Cara Elisa, non ci può essere maschilismo nell’editoria

Cara Elisa,
ti scrivo in merito al tuo articolo pubblicato su queste pagine riguardante quella sorta di maschilismo latente presente nella letteratura, denunciato dall’editore Luigi Spagnol.
In sostanza ti lamentavi del fatto che la letteratura «riconosciuta», quella che riceve premi e onorificenze, sia quasi totalmente femminile. Non intendendo addentrarmi nella giungla di premi, vorrei limitarmi soltanto al Nobel (da te peraltro citato): dal 1901 al 1939, ossia (visto che non è stato consegnato nel 1914, 1918 e 1935) tra 36 vincitori, ci sono 4 donne, un premio su 9; tra il 1944 e il 2000 ne troviamo 5, un premio su 13; ma tra il 2001 e il 2016 ce ne sono altre 5, che significa un premio su 3. Numeri alla mano, non mi pare davvero che ci si possa lamentare di questa presunta cultura maschilista insita nell’ambiente letterario.

Che, soprattutto in passato, la letteratura sia stata qualcosa di «maschile» è lapalissiano. E non mi pare ci sia neppure molto da scandalizzarsi o da stupirsi: il Novecento è stato (soprattutto dopo il secondo conflitto mondiale) il secolo delle donne, le quali prima, soprattutto se appartenenti a famiglie non abbienti, avevano raramente la possibilità di concludere il percorso scolastico, quasi sempre necessario per addentrarsi nel mondo letterario.
Che le cose stiano lentamente cambiando è fuor di dubbio: il Nobel ne è un esempio.

Sinceramente non mi auguro che «i grandi nomi della letteratura saranno equamente suddivisi tra i due sessi» e non perché ritengo che le donne contino meno degli uomini, ma perché penso che l’importante sia che a chiunque sia dato il valore che merita.
Non credo che, soprattutto nell’ambiente editoriale, le donne siano trattate come «inferiori»: come in tutte le imprese facenti parte del libero mercato, l’importante è il profitto. Quindi se ci si trova di fronte a un prodotto meritevole di pubblicazione, non importa il sesso di chi l’ha scritto.
Guardando la mia libreria «contemporanea» noto una pari presenza di autori e autrici, elemento che ovviamente manca quando guardo la sezione «antica»: se nella prima Dominique Lapierre affianca Fred Vargas e J.K. Rowling sta vicino a Michael Dobbs o Irvine Welsh, nella seconda non trovo donne a intervallare le opere di Kant, Severino Boezio e Aristotele.

Mi sembrano davvero preoccupazioni poco fondate le tue: siamo solo all’inizio di un processo di cambiamento di cui dobbiamo ancora vedere gli effetti e quindi sentenze come quella di Spagnol appaiono come minimo come precoci e affrettate.

Tito Borsa

Ho fondato e diretto per 3 anni e mezzo La Voce che Stecca, e ho collaborato con Il Borghese e il Corriere del Veneto, oltre che con la Booth School of Business della University of Chicago. L’informazione rende gli individui liberi.

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