per la maggior parte del tempo fissi su uno schermo. In caffetteria diamo il nostro ordine al barista mentre mettiamo il like a una foto su Instagram o rispondiamo a una chat di WhatsApp. Sorseggiamo il cappuccino mentre rispondiamo alle email. Non riusciamo a finire una conversazione con qualcuno senza controllare un paio di volte il telefono. Ma allo stesso esso tempo diventa lo scudo che ci protegge dallo sguardo altrui quando siamo soli. Tramite i social network possiamo continuamente guardare ed essere guardati, il tutto da una rassicurante distanza di sicurezza: per questo gli unici sguardi di cui siamo avidi sono quelli virtuali?

Immaginate di sedervi a un tavolo del bar ad aspettare un amico in ritardo. Quale è la prima cosa che fate? Chi non ha risposto di tirar fuori il cellulare è una mosca bianca. E mentre controlliamo Facebook e scriviamo a qualche amico ci perdiamo, magari, il sorriso della persona al tavolo accanto al nostro.

Foto tratta dal film Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese, che riflette su come le nostre vite siano legate al nostro «io» virtuale.

I social media sono quindi una minaccia per i rapporti interpersonali? Non credo. I benefici che hanno apportato sono innegabili e se il ventunesimo secolo, almeno fino a questo sconvolgente 2016, si può immaginare come una gomma che cancella confini geografici ed economici (pensate solo alla creazione dell’Unione Europea e all’introduzione dell’euro nel 2001), a cancellare quelli sociali ci hanno pensato sicuramente le nuove tecnologie. Sì, oggi posso raggiungere chiunque, dall’amico nepalese conosciuto in Inghilterra a mia sorella in sala al piano di sopra. Senza spendere nulla, ed è incredibile, è rivoluzionario. Ha anche i suoi pericoli però. Vivendo in un mondo sempre più virtuale, rischiamo di distaccarci dalla realtà fino a smettere di considerare come importante tutto ciò che è al di fuori di questo «secondo mondo». È vero che comunichiamo in continuazione, ma come? Secondo Forbes, in un dialogo tra due persone, solo il 7% della comunicazione è basata sulla comunicazione verbale. Il restante 93% è affidato al linguaggio del corpo: contatto visivo, postura, tono della voce. Sono queste le cose che ci connettono maggiormente agli altri, e quelle che si perdono nelle relazioni virtuali. Per comunicare davvero abbiamo bisogno di connessione concreta, fisica.

Credits: TheNorthSider.com, Ph. Charlotte Portdager.

E proprio su questo vuol far riflettere Eye Contact Experiment, flash mob organizzato in più di 156 città il 15 ottobre 2015 dal movimento sociale e pacifico australiano The Liberators International (con sede a Perth). Guardarsi fissi negli occhi per un minuto. Tutto qui. Guardarsi sul serio, e vedere che al di là delle differenze ci sono amore e umanità.

Immagino come sia partecipare e ritrovarsi di fronte uno sconosciuto. L’imbarazzo iniziale, la serie di domande del tipo «oddio, ma perché sto facendo questa cosa?», «non è che ho qualcosa in faccia?», «chissà cosa pensa». Poi il tempo passa, smetto di pensare a me stessa e inizio a guardare l’altro. Il colore degli occhi. La stessa espressione imbarazzata. Senza schermi protettivi, entrambi indifesi, entrambi vulnerabili. Uguali, per un po’.

Si tratta di un’idea semplice, ispirata alla performance The artist is present di Marina Abramović, ma che ha riscosso così tanto successo da dare il via a una serie di eventi simili anche al termine del flash mob.

Ma cosa vuol dire organizzare un evento del genere, e come si fa a prenderne parte? Grazie alla disponibilità di Anastasia Venkova, organizzatrice del primo «esperimento» di Mosca, abbiamo accesso al dietro le quinte in un’intervista esclusiva.

Come hai conosciuto «Eye Contact Experiment» e perché hai deciso di organizzarlo a Mosca?

Dei miei amici di Berna organizzano questo evento già da un paio di anni, mentre a Mosca non c’era mai stato qualcosa di simile. Ho deciso che era un’ottima idea, mi sono accordata con loro e impegnata a portare avanti l’esperimento a Mosca.

Quindi è la prima volta che viene organizzato a Mosca?

Sì, e noi speriamo che si ripeterà molte altre volte, ad esempio d’estate e all’aperto.

Cosa significa organizzare un evento del genere? Quali sono le difficoltà?

Nulla di veramente complicato. Basta affittare una sala, creare l’evento sui social. Chiamare le persone, invitare fotografi e operatori. La cosa più difficile è rispondere educatamente ai commenti di chi crede che sia una cosa superficiale.

Quale è l’idea che vuoi comunicare attraverso questo progetto?

L’idea del progetto è quella di mostrare alle persone che guardarsi l’un l’altro non è spaventoso. Non lo facciamo quasi mai, se ci pensi. Noi pensiamo che, sperimentando un modo semplice e piacevole di comunicare, le persone inizino a relazionarsi meglio agli altri e diventino più libere.

Normalmente, Eye Contact Experiment ha luogo all’aperto, ad esempio in una piazza, dove le probabilità che semplici passanti «inciampino» nell’happening e decidano di partecipare è più alta. Non pensi che organizzare l’evento in uno spazio chiuso possa ridurne l’impatto o alterarne il significato, visto che i partecipanti sono persone che hanno già un interesse verso il progetto e appunto per questo partecipano?

Sì, in effetti avremmo voluto organizzarlo per strada, ma aspettare fino all’estate ci sembrava troppo lungo e abbiamo deciso di iniziare da un format più piccolo e affittare una sala in un luogo pubblico popolare. (La location dell’evento era uno dei bar «Ziferblat», caratteristici per essere arredati come veri appartamenti, con tanto di giochi da tavola e pianoforte, e dove si paga non in base a ciò che si prende ma in base al tempo che vi si trascorre). In questo modo potevano riunirsi qui anche persone che non sapevano dell’esperimento. Ora vogliamo vedere come va a Mosca e d’estate portarlo nei parchi e nelle strade.

La partecipazione sarà gratuita?

Sì, la partecipazione sarà sempre gratis. La gente non deve pensare a quanto costa partecipare o chi ci guadagna. Il progetto esiste grazie ai sacrifici dei volontari, persone a cui piace l’idea.

Quale tipo di risposta ti aspetti dai moscoviti?

Speriamo di ricevere risposte del tipo: sono cambiati i loro modelli di percezione, hanno iniziato a relazionarsi diversamente agli sconosciuti, sono più pronti a comunicare con le persone? Speriamo che questi cambiamenti avvengano. Vorremmo diffondere l’idea della libera comunicazione in tutto il mondo e stiamo lavorando per riuscirci.

A giudicare dai commenti sulla pagina Facebook e dalle reazioni dei partecipanti nei giorni seguenti all’evento, si può dire che l’esperimento è riuscito. Dubito che il giorno dopo tutti si siano messi ad abbracciare sconosciuti in autobus ‒ sarebbe un po’ eccessivo ‒ ma provate a pensare a come sarebbe migliore la comunicazione (e di conseguenza le nostre giornate) se ci ricordassimo sempre che dall’altra parte c’è una persona esattamente come noi, con gli stessi problemi e la stessa sensibilità. Se fossimo in grado di riconoscere noi stessi negli altri, inizieremmo a trattarli con più gentilezza? Ma per riconoscere bisogna innanzitutto guardare. E allora perché non provare? Come ricorda Anastasia, organizzare un progetto del genere è semplicissimo, e si può entrar a far parte della rete «The World’s Biggest Eye Contact Experiment» semplicemente registrandosi come host sulla pagina ufficiale. Da qui si può anche scaricare l’host info pack, tradotto in sette lingue, e la lista dei paesi che vi hanno partecipato.  Per cui, se l’idea vi entusiasma e volete portarla nella vostra città o semplicemente volete partecipare perché vi incuriosisce, oppure se vi sembra stupida e appunto per questo volete provare per giudicare, o qualunque sia la vostra motivazione, tra il dire e il fare c’è di mezzo solo un click.

L’immagine di apertura proviene dalla sezione dedicata alla stampa del World’s Biggest Eye Contact Experiment.

Ho 23 anni, mi sono laureata in Lingue e Letterature straniere a Bologna ed ho appena terminato un Master Degree in traduzione presso l’università di Sheffield, UK, ora vivo a Mosca dove insegno italiano e inglese. Sono una nomade amante della danza, la letteratura ed in generale di tutte le arti e di ciò che ci permette di riflettere sulla società e noi stessi, e di abbattere i pregiudizi. Collaboro a Incipit perché mi piace l’idea di un giornale che dia voce ai giovani e risonanza alla cultura.

One thought on “Eye contact experiment: se bastasse uno sguardo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *