Il diario segreto di Nan Goldin e il mondo degli invisibili

Nan Goldin è una fotografa americana contemporanea. Appena ho letto la sua biografia, ho provato una forte attrazione nei confronti della sua storia. Aveva 18 anni quando decise di utilizzare il medium fotografico come se fosse un diario personale dove narrare per immagini i momenti intimi di un mondo più grande di lei.
Rendere pubblico questo diario, fatto non di parole bensì di immagini, voleva dire costruire un rapporto di comunicazione ed empatia con l’osservatore. E direi che ci è riuscita: sembra di essere catapultati in qualche passo del Purgatorio di Dante, dove le anime sostano e soffrono in attesa di risposte. Il mondo della Goldin è fatto di eccessi, ma ciò che si coglie non sono solo gli sguardi persi delle drag queen, di tossicodipendenti e di malati di AIDS; in loro si vedono domande senza risposta, lo sconforto, la solitudine di chi un tempo lontano ha cercato risposte e che nel frattempo si è perso nella «selva oscura» della vita.

Ecco lo scopo: documentare, far conoscere alla società presente, passata e futura la verità cruda del mondo invisibile, che lei stessa ha vissuto sulla propria pelle (si veda l’immagine centrale in basso, un autoritratto) e attraverso le esperienze dei suoi amici o di altre persone che vivevano o vivono la sua stessa quotidianità, le sue stesse fragilità.

Credits: crazydash.livejournal.com

La comunicazione visiva vince su tutto, sulle parole e sui pregiudizi della società alto-borghese da cui Goldin proviene. L’atto di ribellione nasce dal rendere pubbliche queste immagini, questo diario, affinché si possa giungere a contatto con quel mondo oscuro. Sta a noi scegliere se continuare a nascondere la testa sotto la sabbia oppure aprirci a ciò che concepiamo come estremamente distante da noi, dalla nostra vita quotidiana (per poi scoprire che è più vicino di quanto pensassimo).

Goldin tesse una così stretta relazione di empatia tra soggetto fotografato ed osservatore, legame da cui è impossibile fuggire ed è forse questo ciò che ci fa più paura: la scoperta che ci possiamo identificare con tali soggetti, magari non perché ne condividiamo le storie ma perché sicuramente ne condividiamo le emozioni, anche dietro le nostre stesse maschere. Perché in fondo siamo esseri umani.

Immagine in evidenza: Nan Goldin, Part of the cover to ”The Ballad of Sexual Dependency”. Credits: Everyday I Show.

Mi chiamo Giulia,ho 23 anni e studio all’Accademia di Belle Arti di Venezia.
Mi piace il cinema,passeggiare e fotografare …
Sono una persona irrequieta ma sto iniziando a darmi una calmata.

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