Il rifiuto del modello Barbie e le nuove immagini di donne

Girovagando in un negozio di giocattoli, troveremmo scaffali ricolmi di bambole, diverse sì per come sono presentate o per i gadget che hanno, eppure tutte simili, se non addirittura uguali, in quanto rappresentanti un’immagine femminile che conosciamo bene: capelli lunghi e perfetti, volti truccati, fisici snelli e longilinei. Tale modello di femminilità è diventato imperante nel mondo dei giochi grazie ad un giocattolo in particolare, la Barbie della Mattel, che dalla sua creazione nel 1959 è diventata la bambola per antonomasia. Non tutte le donne e le ragazze sono così, eppure il prototipo Barbie è diventato così pervasivo e diffuso da essere, appunto, un modello da tutti riconosciuto, entrato anche nei modi di dire per fare riferimento ad una donna considerata “perfetta” o costruita.
Ma deve essere così una donna? Cosa significa per una bambina giocare e di conseguenza identificarsi con un modello simile? Questo è un problema particolarmente sentito negli ultimi anni, in cui si è infatti discusso di cosa significhi veicolare esclusivamente questa immagine femminile proprio in un’età fondamentale come l’infanzia, in cui cominciano a formarsi quelle idee che incideranno sul resto della vita.

In primo luogo, la Barbie ha subito numerose critiche per le proporzioni irreali che la caratterizzano: se una ragazza reale avesse tali misure, non riuscirebbe a sostenere il capo con un collo così sottile e lungo, nel punto vita lo spazio sarebbe insufficiente a contenere gli organi interni e i movimenti le sarebbero quasi reclusi a causa di polsi e caviglie eccessivamente sottili. Bastano questi elementi per capire come il modello propugnato sia non solo irreale ma anche seriamente dannoso per chi pensasse di poterlo raggiungere. Insomma, non stiamo di certo parlando di un modello raggiungibile, né tantomeno di uno in cui le bambine possano riconoscersi, nemmeno da adolescenti o da adulte. Non parliamo solo di un determinato aspetto fisico, ma anche di una discriminazione etnica rappresentata dalla tipica bambola commerciale. Barbie è bianca, con occhi azzurri e capelli biondi; le altre bambole (nella narrazione del giocattolo, le «sue amiche») possono avere tratti fisici che ricordano etnie diverse dalla sua ma a livello di mercato sembrano non avere la stessa considerazione: alcuni genitori in vari negozi di giochi americani hanno riscontrato la presenza di prezzi differenti tra le diverse bambole, diversità interamente basata sul fatto che la Barbie fosse bianca o di colore. Viene quindi presentata un’immagine stereotipata della donna, in cui un fisico perfetto e la pelle bianca sembrano essere le caratteristiche essenziali, quelle che definiscono la femminilità in quanto tale.

La bambola Anjali, di girlsand.co.

In questi ultimi anni sono stati fatti numerosi tentativi per sostituire questo modello con un’immagine femminile sana e realistica, come la linea di bambole Girls & Co, di cui si parla in questi giorni, creata da Neha Chauhan Woodward, una ragazza americana di origine indiana residente a New York. Neha ha motivato il suo desiderio di creare questa linea affermando che fin da bambina si è resa conto di come le sue bambole non assomigliassero né a lei né alle sue amiche. Pensiamoci un attimo: una bambina che gioca con una bambola tende a identificarsi con essa, a far vivere al giocattolo quello che lei stessa vive o vorrebbe vivere; se il giocattolo rappresenta un’immagine non sovrapponibile a quella che la bambina ha di sé, cosa succederà? Molto probabilmente la bimba si sentirà inadeguata, penserà che il modello proposto dalla bambola sia quello giusto, quello a cui ambire, l’unico che le garantirà di poter ottenere quello che desidera nella vita reale. Visto che riteniamo che non esistono «giochi da maschi» o «giochi da femmine», lo stesso problema può presentarsi nel caso in cui a giocare con una tale bambola sia un bambino: probabilmente sarà portato a interiorizzare quell’immagine irreale di donna (e di uomo: il discorso vale anche per il partner di Barbie, Ken, tipica immagine stereotipata dell’uomo scolpito, bianco, in forma, con un sorriso smagliante).

Il 2016, però, ha visto un rinnovamento anche all’interno del mondo delle Barbie: la Mattel a gennaio ha infatti aggiunto al modello originale della bambola altre tipologie fisiche, definite Tall, Petite e Curvy, le quali dovrebbero quindi andare a rappresentare gli altri tipi di fisico femminile possibile. Mossa commerciale, per correre ai ripari in seguito ad un calo delle vendite, o reale presa di coscienza del problema? Non possiamo saperlo con certezza, tuttavia risulta già essere un passo avanti importante considerando che coinvolge una delle bambole più diffuse al mondo. Proprio tramite Barbie potrebbe essere quindi possibile cercare di scardinare l’idea che la stessa bambola ha aiutato a rendere imperante, mostrando come non esista un modello estetico migliore di altri, come l’importante sia stare bene con se stessi, mirando in primo luogo ad una vita sana e capendo che una donna/un uomo non deve per forza rispettare determinati canoni imposti per essere definita/definito tale.

I giocattoli potrebbero sembrare oggetti “banali”, eppure hanno un ruolo fondamentale nella crescita dei bambini e spesso diventano veicolo di idee/modi di pensare che diverranno le fondamenta della loro personalità. Per attuare cambiamenti dobbiamo concentrarci anche sulle piccole cose, che sono quelle che spesso portano ad un reale cambiamento nella consapevolezza di determinate, importanti questioni.

Immagine in evidenza presa da Roba da donne.

Mi chiamo Felicity, ho 26 anni e sono laureata in Filologia Moderna. Penso sia importante trovare sempre nuove cose da amare.

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