Ridatemi l’estate

Labbra brinate da un sale brutale.
Educate ad un bacio che il tuo Dio ha sospeso.

Dianne era già in piedi, davanti al fornello, con la sua camicia da notte e le pantofole un po’ sgualcite, intenta a scaldare il latte per i bambini. Soperchiando i tetti dei condomini al di là della strada, un lembo di luce illuminò il profilo dei giocattoli abbandonati sul tavolo della cucina. Il gatto, raggomitolato sul giornale di qualche giorno prima, si rigirò su stesso quasi infastidito, facendo scricchiolare la sedia a capotavola.
Entrai in cucina trascinando i piedi, come facevo sempre quando mia moglie non c’era. Questa volta non mi avrebbe rimproverato. Ne ero certo. Era troppo orgogliosa per rivolgermi la parola il mattino dopo una litigata. Sorseggiai il mio caffè fingendo di aver altro a cui pensare. Guardai l’orologio due o tre volte, come per lasciare intravvedere l’incombere dell’imminente quotidianità. Non ci scambiammo una parola, non incrociammo mai lo sguardo. Dianne iniziò a svuotare la lavastoviglie. Non ce n’era l’urgenza, nessuno dei due sarebbe rientrato per pranzo. Scommetto che lo fece perché voleva rimanere lì con me il più a lungo possibile, quasi volesse prolungare le possibilità di fare pace prima di iniziare la giornata.
Sapevo cosa dovevo fare. Avrei dovuto andare verso di lei senza preavviso, interrompendo le sue mani abituate a quei gesti. Avrei dovuto abbracciarla tenendo la testa premuta contro i suoi capelli, a lungo, per tutto il tempo necessario a far evaporare il rancore. Qualcosa mi trattenne. Mi piace pensare che a bloccarmi fu il desiderio di una pace più bella delle altre, come se il silenzio che i litigi si tirano dietro fosse direttamente proporzionale all’intensità degli abbracci che portano a ritrovarsi.
Me ne restai seduto, solo, sommerso dai pensieri. L’avvicinarsi di piccoli rumori mi fece capire che i bambini erano pronti ad uscire. Mi irrigidii, aspettando il suono della voce di Dianne. Non udii una parola, ma nello spegnere la luce del corridoio mi rivolse un’occhiata veloce che voleva dire «hai visto che questa volta sono riuscita a tenerti il muso?». Non appena ebbe voltato le spalle verso la porta, mi lasciai sfuggire un sorriso. Il passo svogliato dei bimbi, affaticato dal peso della cartella, trattenne la sagoma di Dianne un istante in più sulla soglia. Poi, la sua sciarpa rossa scomparve dietro lo scrocco metallico della serratura.
Ho letto da qualche parte che l’immagine visiva è, contrariamente a quanto si ritiene, davvero poco efficace: la traccia iconica dura solo dai 250 ai 500 millisecondi. Beh, cari fisici, vi sbagliate. Eccome, se vi sbagliate. Quell’immagine, quell’immagine non riesco a dimenticarla. Non c’è un istante della mia vita, non uno, in cui io non riesca a ricordare quella sciarpa svanire dietro alla porta di casa. Non uno, lo giuro. Non uno.

Perenne sera, non un’alba, né un tramonto.
Turpe avvoltoio della mia tremula ombra.

Non era una sciarpa qualunque. Quella lì, quella rossa. Eravamo a Brugges, in una mattina di marzo di molti anni fa. Mentre volgeva il viso al carminio tra i balconcini in legno, tirava verso l’alto il collo del suo cappotto per coprirsi la gola, ostinandosi a credere di poterlo allungare. Me ne accorsi subito, ma non dissi niente, quasi per evitare che potesse confondere la mia premura con un rimprovero. Le comperai una sciarpa senza darle modo di accorgersi che mi ero allontanato. Mi ringraziò con un bacio, uno di quelli lunghi, uno di quelli che ci davamo quando volevamo dirci «ti amo» senza usare parole. Sì, l’amavo. L’amavo immensamente. Non ero Ettore o Romeo, certo. L’amavo con normalità: una carezza, lenta, tra le lenzuola infeltrite; una parola di troppo per ingigantire un difetto; una tazza di caffè caldo sopra al tavolo, il mattino.

Eterno Autunno, col più superbo tra i venti.
Avido razziatore della mia estate.

Nove e dieci minuti. Email, email, email. «Bonjour Bernard». Email. Sorso di caffè. «Bonjour madame Martin». Email. Email. Squilla il telefono. «Oiu, Cabinet d’audit Dubois… Oui, oui… Bonne journée». Riaggancio il telefono. Email. Email.
Nove e undici minuti. L’eco di un tonfo. Email, email. Una sirena. «Bonjour Jolie». Sorso di caffè. Altre sirene. Squilla il telefono. «Oiu, Cabinet d’audit Dubois…». Cade la linea. Riaggancio il telefono. Altre sirene. Brusio dagli altri uffici. Altre sirene. Un urlo mozzato. Ma insomma, che diavolo sta succedendo?
Mi alzai di scatto. La mia vecchia sedia in pelle scivolò indietro più velocemente del solito e, quasi indispettita, fece vibrare lo sportello metallico dell’armadietto coi registri. Per un attimo mi chiesi il perché di quell’insolito rumore. Ora, a ripensarci bene, credo di aver capito.
Ricordo di aver percorso pochi metri di corridoio a passi incerti, allentandomi la cravatta con i polpastrelli sudati. Mi bloccai davanti alla porta dell’ufficio di Madame Martin, inciampando nel suo sguardo: vuoto. Un salto all’inferno. Senza ritorno. Fu il levarsi di nuove sirene a suggerirmi di guardare la schermata del suo computer: «Explosion». «Attenat». «Station de métro».

Dianne.

Brividi: filo spinato. Respiri: piombo. Lacrime: aghi.

Dianne.

Rividi la sua sciarpa rossa, eccola qui, quella che ora è in eterno conficcata nei cristallini dei miei occhi. Riavvertii il vibrare di quell’abbraccio rimandato, questo qui, quello che mi impedisce di stringere i miei figli con la stessa intensità di un tempo, perché la loro pelle – innocente, Dio quanto è innocente – veste il profumo di sua madre. Risentii lo scricchiolio delle stoviglie di casa muoversi sotto le sue dita, questo qui, quello che tento di soffocare giorno dopo giorno per evitare il ricordo della felicità.

Qui, dove il mattino ha un sapore stridulo e il buongiorno è un cappio alla gola.

Labbra brinate da un sale brutale.
Educate ad un bacio che il tuo Dio ha sospeso.
Perenne sera, non un’alba, né un tramonto.
Turpe avvoltoio della mia tremula ombra.
Eterno Autunno, col più superbo tra i venti.
Avido razziatore della mia estate.
Ridatemi l’estate.
Dianne, la mia estate.

Già laureata in Lettere, sto ora per concludere il corso di laurea magistrale in Filologia Moderna. Quando non sto studiando, leggo viaggio o combino pasticci. Amo i film strappalacrime, le foto in bianco e nero, la musica malinconica e i romanzi intimisti. E se state pensando che io sia melodrammatica, non vi sbagliate. Lo sono, ma non ditemelo: mi imbarazzo facilmente.

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