Ha ancora un senso, oggi, la critica letteraria?

Capita, sfogliando le pagine ingiallite di un vecchio romanzo, di trovarci all’interno la recensione di qualche critico, ritagliata alla bell’e meglio da qualche quotidiano e dimenticata lì, a fare compagnia a qualche eroe da libreria. Una sorpresa curiosa, un brandello di carta dattiloscritto che, a pensarci bene, è stato capace di convincere il proprietario di quel libro a comprarlo. Non si sa se questa attività – quella di ritagliare i consigli di lettura di riviste o quotidiani – sussista ancora. Se c’è, è certamente demodée o, con più attuale anglo-preferenza, vintage. Ma non è su questo che vorrei farvi riflettere, quanto piuttosto sul fatto che sia esistito un tempo in cui, l’opinione di un qualche intenditore fosse in grado di dirigere le nostre scelte di lettura.

Sebbene oggi quasi nessuno se lo ricordi troppo, in passato, non era solo il portafogli delle grandi case editrici a stabilire l’ordine gerarchico nelle vetrine delle librerie, bensì l’opinione delle personalità più attente al dibattito sulla letteratura e sulla sua decifrazione ed interpretazione. Per apportare un esempio tra i più noti, fu James Joyce il primo ad apprezzare Senilità e a segnalare ai critici francesi Benjamin Crémieux e Valéry Larbaud La coscienza di Zeno, che, pubblicata a spese dell’autore due anni prima, aveva ripetuto il totale insuccesso dei due romanzi precedenti. L’eco di questa segnalazione giunse in Italia e spinse Montale a chiedere al letterato e critico triestino Roberto Bazlen una copia delle opere di quell’autore ancora sconosciuto, per poi recensirlo positivamente, portandolo finalmente all’attenzione del grande pubblico. Perciò, la nostra conoscenza di un autore che è stato in grado di rivoluzionare il sistema letterario italiano come Italo Svevo, è dovuta alla bontà della critica letteraria del tempo. In altre parole, senza la critica letteraria il diario di Zeno Cosini non ci avrebbe tenuto compagnia tra i banchi di scuola e il suo autore oggi non sarebbe tra i classici più venduti.

Alcune tra le più celebri riviste fiorentine della prima metà del Novecento, tra cui La Voce, la più autorevole nel campo della critica letteraria.

Quel periodo, quello dell’era della critica, appare ora remoto, quasi irriconoscibile. Oggi, la critica letteraria sembra non esistere più. Osservate le classifiche dei libri più letti nel 2016: che vi piacciano o meno i titoli sul podio, è innegabile come sempre più la grande editoria si stia trasformando in un freddo meccanismo di produzione diretto da mere strategie consumistiche, a discapito di ogni pregio letterario o di qualsiasi rilevanza culturale, e dunque anche dell’elemento che dovrebbe tutelare tali valori: la critica, per l’appunto. Oggi, si guarda al giudizio come ad un peccato inammissibile, non tanto per una malintesa obbedienza evangelica («non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati;»), quanto piuttosto per una sorta di «political correctness» che obbliga a concludere le frasi di ogni commento o recensione con un punto di domanda, come per lasciare sempre aperta la speranza di una via di fuga.

Ecco che allora negli ultimi tre o quattro decenni, i critici letterari (perché sì, qualcuno c’è ancora sebbene la specie sia in via d’estinzione!) hanno cercato di evitare ogni giudizio, limitandosi a descrivere e tentando di non ostacolare in alcun modo i piani dei soggetti che spadroneggiano nell’odierno mercato editoriale. Un’immediata conseguenza di questo infernale triangolo delle Bermuda (strategie consumistiche + political correctness + descrizioni acritiche) è che opere che sarebbero state bocciate dalla critica, e che in passato non si sarebbero nemmeno potute allontanare dalla soglia della topografia, oggi vendano migliaia di copie o diventino addirittura bestseller di fama mondiale, in barba (e baffi e capelli e ogni altra cosa) a qualsivoglia valore o qualità letteraria che magari qualche critico ha riconosciuto in altri testi dimenticati o sconosciuti, restando però inesorabilmente inascoltato.

C’è da aggiungere d’altra parte, che la perdita d’importanza della figura un tempo sacrale del critico letterario non è dovuta solamente alle strategie di mercato, ma anche alla turbo-digitalizzazione della nostra cultura. Oggi, per leggere la critica di un libro, il lettore non deve necessariamente attendere il commento del critico che esce periodicamente su rivista o quotidiano. L’informazione è reperibile con un clic. È sufficiente andare su Goodreads o QLibri, ad esempio, e scorrere tra i commenti. Certo, bisogna farsi strada tra una marea di insulti e banalità, ma capita spesso di trovare qualche commento illuminante o per lo meno convincente. Forse, allora, potremmo affermare che non è il critico letterario a rischiare l’estinzione, ma il potere un tempo insito nella sua figura. Un potere che in passato non consentiva alcun confronto, mentre ora è alla portata di tutti. Siamo passati dall’oligarchia della critica letteraria alla sua piena democratizzazione, perché se un tempo era Benedetto Croce a decidere cosa fosse e cosa non fosse una buona lettura, oggi questo ruolo lo può assumere anche Barbie_87 o Chuck_Norris2017.

Alla luce di queste considerazioni, la domanda sorge spontanea: ha ancora un senso, oggi, la critica letteraria? È una domanda sicuramente difficile, che, se da un lato tiene conto dell’allargamento del diritto alla critica, dall’altro si scontra con la drammaticità di quel circolo vizioso innescato dalla messa al bando della cultura a favore delle perfide leggi dell’economia di mercato. Una domanda complessa, ma che, a parer mio, può ricevere una risposta fermissima: , la critica letteraria un senso ce l’ha eccome. La condizione è una sola: deve essere vera critica, quindi libera, illuminante, obiettiva. Una critica che promuova una letteratura sana, mai disgiunta dal concetto di cultura. Una critica, insomma, che non dimentichi di essere critica letteraria. E una critica letteraria, sia che nasca dalla penna di un intenditore sia che sorga dalla tastiera di una casalinga in pensione, è qualcosa di estremamente semplice. Come ci ha insegnato uno tra i più grandi critici di sempre, George Steiner, una critica letteraria non è altro che un debito d’amore. In un modo squisitamente misterioso, un romanzo o una poesia o un dramma colpisce la nostra immaginazione. Che lo si intuisca o meno, nel momento in cui deponiamo un libro che abbiamo amato non siamo più quelli che eravamo prima di leggerlo. Per usare un’immagine rubata ad un’altra disciplina, chi ha davvero assimilato un dipinto quale ad esempio I girasoli di Van Gogh, non potrà più guardare un vaso di girasoli come lo guardava prima. E come i dipinti, anche i libri ci attraversano e rimangono lì, dentro di noi. Così, spinti dall’istinto di dare a chi ci ha dato, cerchiamo di comunicare agli altri l’intensità del nostro amore. Vorremmo condividere la nostra esperienza. È così che nasce e ha senso la critica, la vera critica letteraria. Dire che oggi questo possa essere ancora possibile può sembrare un’utopia, forse. Sì, ma è pur sempre un’utopia sensata.

Già laureata in Lettere, sto ora per concludere il corso di laurea magistrale in Filologia Moderna. Quando non sto studiando, leggo viaggio o combino pasticci. Amo i film strappalacrime, le foto in bianco e nero, la musica malinconica e i romanzi intimisti. E se state pensando che io sia melodrammatica, non vi sbagliate. Lo sono, ma non ditemelo: mi imbarazzo facilmente.

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